Una vita a foglietti

Addio fantasmi – Nadia Terranova

Questa non è una recensione e non è una critica. È il mio modo strano ed egoista per svelare quanto si può nascondere dentro un libro e quindi invitarvi a leggerlo. A Nadia dico grazie per gli spunti che mi ha dato, e anche perché forse sarà l’unica ad avere la pazienza di seguire fin in fondo la follia dei miei pensieri.

Addio fantasmi.

Ti ho finito tanti giorni fa. Mi hanno anche parlato di te durante una presentazione bellissima, elegante, colta, delicata e ricca di contenuti. Ho riempito di te pagine di blocchetti confusi e disordinati, con la scrittura che mi viene fuori quando i pensieri corrono più delle mani e sembrano solo sgorbi. Sei dappertutto da tanti giorni, ma non sei su un foglietto!

Che libro sei? Cosa vuoi da me? Cosa sei venuto a fare nei miei giorni? Cosa hai voluto dire ai miei giorni? Soprattutto quali dolori vogliamo mettere a confronto?

Questo è l’errore che ho commesso verso di te. Tu non sei lo specchio del dolore che forse cercavo, che in qualche modo avrei voluto. Tu sei diverso. Ma io ne avevo bisogno, ci speravo. Perché iniziare quelle pagine così belle, così ben scritte, così dettagliate di particolari mi avevano fatto credere che allo stesso modo mi avrebbero svelato come si fa a dire addio ai fantasmi, come si fa a dimenticare un dolore. Ma non l’hai fatto.

E in realtà non dovevi, non era quello il tuo compito. Lo hai spiegato con la tua voce calda calma, le tue parole esaurienti competenti vissute sentite e io ho capito, ma sono rimasta lo stesso in quella buca dentro cui ero caduta da quando ho finito. E neanche adesso posso dire di esserne uscita.

Caduta perché c’erano per me delle trappole, delle frasi che ho pronunciato anch’io decenni fa. Quelle frasi che pensi per paura e che quando si trasformano in realtà ti lasciano un peso che non sai spiegarti. Sono maledizioni o preghiere esaudite? Hai giocato a Scarabeo come adoro fare anch’io e le Smart anche per me sono “scatolette di tonno” da anni. Perché mi ritrovo dentro pagine che non sono mie? La mia scatola dei ricordi non è rossa, non contiene oggetti di un altro, ma le pagine che incollano la mia infanzia. E io non le butto via, non me ne posso liberare, non voglio.

Ma forse, per spiegarti davvero cosa è stato il tuo libro, devo scriverti ciò che è venuto fuori a pezzi, con pensieri che arrivavano all’improvviso e senza chiedersi se avevano o no un legame, pretendevano di essere raccolti. Io ho sempre molto rispetto di ciò che la mente produce, o forse ho solo paura di lasciarlo dentro le pieghe della memoria, perché lì c’è già troppo e un sovraccarico mi potrebbe far scoppiare.

Bisogna arrivare alla fine. Il libro è il preciso racconto di una vita. È l’analisi, è il percorso, è il dolore e la sua accettazione. Un dolore spalmato dappertutto per renderlo innocuo: dovunque e da nessuna parte. Una scomposizione ai minimi termini. Un dolore educato: non perché cortese, ma perché così presente da vivere una forma di galateo come se fosse una persona, una presenza fisica. Un’idea di persona e allo stesso tempo una persona che si trasforma in un’idea. E tutto questo fatto con un’accuratezza tale da far diventare quasi, quel dolore, solo parole. Come se a tutto quel vissuto così sfrontatamente raccontato, fosse stata tolta l’anima, nascosto il “vero” dolore.

E non c’è persona in quella prima parte, non ci sono nomi, a parte Pietro, come a sottolineare la sua, la loro solitudine. Non ci sono “anime”. Solo cose. Oggetti che sono diventati corrimani a cui appoggiarsi per andare avanti, passo dopo passo, ma con semplici gesti meccanici che ad ogni movimento scricchiolano perché non hanno lo spirito dell’amore e senza, non si va da nessuna parte.

