Una vita a foglietti

Devi essere dolce con me

Il ritorno a teatro; già questo potrebbe essere motivo di scrittura.

Quell’atmosfera un po’ ovattata prima dello spegnimento delle luci, le poltrone ribaltate su cui per troppo tempo nessuno si è seduto, l’incontro con Francesco Maria Siani, autore del testo e delle musiche in scena. Francesco e le sue porte chiuse, Francesco e i suoi perché…

Le note che arrivano si ripetono, sembrano interrogarsi sugli stessi punti: domande? Poi quasi una sferzata di violenza…

Un ambiente casalingo, un tavolo, sedie ribaltate e disordine, un paravento con un vestito e una maschera in controluce.

Due gli attori in scena, Alessandro e Teresa. La storia è una storia conosciuta da tanti, rapporti fuggevoli e occasionali, l’amore messo da parte per “comodità” migliori da lui e nascosto per qualche forma di timore da lei.

Intrighi, credenze secolari e quasi mai personali. Accettazioni di ruoli che non piacciono ma che si continuano a tramandare.

Alessandro e Teresa sono credibili in quel loro accapigliarsi e cercarsi. Lui con la baldanza tipica dell’uomo “che sa tutto”, per scoprire poi di non sapere molto e lei con la certezza che il suo ruolo sia stato scritto da qualcuno prima ancora della sua venuta.

Non è falsa la storia che vivono i due ragazzi, come non sarà falsa l’immaginazione di Francesco ad aver creato questo dramma. Non ha inventato Francesco gli stereotipi della società divisa in fasce, come non ha creato lui la falsa idea del rapporto tra uomo e donna.

Francesco deve aver pagato un dazio con la sua storia personale, la sua catarsi è nel testo realizzato e nella bellezza della musica che ha composto.

Eppure qualcosa mi lascia lì, sulla mia poltroncina a riflettere.

La frase ripetuta da lei a lui, dopo averlo sedato ed evirato, “Devi essere dolce con me”, può essere un monito per chi ascolta, ma è anche una grande contraddizione. Fa strano chiedere, a chi stai usando violenza, una forma di dolcezza.

La contraddizione mi salta in faccia vigorosa, negli applausi del pubblico, nei commenti entusiasti di chi si complimenta col regista e soprattutto con Francesco.

Io resto a guardare e a farmi domande.

Quando questo mondo così criticato cambierà davvero?

Chi va via da questo spettacolo quale lezione si porterà dietro?

Non posso saperlo.

Io scrivo ciò che ho già espresso a voce.

La libertà non è qualcosa che ci deve essere concessa, la libertà è una condizione per cui noi dobbiamo lottare, a cui noi dobbiamo ambire. E non riusciremo a superare questo limite se continuiamo a pensare che gli uomini agiscono in un solo modo e le donne vengono trattate sempre allo stesso modo.

La donna può scegliere di essere amante occasionale o compagna di vita. Può decidere se il suo corpo va calpestato o rispettato, deve assumersi le sue responsabilità.

Come l’uomo, a cui va insegnato il rispetto della donna che è conseguenza naturale del rispetto che deve avere di se stesso.

Noi siamo persi troppo spesso dentro problematiche che non ci rendono liberi di agire e di pensare e le azioni che compiamo, di conseguenza, hanno poco a che vedere con quello che davvero potremmo essere.

Non è sbagliato il lavoro di Francesco, solo che per me è difficile immaginare di non essere padrona della vita che mi è stata data.

Ciò che abbiamo vissuto deve servirci per crearci un nuovo presente, non per rimanere prigionieri nel passato.

Non diamo ad altri il permesso di entrare nelle nostre vite per poi incolparli di averci fatto vivere vite che non erano di nostro gradimento.

A volte mi sembra che il mondo teatro sia diventato davvero uno spazio speciale. Il luogo dove è possibile vivere le vere emozioni, indossare vestiti che non ti stanno mai stretti perché apparentemente non sono i tuoi e dunque si è veri; forse è dopo, forse è giù da quelle travi impregnate di sudore e di tempo e di storie e di vita che la maschera viene indossata davvero. Una maschera che ci ruba la vita.

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