Una vita a foglietti

25 novembre: per non dimenticare!

Red women's shoes are on display outside Mexico's consulate in El Paso in the U.S.Può sembrare tardiva la pubblicazione oggi di questi pensieri. Ma non è così per me. Un ricordo, anche a distanza di tempo, non perde la sua forza.

La piazza è quella di sempre, di una vita. Qui da noi, anche in un mercoledì umido può succedere di avere persone in giro. La differenza è la data e a ricordarla sono tanti ceri. Ceri messi a terra, sotto le scale della Chiesa che dall’alto troneggia sulla piazza, tutti accesi e ognuno a fermare foto in bianco e nero. Sono foto di persone sconosciute, ma diventate, purtroppo, il simbolo di questa giornata. Sono le donne vittime di violenza.

Sarà un caso che tutti i grandi restano fuori da quel cerchio e i bambini invece passeggiano con l’aria curiosa, tipica della loro semplice età tra quelle candele, tra quelle vite che ora sembrano essere solo foto? Loro possono camminare in quel cerchio di luce. In loro c’è ancora l’innocenza che dà diritto a chiedere e scoprire. Siamo noi grandi a sentirci addosso il peso di una realtà che fa paura, perché sappiamo che dilaga sempre più. Violenza. Siamo qui per questo. Anche noi, come in tanti altri luoghi al mondo, per combattere quella violenza che non procura il rumore di una bomba, ma sa stravolgere una dieci cento e mille volte la vita di chi la subisce.

Donne, la loro grandezza, la loro importanza, il loro essere insostituibili nel ruolo che la natura le ha concesso. E spesso per questo pagano un prezzo. Ma è possibile pensare di fermare quelle mani che infieriscono? Sì, tutto è possibile se si vuole. Le strade sono infinite per arrivare alla meta.

C’è un appartarsi di persone, una divisione tra quelli vicino alle scale e quelli sotto i portici, che mi fa pensare alla porta chiusa sul pianerottolo, mentre senti che dietro quella accanto alla tua, i rumori non sono di sana convivenza. Questo non è un problema che deve lasciare indifferenti.

Ma la serata ha inizio. Carmela Novaldi affiancata come sempre da Geltrude Barba e Carolina Damiani, ricorda che la data è nel ricordo di tre sorelle strangolate e torturate in questo giorno, nel 1960, perché considerate rivoluzionarie. Da uomini di potere, che volevano poter comandare e sopraffare!

Dalle scale della chiesa si muove una fila di donne vestite di nero con uno scialle rosso in vita, come il colore simbolo della giornata. Ad ogni passo scandiscono un nome e hanno una maschera bianca, a sottolineare che siamo tutte uguali in questo momento e siamo tutte unite per un solo obiettivo.

Alla fine delle scale attaccano fisarmonica, tamburello e voce, a intonare una “pizzica salentina”, danza che simboleggia il tentativo di liberarsi dal veleno della tarantola, o anche dal male in generale.

È un piccolo spettacolo, ma crea l’atmosfera giusta per ciò che deve ancora venire.

Nel gruppo di Alessandra Ranucci ci sono donne di ogni età, perché sempre si può e si deve testimoniare una presenza, un pensiero, un grido di rivolta. Noi donne siamo il percorso, siamo l’inizio della storia, di ogni storia, non dobbiamo diventarne le vittime. Né i carnefici. Gli uomini che uccidono sono anche i figli che abbiamo cresciuto. Pensiamoci.

 “Ci sentiamo sempre troppo piccole e sole quando viviamo dentro mura che nascondono violenza e oscurità. Ma non siamo sole adesso e non siamo al buio. Tamburi sveglieranno le anime e candele illumineranno il cammino. Parlare, condividere, reagire: queste le strade da percorrere per non essere più vittime”

Con queste parole Carmela ha invitato la folla che si era riunita nella centrale piazza Duomo di Cava a incamminarsi verso la sala del Comune.

Quando le ho pensate non sapevo completamente cosa avrebbero descritto, ma poi sono apparse reali, veritiere.

Ognuno dei presenti raccoglie un cero e la foto che custodisce e si trasferiscono nella nuova piazza di fronte al comune. Ogni cero viene sistemato a rendere vivo una piccola parola che raccoglie la forza di tutti i presenti. Un NO di fuoco resta impresso nelle pietre, mentre ci avviamo all’interno del Comune.

La sala è gremita: in una serata voluta da Associazioni, Frida in particolare con la presidentessa Alfonsina De Filippis, gente comune, Sindaco e assessori, un ulteriore segno va lasciato.

duomoL’inizio è per Rosa Chiodo, vincitrice del Premio Mia Martini 2013. E cosa cantare se non “Donna” della splendida Mimì? Poi tre attrici racconteranno ognuna una storia.

Quella di Viola, (Ivana Giugliano); le botte e le lacrime, figli che piangono, pettegolezzi ingiuriosi. Brividi e rabbia hanno la stessa forza, ma sembrano inutili. Il racconto di una morte è terribile.

Manuela (Valeria Palladino) innamorata di Abdul e che per lui lascia Leandro. Ma si può accettare di essere lasciato per un bianco, non si vuole un nero come sostituto! E anche per lei la punizione è la stessa.

Infine la moglie di Ernesto (Rosanna De Bonis); i litigi continui, i figli che escono di casa per non sentire, le reciproche accuse sui fallimenti, l’incapacità di affrontare periodi di crisi economica e i sacrifici da fare. E l’ennesima discussione finisce in tragedia, scaraventata via dal balcone.

Tante cose sono state dette in quella sala. Tante cose ascoltate per l’ennesima volta, tanti nomi letti tra quelle donne che hanno trovato la morte tra le mura di casa, quelle in cui dovrebbero essere solo angeli.

Non voglio ripeterle. Vorrei che in ognuno dei presenti rimanessero impresse, come l’impegno di esserci per chi chiede aiuto, per chi ha il coraggio di denunciare e che poi non deve essere lasciata allo sbando, ancora più sola e ancora più colpevole agli occhi del suo aguzzino. Troppe parole rischiano di diventare retorica e non è lo scopo della serata.

Mi resta però un pensiero ed è quello che lascio.

Le donne solo apparentemente sono deboli. Spesso è proprio la loro forza a condannarle.

Forza usata per combattere i pettegolezzi su Viola, o il razzismo di Leandro, o l’insoddisfazione di Ernesto.

Le storie delle donne sono quelle che si raccontano dopo. Dopo le umiliazioni, dopo le violenze, dopo la morte.

Ma noi vogliamo che le loro storie siano conosciute leggendole negli occhi.

Occhi che possiamo ancora guardare.

Occhi che devono ancora brillare.

Come cuori, che devono ancora poter battere.

 

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