Poi arriveranno Ida Sebastiano Sara Nikos Giuliana Anna e tutti i nomi e le vite che ci passano accanto e che rischiamo di non conoscere, di non vedere perché troppo presi dalla nostra unica storia.

Necessità di mettere un punto. Decidere un giorno di cambiare rotta. È la morte che ci indica una nuova strada? Forse Nikos lo fa credere ma non è così; anche la vita, le parole, le sofferenze degli altri che modellano le nostre esistenze lo fanno. Solo se decidiamo di vederle, ascoltarle, capirle.

E con quali occhi, con quali orecchie seguiamo le vite degli altri? Noi siamo qualcosa di unico e le nostre esperienze ci rendono ciò che siamo, ma questa unicità quando impariamo a riconoscerla anche negli altri?

La ragione che combatte il caso, la materialità che non prevede fede. L’incapacità di essere a 360°, di concepire l’uomo come miracolo di sentimento e raziocinio. Perché la strada che si sceglie per arrivare in fondo al cammino non è uguale per tutti, ma come possiamo dire che è quella giusta?

Ci sono punti di vista, c’è necessità di confrontarsi, ma tutto è possibile solo se sappiamo parlare e ascoltare. E non si impara sui banchi di scuola questa lezione. È la vita che si siede alla sua cattedra ed è una professoressa con orario continuato, senza vacanze e senza pause. E dobbiamo per forza sapere di essere iscritti a questo corso per capire come partecipare alla lezione. Fuori da quell’aula non c’è vita, non c’è conoscenza, non c’è maturità, non c’è amore, non c’è dolore, e se non c’è nulla non ci sarà neanche consapevolezza della morte. Morte, che nella conoscenza dell’uomo, anche il più ignorante, è l’unica certezza concessa.

Quanto è difficile scoprire il proprio cuore? Quanto è difficile raccontare ed affrontare il proprio dolore? Nikos rende la confessione un gesto estremo: dopo la verità, la morte. Ma non deve essere così! La verità la confessiamo per darle una posizione, per affermare qualcosa che prima non c’era. Le vite di Ida e sua madre sono state falsate da una scomparsa, ma in quella recita che hanno deciso insieme senza mettersi d’accordo, cosa si nascondeva? Il timore di riconoscere una colpa nell’altro, la paura di scoprire che quel padre-marito non fosse così immune da responsabilità? La madre che non ne vuole rovinare l’idea e la figlia che non vuole incolpare di incuria la madre. Pensieri personali, punti di vista mai espressi che lasciano le persone su sponde opposte di un fiume; si guarda scivolare via la stessa acqua ma non si ha la stessa prospettiva.

Nella vita si sceglie di camminare insieme a qualcuno, ma il rapporto tra genitori e figli è qualcosa che va oltre una scelta. È un legame di sangue, è un’appartenenza “per sempre”. Diversa da quella che poi si cerca in un compagno, ma che Ida dà per scontato che sarà un fallimento. La sua negazione dell’essere madre è il timore di confrontarsi con quella figura che ha fortemente criticato? Il non voler rendere padre Pietro è la soluzione per non far scomparire una persona da quel ruolo per lei così doloroso?

Cosa facciamo diventare le nostre vite quando ci portiamo dietro quesiti di così grande portata? Come infettiamo le nostre esistenze e quelle di chi incontriamo per strada?

Sebastiano untore della malattia e loro due, vittime con una manifestazione diversa. Perché la vita va avanti. E il compito a casa di questa lezione qual è?

La bellezza credo che sia nel non avere una sola risposta giusta. Forse è giusto soffrire, è giusto far soffrire anche gli altri se poi si arriva alla comprensione. O forse sarebbe più opportuno saper tramandare quella necessità di parlare, di confrontarsi, di confessare in fretta che la vita va vissuta e digerita e affrontata.

