Una vita a foglietti

Cronaca di un’ordinaria domenica italiana

Sarà stata la maratona di ieri a risvegliare questi ricordi …maratona

Cava 10/7/2012

Si preannuncia una bella giornata. A Salerno ci sono i Campionati italiani di maratonina, e noi ci siamo organizzati per seguirli e trascorrere una mattinata diversa. E’ già molto bello passeggiare al mattino presto, avere la città libera almeno parzialmente dalle macchine: si sta bene.

Sentiamo che la gara è partita, ci prepariamo a seguire i concorrenti. Già si vede il segno del caldo sui primi che passano, poi cominciano più o meno le solite cose, gente che invece di stare dietro le transenne è sulla strada, chi ti si piazza davanti, incurante della tua visibilità, poi una coppia non di ragazzini, ma persone mature attraversa la strada mentre i podisti arrivano!!!!!. Resto alquanto sbalordita e la mia faccia deve mostrare il disappunto che provo. La signora mi guarda quasi stupita, al che le faccio notare che ha sbagliato sicuramente il momento, e lei che fa? Si gira e mi fa le smorfie come una qualunque mocciosa dispettosa. Ok decido di non iniziare ad arrabbiarmi e cambio zona, passando sul lato del lungomare. Da premettere che nella precedente posizione c’era un addetto, a cosa non so, visto che tutto faceva fuorché controllare che le cose andassero per il meglio.

Nuova postazione, nuovo panorama, stesse situazioni!!! Qui una signora attraversa la strada come se fosse nel salotto di casa sua. Il commento che mi sale alle labbra è immediato e la gentil donna si ferma dall’altro lato chiedendo cosa voglio io.

- “Io conosco le regole, queste corse se le vanno a fare sulle piste, io devo andare sul lungomare perché lavoro tutta la settimana”. 

“Basterebbe passare quando il gruppo è lontano”.

Ma non basta, vicino a me c’è ancora un personaggio, forse addirittura marito della preparatissima signora, che conferma:

- “Ha ragione, lei lavora tutta la settimana”.

A quel punto credo di essere impazzita e parlo da sola, perché in questo piccolo scambio di opinioni mi è parso di trovare tutta la meschinità, la pochezza, l’egoismo di una società che è paralizzata dal proprio interesse personale. Ma la scenetta ha avuto spettatori e tra questi, un signore che ha per mano una giovane ragazzina disabile, con voce un po’ addolorata, un po’ rassegnata, ma ancora di chi lotta, mi racconta che lui queste storie le vive tutti i giorni. Posti per disabili occupati impropriamente, scivoli ostruiti da “parcheggio selvaggio” e la rabbia per l’assoluta incomprensione dei “normali” verso il mondo.

La mia rabbia è elevata all’ennesima potenza. Eppure mi guardo intorno e vedo una città intera sempre più presa solo dalle sue cose, palloni che arrivano tra i piedi dei podisti e un intero lungomare silenzioso verso quelle persone che stanno compiendo uno sforzo importante, che avrebbero bisogno di un incoraggiamento per combattere il caldo ormai insopportabile, la mancanza di adeguati punti di ristoro e allora decido che la cosa più importante è seguire loro. In cinque cominciamo ad applaudire, incoraggiare tutti quelli che ancora hanno da compiere quell’ultimo chilometro e meraviglia, cosa succede? Magicamente su quei volti stravolti dalla fatica cominciano ad apparire sorrisi, ringraziamenti e mani che cercano un cinque di solidarietà. E cambia il senso di questa partecipazione ad una manifestazione che avrebbe dovuto dare risalto ad una città a livello nazionale. Una città che si è sentita gratificata dalle luminarie di natale forse più famose degli ultimi tempi, ma che ha fatto un autogol, usando un termine caro all’unico sport che spesso si riconosce in queste realtà. Alla fine della gara, il commento comune dei partecipanti era in sintesi “Mai più a Salerno”. I fatti contano, le esperienze restano. Mi fa piacere pensare a quei sorrisi, alla signora a cui ho potuto dare la mia mezza bottiglia d’acqua perché non ne potevano più. Ai cari Salernitani presenti e indifferenti resta tutto il resto.

Ma io ho avuto anche un altro grande regalo. Ieri sera si è presentato a casa nostra un signore, che ha riportato a casa il portafoglio di mio figlio, perso venerdì. Ne sono stata felice. Avevo detto di sperare che appunto lo trovasse un adulto, perché poteva riconsegnarlo visto che c’erano documenti, come aveva già fatto Carmine nello stesso caso. E quando questo si è verificato, ho avuto modo di vedere la gioia negli occhi di mio figlio, il suo stupore, ma soprattutto capire che esistono comunque persone corrette. E questo episodio sono certa che resterà nella sua testa come insegnamento forte su come comportarsi.

E la domenica finisce, sicuramente con più gioia che dolore. Anche perché quelle care persone che hanno creduto di essere più furbe, che non hanno voluto permettere a nessuno di cambiare il loro programma quotidiano, normalmente, nella loro pochezza, hanno poche possibilità di vedere il bello della vita. E anche questa è una punizione, forse la peggiore.

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