Una vita a foglietti

Antonello De Rosa e lo stage di Jennifer

JenniferAl teatro del Centro sociale di Salerno, sabato 3 ottobre, si è tenuta la serata finale dello stage nazionale di Antonello De Rosa: Jennifer.

Il testo originale, scritto da Annibale Ruccello, è uno di quelli più conosciuti, anche per le molteplici interpretazioni che ha avuto.   E la prossima si preannuncia veramente molto intrigante ed originale: quello che in partenza era un monologo, con l’intervento esterno di un solo personaggio, si moltiplica e si frantuma attraverso la materializzazione di tanti interpreti e la presenza di più Jennifer, uomini o donne non importa, così come è nella radice di questo staordinario personaggio, immagine scenica di ognuno di noi nella dispersione della solitudine e della ricerca d’affetto e amore.  La curiosità per questa ennesima sfida che Antonello De Rosa ha voluto affrontare, accompagnato nella parte tecnica da Gina  Ferri, sale dunque in maniera esponenziale. E come sempre, non deluderà.

Anche a me, che ho avuto il privilegio di seguire passo dopo passo questo lavoro, aver vissuto ogni giorno i tormenti che ha provocato, non concede il vantaggio di essere pronta, non più di ognuno dei tanti spettatori seduti in sala.

L’emozione è palpabile. Il sipario che si alza mostra il buio, una piccola luce illumina una Jennifer seduta di spalle, con la testa altrove, intenta ad accarezzare ricordi. Ricordi di una serata tra tante, ma che si trasformano in quella che ti può cambiare la vita, che ti regala un’occasione. E le note che escono dalla radio, compagna assoluta di vita, vanno proprio a scovare quella canzone, quella della notte in discoteca.

Jennifer 2Figli delle stelle e la mente diventa viva. Le luci al centro del palco si accendono, i fari illuminano persone che sono reali e immaginarie. Loro sono la mente, rendono materiale e reale ciò che non può esserlo per nessuno!

È così che inizia la nuova storia di Jennifer, questa donna uomo, o solo persona, che affronta il tema principale della vita: viverla.

Per lei, da quella serata in discoteca, quella che le ha regalato l’incontro con Franco, questo nome che si moltiplicherà all’infinito, inizia la vita dell’attesa. Un’attesa continua, completa, assoluta, che avviene solo dentro casa. Una casa che noi vediamo come il palco, ma è ogni angolo dove lei vive: la sedia dove ascolta la radio, il tavolino dove si apre al mondo. Lì c’è il telefono. L’incubo materiale di questa attesa. Ogni squillo ha come unico destinatario “Franco”: Franc si tu? È una preghiera più che un intercalare. Non è solo la voce che chiede, è la mano che prende la cornetta, è il passo veloce e smorzato che la avvicina al tavolo, è il volto segnato dalla speranza e dal timore. È come sempre tutto il suo corpo che partecipa in maniera dolorosa a quel vissuto che la strazia, ma da cui non riesce a sottrarsi.

È la vita di Jennifer che conoscevamo, ma non è sempre quella. Ora le persone che ha sempre ascoltato dentro una scatola metallica, prendono vita. Da quella radio invisibile ma più che reale, Rossella De Martino dal vivo canta “La bambola” di Patty Pravo. Da un corpicino così piccolo, non sembriamo aspettarci tanta forza. Ma c’è e si trattiene pure, perché la canzone e il viso raccontano ampiamente un altro pezzo  della vita di Jennifer.

Gloria, (Laura Saviello) è la prima speaker di RADIO CUORE LIBERO, dove si possono fare dediche e arriva la telefonata di Annunziata (Gerardo Trezza). Altre vite che raccontano le proprie passioni, i loro amori, quelli che hanno vissuto per davvero. Inquietante la trasformazione di chi arriva dalle quinte, lo sguardo rivolto a quel tavolino del telefono. Per tutti è sempre lui l’incubo. Ma basta indossare le cuffie e il mondo “finto” prende vita. Sorrisi, smorfie, complimenti e partecipazione si materializzano in Laura per accontentare Annunziata e la sua “Sono una donna, non sono una santa”. E quando la cuffia viene tolta, immediato è il ritorno all’apatia, a quel mondo di anime che vagano informi e vuote.

Ogni scena, ogni canzone, è sempre interrotta da quello squillo tremendo: Franc’ si tu? Per scoprire dall’altra parte un’altra persona, quelle che arrivano a causa dei “disguidi” telefonici, quelli per i fili marci dentro i muri. E conosciamo Giorgio che fa scaldare la voce a Jennifer. La “punta di acidità” è altissima. Scommetterei su una telefonata improvvisata. E per questo colpisce ancora di più.

Come nella piena intimità della sua camera, Jennifer va a togliersi il cappotto di cavallino che indossa. Un costume che non è entrato in scena per caso, ma che racconta un altro pezzo di vita, una vita condotta per strada, da un altro dei personaggi di Antonello e che lui non dimentica. Di colpo il pubblico si zittisce. La sottoveste azzurra vertiginosamente corta, ha questo potere!