Ma qui entriamo nella disponibilità del tempo. C’è un tempo che va di fretta nel farci crescere, o il tempo per crescere è tutto l’arco della nostra vita?

Domande. In una buona lezione a scuola, per imparare di più, dobbiamo saper porre tante domande. Per qualcuna arriverà risposta, per altre no, ma l’importante sarà non smettere di farlo.

 

Quel dolore non mi ha fatto male. Ho riconosciuto tante cose nel tuo racconto, ma non ho sentito dolore. Perché? Per la mia anima dura o per le tue parole ricercate? Davvero hai raccontato tutto? È attraverso finti nomi che possiamo liberare i nostri veri ricordi prigionieri?

Io racconto spesso il mio dolore perché continuo a trovarlo. Non credo che ce ne liberiamo mai, anche se riusciamo a capirlo. Non basta gettare una scatola rossa nel mare per cancellare cicatrici, anche se è necessario farlo per prendere aria, per lasciare spazio a qualcosa di nuovo. Un nuovo che arriva stimolato dagli stessi odori, dalle stesse parole che però feriscono in modo diverso.

Hai raccontato tutto e la cosa grave è che non mi è rimasto niente. Si sono sovrapposti i due dolori? Mi fa paura questo vuoto. La mia incapacità di trovare emozioni in queste pagine così ben narrate, così dettagliate, così esageratamente perfette, mi lascia senza parole. Eppure ne sto raccogliendo tante. Chi dice la verità: io e il mio passato o tu e il tuo titolo? Davvero si dice addio ai fantasmi?

Forse è un libro che hai scritto per dire quello che non vuoi dire. Un romanzo ha delle necessità, la vita no. La vita è fatta di scelte quotidiane. Quella vita che racconti alla radio, quella di cui scegli protagonisti e situazioni da adattare a sofferenze immaginate o conosciute sono “storie”. La vita è il quotidiano. Quei silenzi tra le mura di casa, l’odore del tabacco rinchiuso in una scatola, la voce sconosciuta registrata su un nastro. La memoria da rispettare o l’utilità di un ricordo? I sacchi neri della madre e la scatola rossa di Ida; il vecchio nuovo e il vecchio, vecchio e anche sconosciuto. Riconoscere che c’è una falla in quella scatola, in quel ricordo. Una voce che nel suo essere diventata muta non è più riconoscibile e una persona così desiderata scambiata per uno sconosciuto.

Realtà e finzione, bisogno e sogno. Di cosa è fatta la nostra vita? Di una cosa, dell’altra o semplicemente di tutto?

Sara che ti rivela un egoismo a cui dedichi solo una pagina. È stata più lunga e dettagliata la tristezza del tuo essere abbandonata che la superficialità di fronte ad un dramma definitivo. Il dolore ci rende egoisti? Puntare il dito verso gli altri è la strada giusta per calmare la nostra rabbia? O qualche volta dovremmo rivoltare quel dito e porci le medesime domande che rivolgiamo agli altri?

Metabolizzare. Oggi siamo sommersi dal dolore come dalla gioia dalla solitudine dalla globalizzazione. Tutto è in quantità industriale, ma quanto riusciamo a metabolizzare veramente? Ci parlano di violenze di abusi di popoli lasciati senza terra e senza futuro di animali abbandonati della terra violentata… ognuna di queste cose pretende la nostra attenzione, la nostra indignazione, ma in quanto e per quanto tempo? Abbiamo spazio nelle nostre giornate per fare nostro tutto questo dolore? Sommato poi al nostro personale, alle nostre vite? NO.

Più ci sono cose grandi e più diventiamo piccoli e insignificanti. Tanto piccoli e insignificanti da scomparire, da accettare solo una parte di questo dolore. E spesso è solo il nostro, che poi diventa egoismo e solitudine.

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