Una vita a foglietti

Alexander Romanovsky inaugura i concerti della XXXI Edizione delle Corti dell’Arte

È arrivata la XXXI edizione delle Corti dell’Arte e la prima parola che Eufemia Filoselli, storica presentatrice della Rassegna usa per il suo saluto è: speciale.

Un’edizione davvero speciale perché ha rischiato di non esserci dopo quella del trentennale e che ha continuato ad esistere grazie all’impegno di un Comitato di cittadini, nato spontaneamente, per tutelare quello che, a ragione, è considerato un patrimonio di altissimo valore culturale per la nostra città. E in questa edizione che segna l’inizio di un nuovo decennio, segnaliamo un’altra, importantissima, novità: la nuova figura del direttore artistico. A Felice Cavaliere, l’uomo che ha creato, con l’Accademia Jacopo Napoli tutta questa bellezza, gli succede il figlio Giuliano. Pianista, Professore al conservatorio di Potenza, Concertista, ha avuto nel suo destino il legame fortissimo con l’Accademia essendo nati nello stesso anno, il 1987. Dunque persona che raccoglie il testimone non come un gesto dovuto, ma come giusto riconoscimento per la sua maturata competenza sul campo.

Tutte queste novità devono aver commosso anche il tempo, tanto da non saper trattenere lacrime di pioggia che hanno impedito alla Corte di San Giovanni di ospitare la prima serata in musica che si è dovuta spostare nella Sala Consiliare del Comune. Ci abbiamo perso in atmosfera, ma guadagnato di certo in acustica.

Ad esibirsi Alexander Romanovsky, pianista di grande talento molto legato alla nostra terra, tanto da decidere, giovanissimo, di trasferirsi proprio in Italia per i suoi studi all’Accademia Pianistica di Imola.

Le sue interpretazioni hanno avuto palcoscenici di notevole importanza internazionale, da Amsterdam a Madrid, da Mosca a Tokyo, dal Cile a Milano, oltre alle regolari collaborazioni con i maggiori direttori del settore. Notevoli anche le sue pubblicazioni e la carica di Direttore Artistico del “Vladimir Krainev Moscow International Piano Competition” dal 2014.

Vi confesso che tutte queste notizie non le avevo lette prima del concerto. Sono anni ormai che seguo la Rassegna e mi fido ciecamente delle scelte dei suoi direttori artistici, passati e anche presenti, per cui immagino già di quale spessore sarà la serata.

Per poter sperare in una visuale migliore, mi approprio di una delle sedie alle spalle del pianista, col pubblico di fronte, perché deve essere bellissimo seguire il movimento delle mani e l’effetto che ottiene sulla platea, ma purtroppo non è possibile restarci su quella sedia.

Ciò che mi resta è un posto sulla finestra. E devo dire che non mi è andata male. Il vento leggero che mi rinfresca la pelle, si aggiunge all’emozione delle prime note che partono: Chopin e Listz in programma.

C’è qualcosa di impossibile da quel suono che senti arrivare; la velocità con cui immagini le sue dita che si muovono sui tasti e quell’aria già rapita, un sopracciglio all’insù e corse frenetiche, un saliscendi vorticoso, una leggerezza spensierata. E di colpo, dopo un solo attimo di pausa, di nuovo via veloci, con un quasi sorriso che gli sfiora il volto.

C’è una mano che si alza alta sul piano, ma la musica continua ancora veloce, frenetica. Non possono essere solo dita quelle che corrono sui tasti. È quel mondo che guarda dietro gli occhi chiusi, è l’ardore di una passione che rende l’esercizio tecnico il mezzo per regalare brividi. E non quelli della serata fresca che mi colpisce alle spalle.

Il suo piegarsi sui tasti, quasi a toccarli col corpo, come a cercare di leggere ancora un nuovo segreto, ancora una briciola di sensazione nuova. Ancora. Dopo anni di studio, di ripetizioni, questo brivido, quello di stasera è per noi.

Arriva un passaggio come di un motore acceso, un rombo intenso e breve, qualcosa di veramente grande appena sfiorato e subito perso. Nella delicatezza successiva c’è tutta l’intensità di quell’attimo, di quel traguardo raggiunto ma non afferrato completamente.

Alti e bassi. Leggeri e intensi. Come i suoi passaggi, come la sua musica, come le rincorse dietro note rivelatrici. Noi ci siamo, ma non per lui. C’è sempre quell’altra cosa da vedere, quella sensazione da cercare, da cogliere, da intuire. Il nuovo nel vecchio, il conosciuto scavalcato dall’imprevedibile.

Il freddo adesso sembra pungente, i brividi aumentano. Voci e rumori dalla strada che non riescono ad intaccare la magia di una pioggia di note che si inseguono, cercano di spiegarsi, di interrompersi, ma sempre di dare un senso.

Quando comincia con tanta lentezza ti senti come coccolato da quella musica, ma è solo un attimo. Tutto diventa ben presto di nuovo ricerca, di nuovo scoperta. Apri porte dove immagini di trovare cose, ma non ci sono mai oggetti, solo pezzi sparpagliati di cuore che non sanno ancora ricomporsi. E corri, e cerchi di incollare, di sistemare.

