Una vita a foglietti

Dall’Autunno Cavese di Temprart, un intensissimo “Ritorno a Itaca”

Il teatro è lo stesso di sempre, l’Auditorium De Filippis dell’Istituto Della Corte Vanvitelli, ma domenica 16 febbraio sembra che si respiri un’aria diversa per questa nuova serata dell’Autunno Cavese di Arte Tempra. C’è una forte tensione nell’aria, perché, a quanto pare, lo spettacolo che sta per andare in scena, è davvero una sfida.

Si percepisce nelle parole e negli sguardi di Clara Santacroce, nell’attesa di Renata Fusco, ma noi, ancora inconsapevoli di quanto accadrà, siamo molto tranquille. Ci hanno abituati al meglio e non abbiamo nessun dubbio che sarà, ancora una volta un successo.

Le parole che si catturano sono per lo più “lavoro, sfida, rischio”, ma a noi sta bene. Cosa può nascere da una sfida se non un miglioramento? Lasciare le cose sempre al loro posto significa non vederle mai da un’altra prospettiva e questo appiattisce la mente. Ma non è il caso delle Signore del teatro di Cava e noi attendiamo fiduciosi che le luci si spengano, per entrare in questo mondo antico. “Ritorno a Itaca” il titolo dello spettacolo che parte con la regia di Clara e Renata, ma a cui si aggiunge la collaborazione di Giuliana Carbone per la complessità che si è cercata, visto anche l’inserimento di video.

E inizia il viaggio…. Sullo sfondo isola, acqua, mura, persone, ombre, case, vento…

Inizia davvero  solo un viaggio fisico o un viaggio del pensiero?

“Fermati ad ascoltare”. La prima sosta del viaggio è la condanna di Antigone, (Danila Budetta)  frutto dell’incesto tra  Edipo e Giocasta, insieme ad Ismene (Martina Cicco), Eteocle e Polinice. Sarà la morte di quest’ultimo, e la ferma volontà di Antigone di seppellirlo contro la volontà del re Creonte,(Carmine Squitieri) che la porterà alla tragica condanna di murata viva.

Già qui, in questo primo passaggio, oltre la storia già nota, colpisce l’intensità della partecipazione, della recitazione.

Con la sua sparizione, il palco è invaso da lunghissimi teli rossi. Alle loro spalle video di altri momenti sembrano ricalcare le stesse scene che noi vediamo vivere davanti ai nostri occhi, come uno specchio che riflette un passato che è stato e che si ripresenta ancora.

Bellissimo il gioco creato ad intrecciare vite che sembrano legate e impedite nei movimenti, ma che allo stesso tempo danno la sensazione di dominare gli altri catturandoli in quella stessa rete. Una tela di ragno dove l’animale è padrone sì, ma anche immobile nel suo regno. Cosa ne deduciamo? Lascio qui la domanda.

Ma il rosso non è un colore casuale. Anche Medea (Giuliana Carbone) arriva vestita di quel colore sanguigno, che evoca forza e rabbia e tremende azioni. Quanta esplosione di sentimenti da quei volti che conosco, solitamente, solo pieni di dolcezza. Quanto è forte la capacità di essere “dentro” il personaggio, di renderlo vivo per l’ennesima volta dalla sua nascita, nel corso dei secoli, per ricordare ancora e ancora quanto è duro il tradimento, quanto è costoso affidare la propria vita nelle mani di un altro e scoprire poi di non esserne più la beniamina. Medea, che si era già sporcata del sangue dei suoi familiari, si trasforma di nuovo da moglie e madre ad assassina. Follia dell’amore malato, follia del concetto di possesso legato all’amore…

Siamo in pausa. Tiriamo un sospiro di sollievo. Siamo così pieni di meraviglia e gratitudine che credo che sia già tutto finito, vista l’intensità di quanto abbiamo già visto. Ma non è così.

