Una vita a foglietti

Di notte

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Ore 2.00. NOTTE. Nella mente non c’è più niente. Si è spento tutto ma il cervello è ancora acceso, troppo acceso. Da non poter dormire. A tavoletta tutto il giorno, tanto da non poter più uscire di pista. Sei sempre sullo stesso anello con curva parabolica che ti porta al massimo e puoi solo correre. Ma quanto stanca! E ora che non ci sono rumori, neanche più i cani abbaiano, altri pensieri vorrebbero farsi avanti. Sono sempre gli stessi, e sono anche quelli che prendono porte chiuse in faccia. Per loro non c’è mai un tempo definito. Arrivano e vogliono dire qualcosa. Corri a mettere qualche pezzo su un quaderno, altre parole su un altro sperando di tenere legato il filo che li unisce, ma il tran tran di tutti i giorni, tutti giorni corsi e vissuti così, rischia di consumarlo quel filo. Perché quando arrivano così ordinati, hanno un senso preciso, ma quando vengono sparpagliati, interpretati, non sempre ascoltati con attenzione, possono cambiare.

E ogni volta ci areniamo nello stesso punto. Se arrivano vanno ospitati! Come devo fare? Mi restano queste ore nel cuore della notte con una penna che sembra voglia finire da un momento all’altro, il letto che non è comodo ripiano e la stanchezza che arriva…

Quanto si può reggere a questo ritmo? Non lo so. E’ l’ultimo sforzo prima che la luce si spenga e arrivi il buio totale che mi avvolge soltanto, ma non mi conquista. Sono qui con il corpo stanco e il cervello a mille. E il ritmo non si tiene. Devo dormire. Un’altra sveglia tra poco riaccenderà il meccanismo che ti imprigionerà ancora per tante ore, ancora al massimo, ancora al limite.

Buonanotte a me e alla speranza che questi amici che mi vogliono bene, non decidano di lasciarmi. Mi mancherebbero troppo

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