Una vita a foglietti

A Roccapiemonte ricca serata con Marco Braico e “La festa dei Limoni”

MarcoDa Vivimedia

Siamo ritornati a Palazzo Marciani, a Roccapiemonte. Qui niente o quasi dovrebbe più essere una novità. Questo tappeto rosso introduce sempre a belle serate, o quanto meno mai serate banali, ma che potesse ancora sorprenderci in questo modo, forse non lo credevamo possibile nemmeno noi. E di questo ringraziamo le Associazioni Fedora e Rosa Aliberti, Gaetano Fimiani e Luca Badiali, che scelgono con cura e passione gli ospiti per noi.

Così il 24 ottobre, è arrivato Marco Braico, professore di matematica, arbitro di pallavolo, marito e padre di due signorine e, per un periodo, malato di leucemia, superata dopo la travagliata odissea di un rischioso trapianto.

È questa parentesi intensa della sua vita che ha deciso di raccontare nel libro “La festa dei limoni” PIEMME editore. A parlarne con lui c’è la sociologa Silvana Mirella Aliberti, decisamente emozionata, anche quando ricorda Rosa Aliberti, psicologa scomparsa per un mieloma, a cui è dedicata l’omonima associazione.

La storia di Marco dunque non è unica, quello che l’ha resa sicuramente particolare è stata la sua decisione di come affrontare la malattia.

La prima domanda è legata alla scelta del titolo, fondamentale per un libro, e il richiamo ad una cosa così semplice come il profumo di un frutto.  Già qui Marco comincia a tracciare quella che sarà non solo la strada della serata, ma di molto altro ancora; il limone è un frutto non solo profumato, come lo sono tanti altri, ma è anche giallo e pelato, proprio come i malati di leucemia!

Viene fuori il nome del “nemico”, quella parola che una volta pronunciata ti cambia la vita, e la prima raccomandazione che ci viene fatta, è di non associare mai alla malattia biologica anche quella morale: la pietà come l’emarginazione, possono diventare le cause principali di decesso.

Anche perché chi non è malato, chi non è obbligato ad entrare in uno di questi reparti, non può sapere e non può capire. Non si può immaginare che esista un posto dove non ci sono interessi: c’è solo ESSENZA. È il posto dove si è felici per il successo del compagno seduto accanto al tuo letto, di un bisogno fisico che si è potuto compiere da soli, di un’altra mattina in cui ti sei potuto alzare o di poche ore di permesso che ti vengono concesse per tornare a casa.

A casa. Alla normalità. Normale è ritrovare l’ambiente e le persone che frequenti ogni giorno “prima” e scoprirle veramente solo “dopo”. L’insegnamento non è un posto di lavoro, non è un pensiero politico. L’insegnamento è vita. “Io sono vivo grazie ai miei ragazzi. C’è molta scuola in questo romanzo”. E non a caso si ritrovano cinque lettere nella pubblicazione, scelte tra centinaia che ha ricevuto e che continuano ad arrivare, e tra queste, dopo una difficile scelta, ce n’è una scritta a 25 mani. Una lettera composta da pensieri personali che si sono uniti per formarne uno solo e che non vedo l’ora di scoprire, anche se posso intuirne il senso.

Racconta ancora di quando è tornato in classe su una sedia a rotelle, mascherina al viso e pochissimi chili addosso. Solo lacrime lo hanno accolto, ma lui ha capito che non è la rabbia o l’agitazione a condurre alla meta: “…con il mare calmo si vede la terra…”

Le domande toccano molte sfere personali, come il rapporto con suo padre, che è stato “bello”. “Mio padre ha sempre lavorato ma io l’ho fatto soffrire con la mia malattia”. Ma hai la conferma di quanto sia indispensabile nella vita la figura del padre, per questo la prima preghiera fatta, nel momento della scoperta della malattia è stata per i figli: “…puniscimi con il dolore, ma non privare mio figlio della mia presenza”.

E il discorso sulla fede viene a galla automaticamente, anche se Marco lo fa solo per chiarire che è un concetto troppo personale e che quasi non gli sembra corretto parlarne dal posto che sta occupando in questo momento. Che non è seduto ad una sedia tra l’altro, ma più spesso in mezzo a noi, come un bravo professore fa durante le sue lezioni. Quello che vuole precisare è che ogni malato ha bisogno di rispetto. Qualunque sia la sua manifestazione verso la malattia, che siano bestemmie, lamenti, follia o preghiere va rispettato . Lui si è dedicato una forma di follia, perché mentre aspettava di dover essere trapiantato, ha avuto la promozione ad arbitro di pallavolo in serie A. E questa gioia ha occupato tutti gli spazi della sua mente, proprio come una forma di follia, facendolo arrivare in ospedale con zoccoli e zainetto, come se si recasse ad un campeggio. Perché lo sguardo era già oltre, era passato all’obiettivo successivo. Nonostante i commenti ascoltati. “Braico in serie A? Abbiamo buttato una promozione nel cesso”. Ma non importa. Il mondo, a quel punto,lo guardi e lo ascolti in maniera diversa.

-          Quando i giocatori vengono a lamentarsi sotto la sedia per l’invasione, la trattenuta, io li vorrei abbracciare. Loro gridano, ma io sono felice. Perché sono lì. Perché sono vivo.