Ma il telefono ritorna, un marocchino le rivolge oscenità che non vengono dette, ma chissà perché noi le ascoltiamo forti e chiare e il pubblico ride convinto a queste battute sconce.

Si alternano le speaker, così come gli ascoltatori che partecipano raccontando altre forma di solitudine, come per il contrasto tra Lucia Adinolfi e Gian Maria Labanchi. Lei perfetta bambolina vuota, tutta sorrisi e scodinzolamenti, lui, in realtà Sonia riconosciuta da Jennifer, solitario e timoroso con la teoria delle anime di plastica, della solitudine che sconvolge e destabilizza amplificata dalla televisione, con le poesie che raccontano la lunghezza delle notti infinite.

È poi l’ora del commendatore innamorato di  una fortunata Luana, insomma, tanta gente che non c’entra niente con la realtà di Jennifer, ma a cui lei chiede uno spiraglio di vita. Lei si aggrappa  a quelle interferenze come se fossero le sue boccate d’ossigeno, quelle che le permettono di raccontare il perché della sua attesa, il suo stare in casa senza uscire. A quell’ora del giorno può arrivare Franco, perché è così che le ha promesso…

Alla radio cambiano i programmi e Caterina Ianni inaugura la figura delle giornaliste che arrivano con i racconti di cronaca e maniaci in agguato, a cui seguiranno Martina Villano e Camilla Levita. Voci, voci parole ripetute all’infinito…

Ma non dimentichiamo che quella è la casa di Jennifer e lei, nella sua intimità, fa quello che ogni uomo ripete tutti i giorni: la barba.

La ricerca di una nuova stazione, interferenze e finalmente  Le nozze di Figaro. Prepara il tavolino la ciotola la schiuma, nel frattempo una luce verde al centro illumina figure di donne allineate. Ivana Giugliano, Caterina Ianni, Rosanna De Bonis,  Maria Scognamiglio, Martina Villano, Rossella De Martino. Ma potrebbero essere chiunque. Anche se non illuminate in viso, anche se fanno tutte lo stesso gesto, identico a quello di Jennifer, raccontano una storia diversa. È una scena su cui si potrebbe discutere a lungo, ma ora, qui, racconteremo di quel viso, quello più illuminato, quello che con sofferenza usa una lametta da barba per cancellare qualcosa che non riconosce come appartenente al suo spirito. Un corpo che va “ripulito” da un difetto.

E subito dopo la dedica che si concede lei stessa, come ogni sera: A Franco da Jennifer che l’aspetta fidente, come ripete Daniela Guercio, dopo il solito passaggio dall’anonimato alla vita e ritorno.

La canzone scelta è cantata da Ivana Giugliano. Queste performance dal vivo, alzano il livello dello spettacolo di molti toni. Bella e brava nell’interpretazione che ricorda una voce storica della nostra tradizione: Mina. E scusate se è poco.

C’è un altro gioco che Jennifer fa sempre, quello dei vestiti, o delle vestaglie. La sottoveste azzurra che si sostituisce con una nera, e la vestaglia diventa quella della sera, gialla, lunga, con la coda, quella per essere “in ordine” e non apparire “sciatta” se dovesse arrivare una visita all’improvviso.

Che arriva per davvero e Jennifer corre a ad aprire: Franco ‘si tu?

No.  È Annalaura Mauriello nelle vesti di Anna, la vicina di Jennifer. Il loro dialogo, il grande contrasto tra la sua giovane età e il vissuto del personaggio, scompare dietro una recitazione profonda, partecipe, veramente vissuta. Stare su un palco con Antonello Jennifer, non deve essere proprio la cosa più semplice da fare, ma a lei riesce benissimo. Le vere false confessioni che si fanno, il tirare in ballo la fede, le delusioni, le speranze , condite dalla mimica di Annalaura su quello sgabello da cui tira fuori innumerevoli situazioni e quella camminata di Jennifer, sono un racconto nel racconto. Jennifer ha la grandezza di saper far ridere di sé, della sua ignoranza, della sua filosofia pratica, e allo stesso tempo spezzarti il cuore per la tragedia che nasconde dietro ogni parola, ogni gesto. E che si perderà di nuovo nei ricordi, quando parte la musica di Bau, Rachel dal film di Almodovar “Hable con ella”.

Fa di nuovo impressione vedere quei pensieri che prendono vita, si materializzano dentro quel cerchio che è il confine della sua mente, il luogo dove noi possiamo “guardare” ciò che lei ricorda. Ancora una volta ripenserà al suo incontro con Franco, Mario Odato e Gerardo Trezza, la Jennifer della memoria.

