Una vita a foglietti

Arte Tempra – 15° Rassegna, l’inizio è per Renata Fusco con Alia

AliaDebutto alla grande della quindicesima rassegna teatrale Autunno Cavese della scuola Arte Tempra, apertasi domenica 8 e lunedì 9 novembre, ancora una volta nell’accogliente sala dell’Auditorium “De Filippis” dell’ IIS “Della Corte – Vanvitelli”.

Il primo spettacolo è Alia, un eccellente testo, profondo ed illuminante, scritto e diretto dalla signora Clara Santacroce, responsabile della scuola teatrale, e interpretato dalla figlia Renata Fusco, attrice, ballerina, cantante, doppiatrice. Insomma un’artista davvero completa. E di livello nazionale, dati anche i suoi luminosi trascorsi (tra l’altro,  è stata una delle attrici preferite da Roberto De Simone, coprotagonista di Grease con Lorella Cuccarini, voce italiana della protagonista nel film-musical internazionale Il fantasma dell’opera)

Sono presenti in sala anche la scrittrice  Dorotea Memoli Apicella, autrice del libro Io, Trotula (sulla leggendaria figura della donna medico della Scuola Salernitana), da cui prende spunto il primo episodio,  e la nostra Elvira Santacroce, che ha “prestato” alcune delle strofe del suo libro “Chiagnite Crestiane!” per l‘ultimo episodio del testo, dedicato a Luisa Sanfelice, vittima della repressione monarchica dopo la rivoluzione napoletana del 1799.

Già da queste poche note, e dal titolo (che latinamente significa altra, nel nostro caso con le sfumature di “diversa” e “diversamente trattata”) si può intuire che il tema principale sarà la donna. Donne, direi. Le tante protagoniste sono rivissute tutte attraverso Renata Fusco, accompagnata da personaggi vari, e non certo gregari, interpretati da Giuseppe Cardamone, Pasquale A. M. Senatore e Luca Senatore. Balleranno, canteranno, reciteranno per la durata dell’intero spettacolo incantando tutto il pubblico. Bellissimo scoprire un livello così alto di recitazione in tutti i componenti del gruppo. Potenza del lavoro!

Ho immaginato, mentre sedevo e venivo rapita dall’atmosfera di pulizia e perfezione che sempre mi prende quando vedo uno spettacolo targato Arte Tempra, di raccontare ciò che vedevo nell’ordine che mi si mostrava. Ma alla fine dello spettacolo una frase mi ha fatto cambiare l’ordine delle cose: “…è una produzione d’amore”. Sono state queste parole, legate a quelle di presentazione della signora Clara all’inizio, che si sono legate a chiudere un cerchio già di sé perfetto che si è riuscito a ricreare in questa sala stasera.

L’amore, il rispetto, la responsabilità, la passione e la professionalità, unite alla ricerca della perfezione, hanno dato vita ad uno spettacolo magnifico, emozionante e talmente pieno di contenuti, che, vi avverto, cercherò di dettagliare, rivivere e far rivivere il più possibile. Il compito del teatro è anche questo: raccontare emozioni, la cronaca la fanno i giornali. La storia insegna tanto, non c’è bisogno di dover pagare ancora adesso ancora oggi la meschinità e la povertà di sentimenti che esistono da sempre. Ma a quanto pare, non è stata lezione ben tramandata se la menzogna e gli interessi ancora regnano sovrani sulle nostre esistenze.

Le donne dicevamo. Le donne hanno fatto parte della storia, ne hanno vissuto gioie e dolori, hanno partorito figli che hanno dovuto sacrificare o incoronare, ma non sempre il tempo ha restituito a queste figure un ruolo. Non giusto o sbagliato, semplicemente un ruolo vero. Delle donne di cui si parla in Alia, come di tante altre che hanno attraversato i secoli passati, le storie non sempre saranno raccontate da episodi certi. Il forse, il dubbio,  la leggenda e la storia scritta si confonderanno sempre e sarà il nostro cuore, la nostra memoria e la nostra speranza a ridare vita a quelle anime che non esistono più, ma che pure esisteranno sempre.

Ma torniamo allo spettacolo.

