Una vita a foglietti

A Claudio

monteQuesti sono pensieri nati circa un mese fa. Forse c’era ancora troppa attesa nella mente per renderli pubblici. Ma oggi, a pochi giorni dall’averti visto di nuovo in piedi, dopo che, emozionati, ci siamo riabbracciati, me ne libero. Che possano accompagnare altre menti; che diano, forse, risposte a chi ancora non ne trova.

Ci sono luoghi in cui si vive la storia di Cava e storie che si vivono in particolari luoghi di questa città: campo sportivo e da lassù il grande occhio di Monte Finestra.

Ci sono attimi che cambiano la vita; a volte in modo definitivo, a volte no. Ti danno un’opportunità.

Da quei momenti frenetici allo stadio, l’attesa, le luci, i rumori e quell’elicottero che ci regala di nuovo una presenza. Da quel momento ci saranno tante parole, tante domande,tanti dubbi, tanto dolore, tanta paura, tanto di tutto. Ma c’è una certezza: c’è stato un miracolo. Un volo di 200 metri non ti lascia “solo” così.

In questi giorni ho ripensato spesso a quelle ore di solitudine, vissute lassù al buio, forse sveglio, perché tu sei arrivato cosciente qui da noi. La tua capacità di riconoscerci, di raccontare il tuo dolore me lo fa pensare. E quel tempo mi sembrava una sorta di buco nero nel quale non mi volevo addentrare, come se i sentimenti che lo riempivano fossero troppo forti da poter essere affrontati. O forse perché, per una forma di pudore, sapevo che erano cose troppo tue, troppo legate alla tua essenza per poter essere capite e condivise. O forse perché in realtà, non ti ho mai creduto solo. Forse hai avuto anche tu quell’anteprima dell’accoglienza che ci aspetta.

La storia è stata raccontata in tanti modi. Da chi dice che ti sei buttato giù, a chi racconta che sei andato da solo, a chi giudica il gesto. Ma io ripenso a un’altra storia di pochi giorni fa che ha segnato altre vite: Lilly. Scrivevamo di come una mamma vorrebbe sempre essere al fianco di una figlia che ha bisogno di aiuto. E questo è quanto è successo, nel modo più naturale che esiste. Un figlio che avverte del pericolo un padre, e un padre che decide di correre ad aiutarlo. Né vittime, né colpevoli, né eroi. Solo persone normali che vivono con normalità e consapevolezza la loro vita e i loro affetti sinceri.

E il Signore ha guardato, ha capito, lo ha accompagnato e accudito fino a quando “uomini” non l’hanno ritrovato. E di nuovo ci ha dato una persona cara, un marito, un papà che spero davvero che non sia visto come un eroe.

Le storie a volte capitano agli altri e chi vive fuori da quell’emozione, non sempre riesce a conservare per molto tempo l’insegnamento che ci danno. Se ritorniamo a Lilly, in quanti abbiamo pensato che sarebbe stato mille volte meglio che chiamasse aiuto piuttosto che arrivare a quel gesto estremo che non ha concesso repliche? Ma di tutte questa gente in quanti oggi hanno voluto dire che è stato inutile telefonare e mettere in pericolo anche un’altra persona? Mettiamoci d’accordo. Non ci sono regole che decidiamo di applicare quando conosciamo il finale della storia. Ci sono atteggiamenti sinceri che si rispettano. Ci sono relazioni e affetti che hanno la priorità o non ce l’hanno.

Forse potremmo provare ad essere un po’ meno ipocriti, parlare un po’ di meno e vivere con maggiore coerenza.

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