Una vita a foglietti

“Attimi di vita” il calendario  di A.P.D.D.

Questo scritto inizia due volte.

La prima è all’interno della sala dei Gemellaggi del Comune di Cava, quando mi colpisce il silenzio che regna in presenza di tante persone mentre Autilia Avagliano sistema sul tavolo lungo e largo tanti fogli con fotografie in bianco e nero. Io guardo da lontano, intravedo volti e sorrisi e, anche se so di cosa parleremo, non ho ancora visto nulla. L’occasione è la presentazione del calendario dell’Associazione Persone con sindrome di Down e Disabilità intellettiva, un lavoro realizzato con tante collaborazioni: da Simone De Jiuliis per le foto, Bruno Rispoli di Ecopress per la grafica, Grafica Metelliana per la stampa, oltre alla disponibilità di Enzo Criscuolo, Gabriele Casale e Arte Tempra.

Queste sono tutte le cose “pratiche” che vanno sempre ricordate per dare il giusto riconoscimento a chi permette ai sogni di realizzarsi.

E ci sono state interviste per le TV, c’erano giornalisti, a testimoniare l’importanza di un percorso che le famiglie di tutti questi ragazzi Alfonso, Alberto D., Alberto F., Marilisa, Marianna, Valeria, Salvatore, Ilaria, Liliana, hanno deciso di intraprendere nonostante le mille difficoltà perché sanno benissimo che solo da loro può nascere la spinta per poter creare delle opportunità nel domani dei propri figli.

E di certo, di tutte le belle parole che sono state dette, troverete ampio risalto nella cronaca locale.

Io avevo cominciato a prendere qualche appunto, ma poi ho messo da parte carta e penna. Tutto quello che c’era da dire era stato detto. Tutto preciso, tutto ben fatto, non potrei aggiungere nulla di più.

A me è rimasta la profonda emozione di Enzo, di Autilia, di Rosa. Per loro questa non è “solo” una conferenza ma il raggiungimento di un piccolo traguardo. Quella speranza che coltivano, da quando una diagnosi ha comunicato che erano genitori di un figlio con la sindrome di Down, di poter fare davvero qualcosa per creare per loro un futuro. Così è volato tutto il nostro tempo al Comune. Ho potato via il calendario. Foto bellissime, che Simone ha ricordato come momento non solo di lavoro, ma come opportunità di crescita e che ho lasciato a casa oggi pomeriggio quando sono uscita. Almeno così credevo.

Invece quei volti sorridenti, gli abbracci con chi amano, la testimonianza dei loro sogni, dei loro affetti, del batticuore per l’amore che va SU SU e poi GIÙ GIÙ, me li sono ritrovati addosso, per strada, mescolati ai miei pensieri, ai miei problemi.

Mi sono venuti incontro mentre cercavo di trovare per me una risposta alle mille domande che la vita mi propone; alle infinite difficoltà che si devono superare mentre si cerca la retta via, quando si decide di dover camminare nella giustizia e tutto quello che si trova è oscurità e falsità.

E loro erano lì. Io pensavo ai grandi passi che dovevo compiere e immaginavo i loro, che per noi sembrano piccoli, ma che hanno invece le stesse difficoltà. Tutto in proporzione. E mi ha fatto piacere questa compagnia improvvisa, perché come sempre un pensiero arriva e mi spinge a riflettere.

Quello che Autilia, Enzo, Rosa chiedevano in quella conferenza, non era ovviamente l’attenzione del momento che poi, a “riflettori spenti”, si affievolisce. No. Loro speravano proprio questo: che usciti dalla grande sala, ognuno si portasse dietro un pezzo di quotidianità diversa dalla propria. Che ognuno di quei sorrisi, di quegli abbracci così belli nella durata brevissima di uno scatto, così duplicabili dalla possibilità della stampa, fossero, per tutti noi, un pezzo di esperienza nuova. Con cui confrontarsi, da non dimenticare.

Difficile indossare gli abiti degli altri, altrettanto difficile permettere ad altri di entrare nei nostri, di abiti. Però quando accade, credetemi, la sensazione di calore, di condivisione, di compagnia che ti avvolge, è davvero speciale.

Io ero per strada, con il vento che provava a portar via i miei pensieri, ma non ha potuto. Carta e penna sono ricomparse di nuovo e poi non ero sola a combattere: c’erano tutti  quei sorrisi con me, c’erano le loro difficoltà che si sono affiancate alle mie. Eravamo in tanti nel cappotto di una sola.

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