Cala il buio in sala, le uniche luci sono quelle degli spartiti dei musicisti che suoneranno dal vivo, grazie al gruppo Ensemble Antica Consonanza del maestro Guido Pagliano, e poi  Gabriele Rosco, Peppe Palladino, Gabriele Pagliano,  ancora in contrasto con “la modernità”.

Un casale, anzi un rudere e il mare magicamente si materializzano sui veli della scena che non riescono o non vogliono coprire questa bellissima immagine.

Trotula De Ruggiero è la prima protagonista, il tempo è quello della Scuola Medica Salernitana. La donna che compare sulla scena è completamente coperta, abito bianco e grigio che copre anche la testa e il viso, ma non nasconde assolutamente nulla. La morbidezza e la forza insieme dei movimenti escono prepotentemente fuori, anche quando sono rinchiusi dentro le colonne di velo, morbide agli occhi ma che stritolano una vita e i suoi pensieri.

La sua passione per le scienze e la magia delle erbe. Il suo guardare alle donne come esseri umani su cui vedeva compiere ingiustizie e violenze, ma che venivano fatte passare come colpe e peccati. Renata – Trotula parla e difende il suo operato mentre le voci dei tre uomini ribattono con tutti i pregiudizi del tempo, ma che riconosciamo ancora come troppo attuali. L’orrore della guerra del 1076 nella sofferenza dei corpi che in quelle condizioni si somigliano tutti e l’amore per l’estetica intesa come possibilità di sopravvivenza per una donna. Il marchio di Eva, il marchio dell’ignoranza che accompagna da sempre la storia delle donne, anche quelle fortunate come Trotula. Tanto fortunata da aver potuto, anche se per lo più coperta dalla prepotenza maschile, vivere la sua passione. Passione che l’ha portata a conoscenze profonde, ma le cui  qualità sono state quasi soffocata dalla leggenda. Non dovrebbe essere la storia a scrivere di una donna, dovrebbe farlo da sola. “Sono e rimango soltanto una donna che ha preteso di muoversi in un campo prettamente maschile”.

Dalla città Campana si viaggia poi fino in Sicilia e passano molti anni, siamo nel 1563. L’accento dell’isola risuona sul palco, perché i cantastorie ci stanno già raccontando “L’amaru casu di la Barunisssa di Carini”. Storie di accordi, interessi, di taciti tradimenti sopportati finché fa comodo, ma che vengono portati alla luce quando si scopre che un “delitto d’onore” e un duplice omicidio “ben distribuito” tra le persone interessate può restituire una dote al padre e permettere al marito tradito di entrare in possesso della metà dei beni dell’amante. Interessi che schiacciano vite e amori che sarebbero potuti vivere alla luce del sole, ma che una legge fatta da uomini non concede. Un’immacolata Renata – Laura, ora vestita tutta di bianco, vaga con la sua rabbia, il suo dolore e tutta la sua impotenza in quel castello che l’avrebbe dovuta vedere felice, ma che l’ha imprigionata anche dopo la sua morte, perché non c’è pace dietro le ingiustizie. E la frase scritta sul nuovo edificio costruito sulle ceneri del vecchio dimostra il sopruso del forte e il rischio dell’oblìo del debole: Sia cancellato il passato e tutto sia rinnovato. Eliminare queste vite era l’ignobile, ma unica scelta, che potevano compiere coloro che le avevano sopraffatte. La chitarra che passeggia sotto il palco sottolinea una musica pesante, da tragedia.

Per il terzo atto Luca suona anche il vibrafono, mentre funge da giudice durante il processo che vede il pittore Agostino Tassi incolpato di violenza su Artemisia Gentileschi, artista figlia di Orazio. Qui Renata – Artemisia arriva vestita di viola e rosso scuro. Il mantello che la avvolge, bellissimo e pesante, sembra voglia proteggerla da quel tremendo destino che prima rende vittima la donna e poi, torturata e trascinata in tribunale, la costringe a raccontare minuziosamente ciò che ha subito, esponendosi alla vergogna e all’infamia di una macchia che resterà per sempre, anche senza sua colpa. Quando descrive anche a noi il ricordo dell’abuso, brividi di dolore mista a rabbia salgono su per la schiena. Non è una storia nuova e non è una storia finita. Il vessillo protettivo di una donna è la reputazione, e quando è macchiata la sua vita perde di valore. Ad Artemisia non fu mai concesso di difendersi basandosi sulle proprie aspettative artistiche, sul suo modo di concepire la vita e la passione che ardeva forte nelle sue mani. Il mondo dell’arte non prevedeva pittrici, non commissionava lavori ad una donna, non le permetteva di avere modelli. Talento e forza, quando sono le doti di una donna, possono diventare armi a doppio taglio, che incidono la sua stessa vita.

