Una vita a foglietti

“Consonanze Leopardi Chopin“ la prima, intrigante serata, della XIX Rassegna Autunnale Arte Tempra

La serata iniziale della XIX Rassegna Autunnale di Arte Tempra, segna un principio che avrà un seguito lontano, a gennaio. Non ne capisco le motivazioni, come sempre ci sono “problematiche politiche organizzative”  che mi vengono accennate a fine serata, dopo che i miei sensi hanno gioito dell’ennesima bellezza di questa scuola e, sinceramente, non ho nessuna voglia di confondere piccole beghe con tanta meraviglia. Perché la mia domanda è sempre la stessa: ma ci si rende davvero conto della grande fortuna che abbiamo, noi cavesi, di poter vantare una tale professionalità a nostra disposizione? Noi possiamo ammirare spettacoli di una bellezza straordinaria, possiamo veder crescere giovani talenti che, in tante occasioni, sono stati capaci poi di affrontare palcoscenici nazionali. Insomma, abbiamo tanto, forse apprezziamo poco.

Anche stasera, con Consonanze Leopardi Chopin, Clara Santacroce e Renata Fusco hanno fatto sfoggio della indiscutibile competenza e dell’immenso coraggio che le contraddistinguono. Pensare alla poesia di Leopardi in un periodo in cui la cultura, l’attenzione, la professionalità, sembrano concetti da dimenticare, è davvero una sfida. Con se stessi, con i pregiudizi, con l’attualità.

Ma chi ha frecce nel proprio arco, non teme la battaglia.

La signora Clara Santacroce ha suonato tutte le musiche di Chopin che fanno da colonna sonora dello spettacolo; Renata Fusco le ha raccolte come “un gesto d’amore di cui aver cura” e ha realizzato la regia, le coreografie oltre all’ideazione e alla direzione dei video riproposti in scena realizzati da Giovanni Noviello con l’attrice Giuliana Carbone e l’assistenza alla fotografia di Simone de Juliis. Non ultimi gli elementi scenografici curati da Maurizio Della Rocca, che hanno messo il punto esclamativo su uno spettacolo da ricordare, portato materialmente in scena da Gabriele Casale, Antonietta Calvanese, Luca Senatore, Manuela Pannullo, Gerardo Senatore.

Queste sono le premesse di un racconto che non sapevo immaginare all’inizio. Arrivare ad assistere uno spettacolo che credevo avesse come protagonista “solo” Leopardi, mi incuriosiva per davvero, perché  immaginavo delle difficoltà di intrattenimento. E invece…

L’introduzione che le  signore del teatro, Clara e Renata, ci fanno, aumenta le nostre aspettative, perché il loro obiettivo è stato realizzare qualcosa che racchiudesse il concetto di Arte attraverso i vari linguaggi di cui si serve per esprimersi. Poesia sì, ma anche musica, sculture, immagini, recitazione, ballo, mimica. Questa la premessa e la promessa, ciò che abbiamo visto ne è stata la conferma.

Il sipario ci regala dei corpi luminosi, con mantelli di luci; uomini, natura, parole e musica. Movimenti lenti di quelle ali immense, mentre scorrono alle spalle immagini di un cielo che cambia velocemente.

Una scultura perfetta prende vita e declama: “Sempre caro mi fu quest’ermo colle…”. Le anime luminose, come lucciole o uccelli o bachi che si richiudono su se stessi, portano avanti un concetto di vita pesante, ma si sorreggono in una camminata stanca. Sofferenze, pene d’amore forse, come la donna alle loro spalle che si consuma tra lettere e ricordi di sorrisi passati. Poi la donna diventa quadro, e la sua immobilità che pure parla, ispira il dolore, che torna tra gli attori in scena, con balli desideri attese e delusioni. Ogni cosa sul palco racconta la stessa cosa, lo stesso sentimento: immagini musica movimenti del corpo, tutto e tutti hanno un solo pensiero: “morire poco a poco”.

Scorrono disegni a matita, sculture di angeli disperati:“è questa la sorte delle umani genti?”

La donna del video è sul punto di togliersi la vita in uno stagno; si sovrappongono quadri che ripropongono la stessa immagine, con lo stesso obiettivo “giammai non torna amore”.

La poesia che racconta la vita, la vita raccontata dalla poesia.

“Che fai tu luna in cielo?” Le note danno squilli di vita, voglia di sapere, di andare avanti.

Intanto compaiono veli neri a ricoprire volti sofferenti, come i marmi scolpiti che raccontano dolore. Lacrime impresse per sempre dentro occhi fissi su un futuro che non si vede più.

Torna il cielo, interi sciami di uccelli che lo oscurano, vulcani in eruzione: la forza immensa della natura “abbandonata, oscura resta la vita”.

Compare il vento, il suo sibilo, la sua forza “Lungi dal proprio ramo, povera foglia frale… perpetuamente vo pellegrina, e tutto l’altro ignoro.”

Bombe, eruzioni. Corpi ricoperti di  nero, il colore della morte, della distruzione. Forte il piano in sottofondo, come a voler avere un dominio oltre il rumore dell’esplosione, del fuoco. Col tempo cambiano le cause ma non gli effetti: dolore e solitudine. L’unica speranza “solo si cresce in civiltà”.

“… ma questo globo ove l’uomo è nulla, sconosciuto è del tutto…”

I ragazzi in scena creano un effetto evoluzione, dall’ultimo quasi disteso, man mano crescono, fino al primo in piedi, a guidare un cammino difficile ma doveroso.

Alle spalle compare il Cristo velato, con chiese affreschi bellezza corpi contorti rincorse ricerche domande. Marmi duri che rendono la morbidezza di un abbraccio, la trasparenza delle ali di un Angelo, la ferocia di una testa decapitata.

Marmi immobili e vivi

Uomini vivi e immobili

“E come il vento odo stormir tra queste piante, io quello infinito silenzio a questa voce vo comparando”

Quadri: san Tommaso con le dita nel costato di Gesù. Credere?

Una condizione strana la nostra. Guardare silenziosi lo scorrere di quelle immagini, ascoltare le parole di odi famose, subire il fascino di qualcosa che era triste ma troppo vero, vorticoso ma pacato, delicato e assolutamente penetrante. Noi spettatori, ma coinvolti come protagonisti.

Non c’è stato un solo applauso durante lo spettacolo, ma non credete neanche per un momento che non fossero meritati. Qualunque rumore, oltre le parole pronunciate, oltre la musica suonata, sarebbe stato di troppo.

Sono arrivati tutti alla fine, una liberazione quasi, un ringraziamento comune per lo sforzo di quei ragazzi fantastici, per una regia che ha catturato, per una prova stravinta, per un lavoro che, credetemi, andrebbe replicato in tanti altri teatri italiani.

 Un viaggio dentro e fuori di noi, guidati dalle parole di un Leopardi che troppo comunemente viene definito solo “pessimista” e dalle musiche di uno Chopin vigoroso, penetrante. Un viaggio che regala pensieri profondi, che obbliga a guardarsi dentro, perché è lì che troviamo le risposte per ciò che poi mostriamo nella vita, per poter dire infine “… il naufragar m’è dolce in questo mar”

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