Una vita a foglietti

Le Corti dell’Arte – Coro Universidad de Alcalà – Spagna

Universidad_de_AlcaláDa Vivimedia

Nella Chiesa del Purgatorio di Cava, sono stata presente diverse volte per manifestazioni che hanno la grande capacità di coinvolgere emotivamente. E non mi meraviglio che il 25 Agosto, l’Arciconfraternita abbia aperto le porte per ospitare una delle serate delle Corti dell’arte, e in particolare il Coro de la Universidad de Alcalà.

Il coro, come ci spiega Eufemia Filoselli, è composto da insegnanti e studenti ed è diretto da Amaro Gonzàles de Mesa, ex corista lui stesso. La città di provenienza non è da sottovalutare: l’Università di Alcalà è Patrimonio dell’Unesco, è la città che ha dato i natali a Cervantes e porta nel suo colore, il viola , il ricordo del Cardinale che la fondò.

Quest’aria di universalità che per forza caratterizza un luogo del genere, non la comprendiamo subito, ma man mano che la loro esibizione andrà avanti, capiremo meglio quante radici diverse hanno avuto modo di crescere in tutte queste persone.

Il programma prevede un inizio dedicato ai canti rinascimentali barocchi, per poi toccare la tradizione spagnola fino all’omaggio al mondo, con la presenza del sud America, l’Africa e un doveroso tributo all’Italia.

coroLa storia del coro ha ovviamente alla base una semplice passione per la musica e il canto, ma l’eccellenza raggiunta, li ha portati in giro per il mondo e non è mancata l’esibizione davanti ad illustri personaggi, tra cui i reali di Spagna. E spesso le tournee sono le loro vacanze, visto che non sono “professionisti” ma “semplici appassionati” di questa disciplina.

E quello che offrono è veramente degno di essere ascoltato!

Le canzoni hanno nei loro testi il ricordo della storie di vita quotidiana, di religione con una lettera di Santa Teresa a Dio, delle case bianche di Valencia, del ritmo della musica stessa. Quando cominciano a cantare, a cappella ovviamente, già mi prende una forte nostalgia per una lingua che non ascolto più da tanto, ma che mi è stata tanto cara. Loro sono in tanti e non posso guardarli tutti contemporaneamente, perché mi  piacerebbe cogliere tutte ciò che si racconta su quei volti rapiti, attenti, emozionati. Quando attaccano Ven muerte tan escondida di Antonio Soler, mi sembra che sia partito alle loro spalle un organo tanto sono stupendi, ma non c’è trucco. Sono “solo” le loro voci. Mi sembra quasi di mancare di rispetto mentre prendo appunti, temo di far rumore!

Dopo la prima pausa, annunciata dalla loro portavoce, in un italiano con accento adorabile, ritornano per quello che sarà un regalo stupendo. E in particolare la musica africana. Dopo Zambia, Tanzania e Zulù, ci sarà un trittico di canzoni dedicate a Nelson Mandela, l’uomo che rappresenta l’Africa da decenni e che per sempre sarà l’immagine di questo paese.

Quando cominciano a cantare resto completamente investita non dalle loro parole, che non capisco, ma da quello che evocano. Non puoi non pensare a quella terra, ai loro spazi, all’orgoglio di gente che viene calpestata da secoli, ma che insiste nel voler ricordare, nel voler difendere una storia fatta di cose semplici, essenziali, ma che agli occhi di qualcuno sono ancora troppo e cercano di portargliele via.

Ci saranno degli assoli, che confesso ho avuto la prontezza di registrare e che ho già riascoltato diverse volte, assolutamente meravigliosi, che hanno ricevuto i complimenti del loro stesso maestro, per la purezza della voce, per l’intensità delle emozioni che hanno suscitato.

Se avessi chiuso gli occhi, avrei visto il deserto, gli animali, il sole, la povertà ma non mi danno tristezza, solo gioia. Noi non siamo molto più felici con le nostre “cose”, che spesso sembrano campate in aria, senza nessun legame con il vero senso della vita, di appartenenza che ti fa sentire parte di un luogo, di una terra, in generale di esserci veramente e non come comparse.

Gli applausi si sprecano e dopo il saluto per noi, con Come t’aggio lasciato, o vita mia di Filippo Azzaiolo, ci concedono un bis di Tshotsholoza , nome che noi abbiamo associato negli anni scorsi alla barca che si batteva con Luna Rossa per la coppa America, come sottolinea Eufemia, ma che invece è uno splendido canto che, con la voce del corista, sembra proprio che voglia arrivare laggiù, in quella terra lontana da dove è partito ma che non hanno avuto la forza di fermare. Un canto, come una poesia o un pensiero è simbolo di quella libertà che non può essere incatenata.

Scopriamo di dover fare a meno dell’esibizione al piano di Eura Reina, che avevamo notato nel gruppo per un braccio fasciato, e ne siamo doppiamente dispiaciuti. Se i canti e gli assoli del coro ci hanno regalato tanta bellezza, siamo certi di aver perso qualcosa di speciale. Grazie.

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