Nell’ultimo atto ci trasferiamo a Napoli, dove non può mancare Pulcinella. Pasquale ci regala una canzone di nespole e sorbe e quel frutto mi fa venire in mente un libro bellissimo scritto proprio da Elvira Santacroce, Sorbe pelose, gravido di mille spine di donna. Ancora ricordi di donne e ancora una donna protagonista, presentata dai nostri tre accompagnatori Pulcinella: Luisa Sanfelice.

Renata – Luisa si presenta quasi da popolana, capelli sciolti, spalla scoperta e una vitalità frizzante. Essere stata giovane, bella e innamorata in un’epoca di chiusura, lascivia, tresche, ricatti e interessi personali (era il 1799 o è oggi?), non ha certo giovato a quella ragazza travolta dalla storia con la semplicità e la forza con cui l’amore aveva travolto il suo giovane cuore. Luisa e l’amore, Luisa e la rivoluzione, Luisa e il suo semplice tentativo di vivere una vita e un amore e che si è ritrovata protagonista “per caso” della rivoluzione napoletana che l’ha voluta infine vittima discussa e dilaniata. Attraverso le parole di Eleonora Pimentel Fonseca, Luisa fu la vera eroina della nascente repubblica napoletana, avendo fatto involontariamente smascherare la congiura filoborbonica dei Baccher (cosa che Re Ferdinando non le perdonerà mai e che sarà la causa prima della sua condanna). Luisa forse, aveva solo cercato di regalare una via di scampo ad un uomo che amava. Ma alla fine, fino ai nostri giorni, sono arrivate storie diverse, dove realtà e leggenda, fantasia e dati storici si contendono le carni di una donna, come le belve con la loro preda. E dai suoi brandelli non si può più riconoscere la reale fattezza dell’essere, solo immaginarla.

Questo che ora mi regalo non è un altro atto, è solo uno spazio per Renata Fusco. Nello spettacolo non ha messo in scena solo la sua bravura. Quella è già documentata, per sua fortuna non da leggende, ma da fatti reali. L’ho vista vivere le vite di quelle donne che ha riportato alla luce, non con la forza della rabbia che può nascere dal sapere quanto sia stato loro negato, ma con la maturità del saper essere ognuna di loro, forte e reale proprio nell’epoca in cui sono vissute e con la vita che è stata loro concessa. Nel corso dello spettacolo sono cambiati  i toni della voce, la velocità dei movimenti, la padronanza del linguaggio, la provocazione del corpo. In due ore ha attraversato anche lei anni, secoli, spogliandosi il più possibile del suo  reale vissuto, che di certo non somiglia a quello mortificato delle protagoniste del testo. Lei la sua vita l’ha vissuta e grazie al teatro, ne vive tante altre che di sicuro arricchiscono lei, ma anche noi che abbiamo la fortuna di ammirarla.

E dunque eccoci tutti qui, loro sul palco a guardare l’effetto del lavoro fatto e noi imbambolati nelle sedie.

Mentre raccolgono i meritatissimi applausi, lasciano finalmente scivolare sul volto i segni di una tensione davvero palpabile. Sembrano più emozionati adesso che prima dell’inizio. Renata è piena di ringraziamenti per tutti, per la scrittrice Dorotea Memoli Apicella, che emozionata a sua volta ringrazia e “si inchina”, per la zia Elvira, per l’assistente Francesca Senatore, per Giuliana Carbone, ma soprattutto per la mamma Clara. Mentre la invita sul palco, le posa sulle scale il suo mantello a mo’ di tappeto. Un gesto spontaneo che sa di riconoscenza, di gratitudine e di amore.

Amore. Ne vengono fuori a badilate. L’amore è la vera ricchezza dell’uomo e quando si ha la fortuna di poterlo ricevere e anche vivere, allora la storia è davvero bello che scritta.

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