Una vita a foglietti

Conclusione alla grande della Rassegna Li Curti, con le emozioni forti di “Mamme”, di Ruccello, ed una strepitosa esecuzione di Rino Di Martino.

rinoCasa Apicella è sembrata troppo piccola per questa serata. La gente fuori per strada non era solo in attesa di un po’ di vento, ma soprattutto di Rino Di Martino, l’artista che chiuderà la rassegna Li Curti 2015. Una grande realtà del teatro italiano che finalmente Cava accoglie con un abbraccio numeroso.

Quando ci fanno accomodare, manca poco allo spettacolo “Mamme. Piccole tragedie minimali”, con i testi di Annibale Ruccello.

Tra le sedie e la scenografia preparata c’è pochissimo spazio: ce ne sono volute molte di più stasera.

Un grande specchio poggiato per terra che immediatamente mi ridà l’immagine della matrigna di Biancaneve, pannelli a cui sono appoggiati sacchetti di “familiare immondizia”, pentole di rame, sedie di legno, coriandoli sparsi sul pavimento, una scopa che sa di Befana, un braciere…  insomma, una serie di oggetti che fanno già scatenare la fantasia. E un caldo pesante, un’aria immobile. Ventagli che vengono agitati così forte da far rumore. Ho l’impressione però che, a breve, smetteranno di sbattere!

Due figure escono dal buio della casa, una invisibile in volto, con una coperta, un cappuccio, insomma uno che c’è e non c’è. Arriva, si ferma davanti allo specchio, lo alza e luci illuminano in parte la scena e dietro lo specchio compare l’altra figura. Lui, Rino Di Martino.

È inquietante questa scena. Quello specchio fa immaginare una coscienza, tutto quello che vedi dietro un primo riflesso, dietro l’apparenza e lui, con quei vestiti che sembrano sacchi, come ad eliminare la fisicità dell’uomo che va in contrasto con il petto nudo, abbronzato, che testimonia la sua appartenenza al mondo terreno. Un minuto e già l’animo è in subbuglio.

Il racconto parte; un nome, un personaggio e un pezzo di carbone finisce nel braciere, uno dietro l’altro.  Caterina, la mamma, le sorelle, la zitella, il padre: la stoltezza e la cattiveria. Le lusinghe di chi vuole insinuarsi nella mente altrui e cerca la strada breve: quella delle sole parole. Parole, parole … e poi la fine. Caterina uccide la madre per essere trattata da regina dalla vicina zitella e si ritrova ad essere sua schiava. La nuova realtà che compare nuda e cruda e che diventa peggio di quella che c’era prima.

Poi tutto cambia. Arriva la follia, quella divertente, quella che non basta mai, che non passa mai. Le suore, il manicomio, una falsa Madonna che racconta la visita dell’Arcangelo Gabriele, in una confusione tremenda tra sacro e profano, tra intrecci celesti e tresche terrene. Le battute si sprecano, i doppi sensi pure, il pubblico si diverte. Il camice azzurro sui mutandoni lunghi con tanto di calzino, hanno un loro senso in questo manicomio!

Per la terza storia si presenta con ancora meno vestiti. Ora ricorda un Gesù sulla croce per rimanere tra il mistico e il materiale, uno “straccetto” dalla vita all’inguine, un pediluvio con petali di rose, un turbante che però copre gli occhi. È un racconto che parte a memoria, che si perde nella notte dei tempi. Dietro e dentro lo specchio si raccontano fiabe. E l’ingordigia non può mancare insieme all’orco che sale, piano dopo piano, a vendicare l’offesa ricevuta…, mentre da uno dei pannelli un braciere rischiara, ma solo un poco, con una luce che viene quasi domata quando diventa eccessiva.

Nino D’Angelo arriva a staccare con la nuova signora, quella con il dolore al “trigesimo”, quello che la disturba mentre scopre l’inattesa gravidanza della figlia che è motivo di vergogna.  E la rabbia, gli improperi, le accuse, l’istigazione a scomparire che continua a rivolgerle, “stranamente” inducono la giovane ragazzina a lanciarsi davvero dal balcone: “proprio in quel giorno di grande dolore ai denti!”

Ancora una volta lo specchio: questa volta le persone sono associate ad una melanzana, “uomo frutto della terra?”. Il paiolo si arricchisce di un grande mestolo, lui gira, gira, ad accompagnare l’andamento delle cose, delle storie che si presentano, una dietro l’altra. E come non raccontare quella dei piriti? Stavolta il pannello mostra mani solitarie che pelano patate, forma di vita familiare, regolare, in contrasto con il mondo che ti sommerge e che fa risorgere regine, ma anche mostri.

È ancora la musica che introduce l’ultima donna, quella “moderna”. Albano e Romina ad accogliere la perfetta incarnazione “della mamma anni 80 in balìa completa dei mass media”. Pantalone nero, camicia giallo vivo, assolutamente abbinata con il telefono! Uno splendore. Tra le cozze e i fagioli e Ursula, Morgana, Dieguito, Deborah, Luis Antonio, Adriano e Celentano, Maurizio e Costanzo, come contorno perfetto di una televisione che ha preso il sopravvento nella vita reale e  la necessità di raccontarsi con quelle telefonate interminabili, a dispetto di tutto quello che per davvero succede intorno a lei, perfino di un terremoto, che è solo una breve parentesi  prima di riprenderla…

E sono applausi a scena aperta, standing ovation, commozione generale da Carmela Novaldi a Geltrude Barba e allo stesso pubblico che, a sorpresa, viene invitato da Rino Di Martino, a porgere delle domande.

Il commiato è lungo. La storia che Di Martino si porta dietro, non può occupare pochi minuti, ma alcune parentesi che vengono aperte, confermano lo spessore della persona e l’amore che suscita in chi lo segue.

La carriera teatrale iniziata per caso; l’affetto della mamma di Ruccello che, vedendo il suo spettacolo, lo ringrazia per aver “rivisto” suo figlio; i consigli ai giovani attori, di essere “umili e nudi” e di rivolgere la voce verso il loggione del teatro, perché è lì che si accomodano coloro che amano davvero il teatro e non se lo possono permettere, per questo scelgono il posto meno comodo, ma meno caro, pur di assecondare la propria passione.

Quando “si rompono le righe”, si vede di tutto. Foto, autografi, complimenti, sorrisi ed emozioni.

Per una persona che ha scelto di raccontare in questo spettacolo un po’ tutti i sentimenti che caratterizzano la nostra vita, non poteva esserci niente di diverso.

Gli uomini sono animali strani. Cercano per tutta la vita di arrivare a dei sogni. Quello che non sanno più riconoscere è se questi sogni sono i loro o sono sognati da altri e a noi arrivano di seconda mano, ma preparati così bene da farli sembrare indispensabili. E allora si intrecciano vite e strade e si crea quella confusione che genera la cattiveria, la falsità, la pazzia, il rancore, l’invidia, il disamore. Tutti i sentimenti che ci sono stati raccontati, di cui abbiamo riso perché li abbiamo accomunati ad altri.

Rideremmo molto di meno se ci accorgessimo di  quanto è impregnata la nostra stessa vita di quest’erba cattiva che è l’ignoranza, l’ignoranza dei sentimenti, regina di tutti i mali.

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