Anche Jennifer balla a casa sua, accarezzando le spalle di una turbata Anna, facendosi accompagnare da quelle note sensuali e tristi… e guarda i pensieri che guardano lui, interrompendo il ballo, in attesa di novità. Ma la realtà è dura. Ancora un DRIIIN. La mente perde i ricordi gioiosi e resta il vuoto. Ancora una volta vuoto e silenzio.

Quella è la telefonata che Jennifer non accetta, quella che chiude subito, di nuovo non è per lei, ma non vuole sia per nessun altra. Lo sguardo di Anna chiede pietà per sé, per un’altra storia che potrebbe essere reale in questo mondo finto, ma Jennifer non gliela concede.

E quelle sedie messe in cerchio, a delimitare il confine immaginario tra realtà e finzione, vengono occupate: Pasquale Senatore, Marco Ronca, Mario Odato, Alessandro Tedesco, Brunella Peduto, voci dalla radio, timori e raccomandazioni ascoltate e che restano in quella testa, in quel cerchio a rincorrersi come un’eco senza fine fino a che ogni cosa detta perde anche il suo senso.

…e il telefono. Ma questa volta è una voce conosciuta. È Genisa, l’amica. A lei si può dire la verità, quell’attesa che la sta snervando, a cui continua ad aggrapparsi, ma che perde forza ogni giorno di più. Quando finisce e rialza il telefono cercandola di nuovo, fa tenerezza. E piange. Cosa ha messo in quelle lacrime?

La radio compare anche quando non dovrebbe, ma Antonello in scena cancella tutto il resto, finché non arriva il momento di Angela Vitaliano che annuncia il meglio del repertorio di Mina: Amaro è ‘o ben, …amari i baci che mi davi…

Ma la calma dura poco. Anna ritorna, con la tragedia dell’uccisione di Rosinella, la sua gatta. È un’accusa una minaccia uno sfogo e come sempre tutto è esagerato, richiede la presenza di tante Anna: accanto ad Annalaura Mauriello ci sono anche Teresa Massaro, Ludovica Labanchi, Mirella Costabile, Rosella De Martino, ognuna con la sua rabbia, ognuna desiderosa di gridare il proprio disappunto a lei, “LA PAZZA” Jennifer. Alzare quel dito per scacciarle costa una fatica immensa.

Il telefono suonerà ancora, per davvero, ma non sarà la sua mano ad alzare la cornetta. Non è una telefonata sola, sono tante, tutte quelle possibili, tutte quelle che iniziano con gioia e finiscono con urla e dolore. Ivana Giugliano, Caterina Ianni, Antonella Mariella, Gian Maria Labanchi, Mario Odato, Maria Scognamiglio, Rosanna De Bonis, Marco Ronca saranno le voci e le lacrime di altri, degli altri che passano attraverso le sue labbra.

Lei  immobile al centro della sua mente, le mani che si intrecciano cercando qualcosa da stringere, ma è il vuoto quello che raccolgono. Gli occhi sono sempre più spenti, il corpo comincia ad ondeggiare sotto il peso dei colpi di quelle voci che arrivano da fuori e si scontrano con il suo “dentro”. E frantumano tutto. Mentre il carillon suona, suona,  a scandire il tempo che passa. Sull’ultimo giro gli occhi sono completamente bassi. La testa è invasa da quei pensieri, tutti ormai, che invadono il palco, rendono instabile quello che è già fragile.

Poi silenzio, buio e una sola luce. Uno spiraglio che permette a Jennifer di guardare quei pensieri che hanno raggiunto un ordine nel cerchio della sua mente. Non parlano, non gridano, non si muovono. L’unico movimento è dato dalle sue labbra: una preghiera? Forse, prima dell’ultimo gesto. Estremo.

E ancora una volta DRIIIN e nessuno più a rispondere.

È difficile continuare a scrivere dopo questi ricordi, come difficile è stato per Carmela Novaldi entrare in scena, come sempre per lei dopo Jennifer, a cui non è mai abbastanza pronta, dopo le innumerevoli volte che l’ha vista. Perché Jennifer non si va a rivedere a teatro, si va a ritrovare.

Ma c’è da raccontare che questo è il risultato di uno stage che si è sviluppato in quasi un mese, ma con poche ore in realtà di lavoro vero e proprio. Uno stage complicato per tutti, per chi l’ha scelto, per chi l’ha diretto, per chi l’ha vissuto.

Jennifer 1E Antonello De Rosa spiega che, dopo 18 anni di studi, era nata l’esigenza di scoprire quanto il personaggio appartiene alla persona, perché a volte le due cose possono confondersi. E allora c’è bisogno di “graffiare” i sentimenti per ridare vita anche al personaggio. E ringrazia i ragazzi che gli hanno permesso di entrare dentro quelle sottane, così tante volte indossate, attraverso percorsi diversi, quello di ognuno di loro, privato, difficile, ma che hanno offerto per se stessi e per Jennifer, per regalarle altri anni ancora di lunga vita.

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