E lo sport che torna prepotente come scuola di vita. Bisogna saper vincere e bisogna saper combattere. Racconta un particolare che ha un peso notevole. Nella vecchia edizione del libro c’era una frase: – “ha vinto la sua battaglia”, che è stata tolta. Tolta per rispetto ad una delle tante lettere ricevute e lette, in cui si diceva: “Non accetto che chi muore sia da considerare un perdente”. E Marco lo riconosce: “Riuscire non è nostro compito. Provarci sì”

Vittorioso è il combattente, chi sa lasciare nei suoi cari l’idea del coraggio per combattere. Non pietà verso il malato, ma rispetto.

Tra Marco e la sua intervistatrice c’è un dislivello di emozioni. Lei nel libro, nella storia, ci è entrata da poco, lui l’ha metabolizzata, la sa gestire. La dottoressa Aliberti decide di leggere un passo sulla lettera scritta alla moglie, ma a me sembra che in questa sala non abbiano lo stesso significato. Lui ascolta, ma non somigliano alle stesse di quando sono state scritte. C’è qualcosa di personale e privato che ha avuto un altro percorso, un’altra necessità allora. Momenti che forse ritorneranno quando li ripenserà e li rileggerà da solo.

Poi si alza di nuovo perché “non vedo la faccia di quelli in fondo alla sala”, e lui ne ha bisogno. Qui non siamo corpi che occupano tutte le sedie disponibili. No, siamo proprio persone, in carne ed ossa, con pensieri e dolori e storie che lui vuole conoscere e arricchire.

E racconta, racconta… Scrivere un libro, per un professore di matematica, è la grande rivincita rispetto ai colleghi di italiano, ma per lui la decisione è nata perché aveva un sogno: portare ciò che serve nei reparti dei malati. Portarlo direttamente. E quello che è accaduto non lo poteva prevedere. Il successo che ha permesso di donare televisori, ecografi, lenzuola, non lo aveva immaginato. Ma è successo. E qualcuno, sempre tra chi lo scrive e viene letto, lo ha rimproverato di usare la sua malattia per diventare famoso. Marco ha candidamente confessato che ha pensato tre giorni prima di rispondere (dal fondo della sala la risposta è arrivata molto più veloce e spontanea – vaffa…-), ma poi ha detto “Si. La sto usando perché faccio qualcosa che serve, che mi fa star bene. Ancora oggi i ragazzi mi mandano soldi loro, quelli dei regali che ricevono, delle collette che fanno ed io TUTTO lo investo nel progetto che ho. Sono i miei soldi e li regalo”.

La sensazione che arriva dietro quelle parole è dirompente. Tutti siamo parte di una squadra. E per non smentire la sua professione ci interroga.

-          Alzi la mano chi ha un cuscino a casa. E chi ha una finestra nella sua casa. E chi mangia con le gambe sotto il tavolo.

Domande semplici e banali a cui rispondiamo quasi stupiti, ma non lo sono per niente.

Marco ci ha fatto dei regali stasera. Al di là di tutte le altre bellissime cose che ci ha raccontato, di come lo ha fatto, a me è sembrato che abbia messo al collo di ognuno di noi una collana con tanti campanelli. Ogni parola, ogni domanda che ci ha rivolto, dovrà suonare nella nostra testa ogni volta che ripeteremo quei gesti semplici. Quando andremo a dormire la sera e lo faremo su quel cuscino che è nostro e che ha raccolto le nostre lacrime e i nostri sogni; quando torneremo a casa e dietro la curva della strada riconosceremo la finestra di casa nostra, del nostro spazio; e quando ogni giorno ci siederemo a tavola con i nostri cari potendone apprezzare la compagnia e l’affetto.

Tutte quelle cose che diventano banali perché le ripetiamo meccanicamente senza più riflettere sul loro significato, sul loro reale valore.

E ancora un altro dono sono gli appuntamenti: sappiamo che dovrà scoprire i limoni di Sorrento, che dovrà tener fede allo striscione che ha portato a Parigi dopo esserci arrivato in bici dopo la malattia e su cui ha scritto “L’anno prossimo vieni anche tu”, che andrà a portare dei frigoriferi a Taranto, ma quello che più importante è quello che ha fissato ad ognuno di noi con se stesso.

Per non farci perdere di vista, per non sprecare la bellezza di un solo giorno nella nostra vita e per imparare a farlo per noi, per arrivare agli altri. Uno alla volta possiamo cambiare il mondo.

Anche perché il tesoro che è  dentro ognuno di noi non potrà mai essere completamente raccontato.

Marco ha deciso di salutarci con un video nel quale vengono ripresi gli sguardi stupiti di persone malate di cancro, a cui la malattia ha sconvolto la vita e l’aspetto. Persone che vengono truccate senza farle guardare per cogliere appunto quell’attimo dell’Ohhhhhhhhh, quel sorprendersi ancora una volta di se stessi, di quello che possono ancora regalare e regalarsi.

E mentre la sala guarda il video, io guardo lui, che segue il monitor e guarda noi. E nei suoi occhi c’è molto di più di tutto quello che ha raccolto dentro le pagine di un libro o dietro le parole della serata splendida che ci ha regalato. Molto, ed è quello che ognuno può e deve scoprire di se stesso, della gioia di vivere, di condividere. Di  non aspettare che la morte bussi alla nostra porta per apprezzare la vita, ma imparare a farlo molto, molto tempo prima.

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