Gabbiani ci riportano in quei mari pieni di storia. È il passato che si mescola a qualcosa di più attuale. Donne e uomini in abiti ricchi, adorni di  segni di potere, e poi tutti quelli bianchi, come a voler dare risalto non alle persone ma al loro contenuto. Il tema dell’amore, della passione, delle relazioni, dei desideri, che viaggia nel tempo, attraversa luoghi e uomini. Coppie innamorate che si raccontano la grandezza del loro amore circondati da un gioco di onde che catturano gli occhi mentre l’amore fiorisce, si parla e si consuma:

“Ore fuori del tempo, che non sai quanto durano…” , “…senza strada sotto i piedi, ma un fiume incontenibile…”.

Quanta ispirazione dà l’amore? Quanto rapisce i nostri cuori e le nostre menti?

E poi loro, Le Troiane. Le donne fiere di quella città piena di gloria e di storia che, per amore, viene tradita. Elena e Paride, per vivere quel loro amore, innescano la miccia che porterà alla distruzione di Troia. Ecuba (Brunella Piucci), Andromaca (Vivian Apicella), e Cassandra (Carolina Avagliano), piangono il loro dolore, la loro disperazione. Il dono della veggenza, che  Cassandra aveva ricevuto come condanna, le permetterà di rivelare ad ognuna delle donne presenti il loro futuro. In un delirio che Carolina ci fa vivere per davvero, come un essere invasato, quasi impazzito in preda alle sue visioni, che predirrà come Agamennone morirà per mano sua e di come Ecuba non sarà mai schiava di Ulisse, perché il ritorno a casa dell’eroe di Itaca, sarà lungo e pericoloso.

Straziante Andromaca  che deve consegnare alla morte il piccolo amato figlio (Antonio Donnarumma), per interrompere la stirpe del glorioso Ettore.

Siamo stati travolti da tanto amore e da tanto orrore. Lo sanno bene Clara e Renata. Per questo ci offrono un calice stracolmo di morbidezza, a placare le tempeste che il mare della vita aveva generato.

Movimenti lenti, una sfera gigante che passa da una persona all’altra e bolle di sapone che testimoniano la bellezza, la perfezione e l’assoluta delicatezza dei piccoli momenti della vita.

Le storie vecchie, i vecchi dolori, tolti gli abiti regali e passati alle bianche tuniche, rimangono sempre storie e sempre dolori. Urlati con voci diverse, con toni meno gravi, ma non per questo meno intensi.

“Eravamo Greci un tempo, poi siamo diventati Barbari”

“Una storia che era verità quando erano veri gli occhi che guardavano”

La scena termina con l’uomo che si abbassa, scompare dentro la sua solitudine.

Gli applausi si scatenano, come forza repressa a lungo. Ma tra i tanti che si sentono in sala, è bellissimo quello che i ragazzi, dal palco, rimandano alle loro maestre. Sono tantissimi. Vi elenco chi non è stato ancora citato: Antonietta Calvanese, Manuela Pannullo, Lella Zarrella, Gian Maria Salerno, Francesco Donnarumma, Luca Capaldo, e nel coro Carolina Avagliano, Lucrezia Macri, Simona Pagano, Giulia Tramice, Alessia Trezza.

Ragazzi che hanno saputo stare in scena in così tanti, che hanno saputo creare emozione ovviamente con la loro recitazione, ma che non hanno lasciato fuori dallo spettacolo i loro corpi, che hanno saputo offrire una mimica potente, coordinata, con movimenti sinuosi e violenti, così come la storia, come la vita, da sempre richiede.

A Clara e Renata dico “Grazie”, ancora una volta. Dalle loro letture audaci, dalle sfide che si pongono confrontandosi con conoscenze aspettative ambizione e fiducia nei ragazzi a cui insegnano, riescono sempre a creare qualcosa che ci fa andare via ricchi, più ricchi. Di riflessioni, di bellezza, e perché no, di domande. Una fra tutte: perché tutto questo non supera i confini della nostra città?

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