Una vita a foglietti

Al Rodaviva con Vittorio Vavuso e Padre Camorra

Tornare e ancora non aver voglia di essere subito “ufficiale”.

Respirare di nuovo l’aria dell’incontro, del libro da ritrovare perché lo hai già letto, ma dell’autore da scoprire. Sedere di nuovo tra tanti ospiti e allo stesso tempo rimanere defilata, un po’ come ricominciare a mangiare dopo un periodo di digiuno. Tutto a piccole dosi.

Tante cose vecchie e nuove allo stesso tempo. Ma vecchie non lo sono mai del tutto perché ogni volta ci sono da scoprire nuove sensazioni, ci sono da fare nuove considerazioni che si adeguano a giovani racconti.

L’occasione è per Vittorio Vavuso, il luogo è il Rodaviva a Cava de’ Tirreni, ancora una volta il nuovo e il “vecchio” inteso come un giovanissimo nuovo scrittore, solo diciassettenne, e il vecchio caro Rodaviva, il bar caffè letterario, dove si gustano e si sorseggiano specialità e parole.

La sala è invasa dalle telecamere di Quarta Rete che riprenderà l’intera serata, c’è Antonio Di Giovanni a fare da conduttore, ci sono Frano Bruno Vitolo, Raffaella Trapanese, Angela Di Gennaro, il Presidente dell’Associazione Giornalisti “L. Barone” Emiliano Amato, il suo vice Franco Romanelli e Lucia Avigliano saggista e docente dell’UTE, che “ad honorem” si merita un posto nella conversazione che nascerà.

Di sicuro, tra riprese e articoli, si sarà già saputo molto di quanto detto.

Vittorio, alla sua prima pubblicazione, ha subito fatto scoppiare il “botto”. Ha voluto esordire con un tema per niente leggero, parliamo di camorra, che ha dato particolare risalto al lavoro svolto.

E negli interventi di ognuno dei presenti, non mancano gli apprezzamenti per questa scelta, per la capacità di creare una trama avvincente e ben strutturata, per la presenza di valori che oggi, non sempre, riconosciamo nei giovani: sensibilità, maturità, amore per lo studio, fiducia nel futuro.

E allora quello che non si è ancora sentito e quello che non è stato detto ad alta voce è il mio pensiero. Avevo parlato, in un altro pezzo, di questo libro. Ma quel contesto aveva una panoramica più specifica al tema “camorra”. Quello di venerdì è un momento totalmente diverso. Lì ho conosciuto Vittorio; quel nome sulla copertina si è identificato con un volto e un corpo, i valori che ha difeso attraverso Antonio, Carlotta, Delfina, sono venuti fuori con il suono della sua voce.

Ha detto tante cose Vittorio.

Ha parlato di quanto i giovani abbiano il dovere di credere di poter cambiare il mondo se le cose che vivono non sono di loro gradimento; ha difeso la scelta di un finale “positivo” perché positivo è il suo messaggio: l’amore e la giustizia possono vincere sul male e sull’ingiustizia. Lo ha fatto dopo il sentito intervento di Angela Di Gennaro, che citava chi, nella realtà, ha voluto fare la stessa scelta di Antonio, cioè combattere il male che nasce nella propria famiglia, ma che ha pagato con il prezzo più alto: la vita stessa. Giovani che meritano di essere ricordati più spesso, ma che non hanno troppo spesso i riflettori accesi sulle loro giovani vite violentemente interrotte.

Questo per lasciar trapelare la profondità del discorso, la capacità che ha avuto di catturare la mia attenzione. C’è stato anche un altro momento che mi ha colpita: il senso di responsabilità. Vittorio – Antonio sa perfettamente quanto pesa il messaggio che ha deciso di portare avanti, ha piena coscienza di quanta responsabilità si è caricato quando ha deciso di rendere pubblico il suo pensiero.

Mi viene allora in mente la frase di un altro giovane scrittore che ho seguito sere fa, “i giovani devono osare”. E la trovo perfettamente calzante adesso, qui, stasera. Vittorio ha osato. Ha lasciato che un pensiero nascesse nel suo giovane percorso e gli dato ospitalità. Lo ha curato, lo avrà visto forse rallentare, ma non ne ha ostacolato la crescita. È la rosa del piccolo Principe, è il fiore del giardino che ognuno ha a disposizione e che non sempre sappiamo difendere dalle erbacce.

Quasi a fine serata Franco Bruno spiega la scelta dell’immagine di copertina: una sedia vuota su un fondo nero che testimonia l’assenza della figura paterna, ma che allo stesso tempo lascia lo spazio per una rosa e legge la frase in quarta di copertina. L’avevo già registrata nella mia mente. È lo scontro duro tra due mondi diversi, ma è anche lo scontro duro tra due persone che si appartengono indissolubilmente: un padre e un figlio.

E a me nasce una riflessione: quanto si è reso conto per davvero, Vittorio, mentre scriveva quelle parole, del peso che hanno? Quanto può essere distante la narrazione di un’esperienza dalla possibilità di viverla per davvero?

Vittorio ha risposto a tutte le domande che gli hanno posto e non è, già questa, cosa molto banale. Ha risposto anche alla mia, che gli ho rivolto in privato, prima che mi scrivesse la dedica. Un giovane che è più piccolo dei miei figli e che mi lascia il suo sogno in prima pagina.

Volete la risposta? Vittorio ha raccolto frammenti di vita vissuti da persone intorno a sé e le ha fatte sue. Non avranno lo stesso sapore di cui si sarebbero impregnate se fossero passate dentro le sue viscere, ma almeno le ha colte. È un po’ quel segreto di cui ci dovremmo appropriare tutti, affinché le esperienze diventino lezioni di vita, anche quelle altrui, per evitare di sentire per forza i Grandi Dolori della vita e per non dispensare Grandi Dolori nella vita.

One thought on “Al Rodaviva con Vittorio Vavuso e Padre Camorra

  1. casasenatore

    Osservare, scrivere, documentare, informare, potrebbe essere il futuro di questo giovane autore.
    Un Sandro Ruotolo di domani?
    Del libro mi piace anche il racconto, nel finale, ai nipoti, non per fare l’eroe ma per informare e educare future generazioni. “Educa un bambino e non avrai bisogno di punire uomini”.

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