Una vita a foglietti

Al Rodaviva “La nave e la boa” di Antonino Tamigi

Nulla accade mai per caso. Venerdì non ancora di sera, non proprio di pomeriggio, ad un’ora certamente insolita si è tenuta al Rodaviva a Cava, la presentazione del libro di poesie di Antonino Tamigi “La nave e la boa” (Ed. Il pendolo di Foucault).

Già sabato mi ero seduta per raccogliere alcune delle sensazioni che mi avevano colpita, ma avevo solo avuto modo di leggere, dal testo, la postfazione di Antonio Donadio. Avendo il grande piacere di conoscerlo e la possibilità di scambiare con lui occasionali pensieri e letture, ho avuto voglia di raccontare proprio a lui queste mie considerazioni.

Perché parlavo del caso? Perché l’interruzione del giorno di festa mi ha rivelato qualcosa che, riportato a quel pomeriggio, mi ha dato una nuova chiave di lettura.

Caro Antonio, come puoi ben immaginare, quando in una presentazione c’è la presenza di Franco Bruno Vitolo, abbiamo la certezza di una grande figura che saprà cogliere dettagli e profondità che spesso sfuggono ai comuni mortali. Tutto parte con celerità, e Franco, come consuetudine, precisa la durata della serata, ma non dà alternative: si finirà per le 18,30.

Nel caffè libreria, le sedie disposte a platea quasi, sono tutte occupate. Tanti adulti e tutti commossi.

Per chi vive il tutto da fuori, fa un po’ strano. Il primo intervento è di Pasquale Falcone, che scopro zio dell’autore. Personaggio famoso ben oltre Cava, come uomo di spettacolo, regista, imprenditore, si allinea immediatamente a questa atmosfera così particolare, di cose sapute e non dette, di emozioni vissute e poco svelate.

Anche Franco segue la stessa traccia, indicando per Antonino addirittura una settima vita, ma per me, che forse sono l’unica a non conoscerlo, tutto questo posso solo associarlo alla loro lunga conoscenza avvenuta ai tempi del Liceo, dove i ruoli erano diversi, ma che sono certa, almeno per questo, che la partecipazione del prof alla produzione giovanile dell’alunno sia stata attenta ed acuta.

Si parla, si leggono poesie, quasi tutte brevi, “come bisturi”, che mostrano sensibilità nel guardare il mondo, i sentimenti, ma io continuo a pensare a tutto quel non detto che è lì presente, sospeso in questo soleggiato venerdì pomeriggio, in questa sala che ha lasciato fuori il sole, come a ripararci, ma in qualche modo toglie luce. Come capita spesso alle cose degli uomini, che fanno per migliorare ma che non sempre raggiungono l’obiettivo.

Con Franco, Anna Rapoli, attrice che ha modestamente evitato di dire che lo spettacolo che sta portando in giro per l’Italia, dal testo di Ettore Scola “Una giornata particolare”, la vede nei panni che sono stati di una certa Sofia Loren, ma lo scopriamo lo stesso, a Franco nulla sfugge. Come non sfuggono i complimenti all’altro relatore, Giuseppe Zarrella, avvocato, scrittore, ma che in questo momento credo voglia solo essere Pippo, l’amico di una vita di Antonino. L’amico che lo ha conosciuto, con cui ha condiviso decenni e che adesso potrebbe raccontarlo ben oltre i versi del libro pubblicato.

Il suo intervento, che legge, ma dal quale spesso si allontana per inseguire quasi pensieri suoi, velatamente privati con qualche vena di lieve rimprovero perché “è facile giudicare l’andare della nave stando seduti sulla spiaggia…”, mi piace molto. Ha un sapore veritiero, si porta dentro le parole delle visioni, degli affetti che le fanno diventare concetti più profondi, fanno immaginare una storia.

Nelle letture si alternano, oltre Anna e Franco, anche lo stesso Antonino.

Anna è bravissima, Franco le recita, Antonino le rivive. Sono le sue parole, eppure sembra che nel pronunciarle le stia di nuovo scoprendo. O forse quelle parole appartengono ad un tempo in cui altri erano i suoi pensieri ed oggi li deve ritrovare, capire, forse addirittura spiegarseli.

Guardo tutta la sala, mi sembra di essere sola; forse sento che i miei pensieri sono soli.

E qui ritorna il caso. Il perché di una cosa non scritta ieri mattina ma solo adesso, all’alba di un altro giorno, dopo che il mio amico caso – destino, mi ha voluto spiegare meglio la grande differenza tra il provare qualcosa e aspettarsi che fuori di te gli altri capiscano quel qualcosa.

Antonino ha cicatrici profonde. Era quella la sua solitudine, anche in mezzo a tante persone che gli vogliono bene, quella compagna che conosco anche io, che forse conosciamo in tanti e a cui diamo nomi e volti e significati diversi.

Sapete, anche noi che scriviamo tanto, che raccontiamo, che cerchiamo di catturare momenti sensazioni emozioni, che proviamo a rendere immobili ed eterni momenti che invece non hanno niente di stabile, sappiamo che oltre le descrizioni che facciamo al mondo di ciò che sentiamo, c’è ancora un abisso, nascosto, scuro, che non possiamo definire completamente inesplorato, perché sappiamo bene come ci si sente quando ci sprofondiamo, e lo temiamo. È per lui che scriviamo, per cercare un antidoto, una pozione magica che lo renda innocuo, un sonnifero nelle notti insonni.

Pippo aveva fatto un riferimento al tuo navigare caro Antonino, con il tuo cognome; associo anche il mio: tu Tamigi io La Valle. Pezzi di una natura che sa presentarsi quieta e docile, ma che può trasformarsi in esondazioni e terremoti. Non sappiamo mai, dall’esterno, come e quando cambierà la forza dell’acqua e quanto ruggirà il tuono della terra. Sappiamo solo che tutto può essere sconvolto e che quando la calma torna, tutto, troppo spesso, ha un senso nuovo.

Ecco caro Antonio, in questo mio racconto non troverai la specificità dei passaggi, la cronaca precisa di una serata che è stata emozionante ma in maniera troppo particolare per renderla generale. Eppure immagino che tu capirai, forse più dei presenti, cosa ho voluto raccontare.  A presto.

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