Per uno strano gioco di riflessi e di luci, mi arrivano le immagini delle sue mani. Le vedo rincorrersi, nei polsini immacolati della camicia, con le vene in evidenza nello sforzo fisico della rappresentazione. Strano gioco. Lui seduto e quelle mani che corrono…

L’applauso nel breve intervallo è fragoroso, scrosciante. Si è allontanato, ma tutti aspettano di rivederlo senza smettere di battere le mani. Come a ridare vigore, come a riprendere forza come se avessimo suonato anche noi.

Le prime note del rientro hanno qualcosa di drammatico. Note dure, fatica pura. La loro ricerca si fa con fatica. Anche l’effetto su di noi è più violento. Impauriti da quelle note che avanzano forti e lasciano un sottofondo, un rimbombo, come a voler rimanere impresse nell’aria, come a prendere possesso dell’intera sala, di noi tutti che diventiamo prigionieri di qualcosa che non vediamo ma che ci avvolge completamente. Per un attimo aria quasi calda, o è quell’abbraccio che ha cancellato il freddo della sala?

Lui, lì, con la bocca assapora quella musica. Se ne nutre. È incredibile come diventi fisico il suono, il lavoro, la performance. Ogni parte del corpo accompagna le mani che non si trattengono, sfrecciano sui tasti e chiedono solo di essere rincorse.

Il mondo fuori non si accorge di noi. Noi qui abbiamo tutto il mondo. Un numero preciso di tasti bianchi e neri regalano scampoli imprecisati di vita, scavano in profondità e ognuno, laggiù in fondo, raccoglie i propri segreti.

Non so se quelle che arrivano sono le ultime note, ma le sta affrontando con una fatica visibile, fisica. È la corda con cui ci lega definitivamente. Siamo le sue prede e forse non sa neanche perché. Ci ha catturati involontariamente, inconsapevolmente. Per questo ora si addolcisce, per poter sciogliere i nodi delle nostre funi e lasciarci liberi di tornare a casa, a ripensare a quanto ci ha donato, a quanto ha saputo ricreare ancora una volta per lui e, per una volta, per noi.

Sembra quasi essere sorpreso lui stesso da quegli attimi di dolcezza, come se non si aspettasse di poter riprendere fiato dopo le enormi fatiche. Poche, pochissime note lente e lontane tra loro. Piccoli grandi respiri per noi e i nostri applausi ammirati e sinceri.

Ci saluta ci ringrazia ma ci regala un altro pezzo.

È altro. È delicatezza, è una carezza, è un soffio, è un modo per lasciare quel carico pesante, è una passeggiata leggera. È canzone per l’anima, è musica del cuore, è il racconto di un amore senza nome e senza volto. Tutti i movimenti sono lenti, come dopo lo sfinimento dell’amore. Solo dolcezza, solo sentimento. Meraviglia.

Ma non ci lascia. Questa serata non finisce. Lui ha ancora da dare, noi abbiamo ancora voglia di prendere.

Lui si riaccomoda, cerca un altro racconto, preludio di nuove avventure, di nuove ricerche, di nuove scoperte. Noi accettiamo tutto, soggiogati da così tanta bellezza e talento.

Gratificato e riconoscente torna di nuovo allo strumento. Musica civettuola, ansiosa, frizzante. Sono tante mani che suonano, sicuro, perché sono tante voci quelle che parlano: forti, sovrapposte in sottofondo e in primo piano. Le beviamo come assetati, ma non è acqua, è qualcosa di più, che inebria e confonde e di nuovo travolge.

Siamo qui, più che mai alla sua mercè e forse lui crede il contrario, visto che non lo lasciamo andare…

Ormai è standing ovation!

Di nuovo Listz. Atmosfera quasi irreale. Lui continua a suonare, penso che da quelle mani potrebbe trovare musica adatta a noi per tutta la notte. Ma è per noi? O è per lui? C’è un mondo troppo grande da tenere a bada dentro quelle mani, non può bastare una sola ora per raccontare tutto. C’è una trasformazione quando si siede davanti a quell’oggetto di passione. È un rapporto a due, un duello personale, un testa a testa tra chi cerca e chi dà. Noi siamo i fortunati che da tanto sforzo ricevono il prezioso dono della musica.

E restiamo ancora qui. Il sentimento che vuole lasciarci è la dolcezza. Con quanta delicatezza ora accarezza il piano. Come a spolverare piccoli granelli di sofferenza, di vecchi rancori e lasciare posto solo alla purezza di un animo buono, profondo, cosciente, commovente.

Non c’è più la giacca, i polsini si sono aperti, il sudore rende visibile lo sforzo immenso.

Questo articolo è finito un sacco di volte e tante volte è ricominciato. Come questo concerto su cui non sembra si possa scrivere la parola fine e forse davvero non la scriveremo nei nostri ricordi.

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