Una vita a foglietti

Compagnia del Futuro – Scarrafunera di Cristian Izzo

scarraOre 21.15

L’ambiente dove arriviamo è nuovo per me, ma l’aria che si respira trova ricordi di anni passati. Mi sembra di scendere di nuovo verso le scale di quelle “cantine” che si frequentavano da ragazzi, quando ogni buco era giusto per stare in compagnia, ascoltare musica, parlare, confrontarsi.

TeCo ci accoglie allo stesso modo: un telo rosso chiude il passaggio alle scale d’ingresso, un altro telo rosso ci separa dal “teatro”. Come sarà non lo so ancora. Ci fermiamo in questa sala “reception” e dentro c’è ancora un altro mondo: carte napoletane inchiodate su un asse di legno guardate a vista da un pupo siciliano, libri non casuali, ma di “contrabbando”, come una forma di rispetto per il nome del posto dove ci troviamo: teatro TeCo Napoli, Fuorigrotta. Da una brochure che ci viene gentilmente regalata, leggo la sua presentazione e mi sembra bellissimo l’accostamento del significato intrinseco “Con te” e le iniziali del Teatro di Contrabbando, a ricalcare quella che è una pratica comune in questa città, ma che qui sta a significare altro, la possibilità di “contrabbandare” talenti, voglia di crescere e di avere spazi che si rubano alle cantine, dove si lasciano liberare le idee che, come il buon vino, nel posto giusto, matura e si presenta perfetto al gusto.

Anche perché qui, i presenti che chiacchierano amabilmente di fatti privati, potrebbero farti credere di essere in qualunque altro posto; italiano perfetto, nessuna cadenza, linguaggio forbito: se questa è la Napoli dei contrabbandieri, ci piace.

E nasce ancora di più l’attesa per quel che sarà. Ho idea che Cristian Izzo stasera voglia prendersi qualcosa dal pubblico: il vecchio modo di pensare e di guardare realtà che siamo abituati a vedere in un certo modo senza cercarne altri. Lui forse vorrà togliere questi limiti e porci delle asticelle un po’ più in alto. Questa è la mia impressione, cosa sarà la realtà lo racconterò più tardi…

scarrafuneraOre 22.30

Lo spettacolo è finito.

Ci alziamo in piedi dopo un applauso lunghissimo, per ognuno dei quattro in scena, più qualcun altro di cui vi dirò.

Pochi “eletti” davvero, ma siamo contenti di essere stati qui, proprio stasera in cui anche Cristian Izzo autore dei testi rappresentati,  ha dovuto mettersi in scena, purtroppo a causa di problemi di salute del protagonista, “U’ piezz d’omm” così citato dal testo.

Ma vorrete sapere perché siamo rimasti così a bocca aperta immagino. Dicevo del Teatro di Contrabbando, ma qui non c’è niente che ricordi merce contraffatta. Questi sono pensieri veri, idee originali, c’è forza viva in questi giovani talenti che molti di più dovrebbero conoscere e apprezzare.

Dicevo dei pochi posti in una sala piccola dove siamo tutti insieme, tra palco e sedie non c’è spazio. Loro ci danno le spalle, l’attenzione è tutta per lo specchio: ognuno il suo,  a grandezza d’uomo.

Cristian Izzo al centro, a sinistra Diego Sommaripa, a destra Alessandro Langellotti. Nascosto ai nostri occhi ma non alle nostre orecchie Salvatore Torregrossa, ci regala la parte musicale. Stupenda. Fisarmonica e oggetti che suonano, entrano ed escono da quegli specchi, dove i tre ammiccano, si guardano, si vestono di decine e decine di gonne, camice, giacche, maglioni, sciarpe. Tanti vestiti, come a raccontare di tante persone, di tante vite accatastate una sull’altra. Un’infinità di voci di sottofondo parlano di una realtà bassa, lurida, di gente abbandonata e che abbandona, di vite perse e mai trovate che strisciano e vivono perché si “muovono”: sono “scarafaggi” o meglio “scarrafun”.

Le tante parole si accavallano, si confondono, si spingono e non trovano sbocchi. Solo il fuoco arriva fin laggiù, a bruciare il covo, a portare morte.

Cosa c’è oltre la disperazione? La speranza. Cosa c’è dopo l’immobilità? L’azione. Cosa c’è dopo l’ignoranza? La scoperta.

E io mi aspettavo il trucco!

All’improvviso quei tre scarafaggi che sono stati lì a gongolarsi nella loro miseria, nella loro bruttura celata da orribili vestiti, occhiali, ciprie di finta bellezza, che si sono amati da soli, abbracciati a se stessi attraverso quegli enormi specchi, ecco che provano a scappare alla morte, cercando di salire verso quella luce che dovrebbe essere la salvezza.

Ma una volta finiti dietro gli specchi la luce li abbandona. E cerca noi. Noi siamo diventati i nuovi scarafaggi, la Scarrafunera di chi guarda dall’alto e vede questi corpi che “credono di vivere solo perché si muovono”, che cercano di sopravvivere a chi li sovrasta, ma poi a ben guardare, dall’alto o dal basso, si vedono solo scarafaggi.

Ecco perché noi siamo rimasti in piedi ad applaudirli, nonostante ci abbiano etichettati: perché la colpa non è di chi lo ha fatto, ma nostra perché lo permettiamo.

Questo mi aspettavo, questo è stato. Il come non lo sapevo ma il genio di Cristian Izzo, la sua “follia”, quella che sta con il ladrone (questa è per noi due) è contagiosa, è quello che merita di arrivare lontano.

Ma con lui ricordiamo Diego Sommaripa e Alessandro Langellotti. Tutti troppo bravi, coinvolgenti, vitali. Buona parte dello spettacolo in silenzio, a parlare solo con quello specchio, ognuno solo, ma poi, quando inizia “la rivolta, la rabbia e il coraggio”, anche il testo da ripetere con forza, con urla, uno sull’altro senza confondersi, fino allo stremo delle forze. Ognuno per sé, ognuno per tutti, per tutti noi, per risvegliare queste anime ricoperte da carcasse di scarafaggi, per ridare una meta a chi si muove per inerzia e comunica senza sapere dove andare.

Tutto questo hanno fatto i ragazzi della Compagnia del Futuro.

E noi ringraziamo il loro lavoro, il loro impegno, i loro sacrifici e i loro sogni, perché possono diventare anche i nostri.

E ringraziamenti vanno al tecnico Alessandro Verdoliva; la sua collaborazione è stata preziosa e con tempismo perfetto. I giochi tra luce e buio, l’essere spettatori e essere guardati sono dipesi da lui e quei fari all’improvviso ci hanno inchiodati alle sedie come le carte all’ingresso.

E poi Alessandro Palladino, “unico superstite del TeCo”, come lo ha definito Cristian. L’ho lasciato per ultimo perché non lo conosco,non so il suo rapporto con il teatro, se lo ammira o ne fa parte, ma ho visto come accoglie chi ci arriva, come aspetta con chi aspetta, come porta vita in un angolo sotto terra che potrebbe forse ospitare solo “Scarrafunera”.

 

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