Una vita a foglietti

“Din, don, Down” di Autilia Avagliano

Ormai i libri li divoro.

Mi aspettano anche per giorni, poi mi regalo il mio tempo con loro e sono sempre ripagata in questo scambio di attenzioni e di esperienze.

Stamattina ho incontrato “Din, don, Down” di Autilia Avagliano. Mi fa strano doverla nominare con nome e cognome, perché in realtà adesso, più che stare qui a scrivere, vorrei condividere con lei una tazza di caffè, vorrei entrare dentro la sua casa e scoprire tutto quello che ancora non mi ha detto.

Ma tante cose vorrei scrivere come preparazione, come una sorta di prefazione a quanto poi mi verrà in mente di esprimere.

Un libro come questo di Autilia, è di quelli che fanno rumore; è uno di quelli che leggerà la signora di Ferrara, come pure gli impiegati del Comune, come i medici e coloro che appartengono al mondo degli educatori.

È il libro di cui tanti parleranno, oltre a quanti ne hanno di certo già parlato, e le varie sottigliezze sul mondo del cromosoma in più, che è stato ancora una volta offerto a chi quei cromosomi pensa di averli tutti giusti, tutti in regola, ma che non ne sfrutta le opportunità, saranno messe sempre più in evidenza.

È il libro di una apparente “rompiballe”, una di quelle che non vuole passare inosservata, ma non per smania di protagonismo, ma come essere umano che conosce la dignità, il diritto e i doveri che la vita offre. A tutti. E pretende il giusto rispetto.

E tutte queste cose, pagina dopo pagina, vengono fuori.

La prima pausa l’ho fatta sul pezzo di Paolo “La solitudine”. Non amo le poesie, soprattutto quelle che si scrivono per trovare rime troppo banali e facili quartine. Amo invece quelle che nascono dal cuore, da un vissuto, che esprimono in pochissime parole dei sentimenti immensi, stati d’animo che non trovano legittime collocazioni.

E ho pensato che Autilia, aprendo le porte di casa sua, ci ha permesso di guardare attraverso i suoi occhi quella storia che i tanti, troppi, avevano sperato che invece lei nascondesse, come una colpa, come una vergogna. Ma un figlio può mai essere una vergogna?

Quale bambino decide di nascere in un modo piuttosto che in un altro, quale bambino preferisce essere brutto piuttosto che bello, ricco o povero, amato o abbandonato?

In questo giro tra mura domestiche e burocrazie assurde, mi sono soffermata in varie stanze, in momenti diversi e più che cogliere le parole, bellissime, che usano non solo Autilia, ma tutti i suoi familiari, e che sono a disposizione di tutti, mi piace pensare al non detto, a come alcune situazioni vengono fuori per la necessità di uno, ma che poi implica riflessioni su tutti.

Vorrei sottolineare l’esperienza di Mario col fratello Alberto. Nella serata della presentazione, aveva già letto un brano che rendeva una sua testimonianza, ma adesso la vorrei approfondire.

Autilia e Paolo, nel momento in cui hanno saputo di Alberto, hanno dovuto immaginare un mondo nuovo, fatto di cose che non conoscevano, a cui non erano preparati e il cui risultato, positivo o negativo, dipendeva in gran parte dalla loro scelta di essere o meno, un certo tipo di genitori. In qualche modo hanno scelto. Non di avere un figlio con la sindrome di Down, ma di affrontare la vita con lui. Per Mario non credo sia stata la stessa cosa. Mario si è ritrovato in casa un fratellino e basta. Fatto di modi suoi, di atteggiamenti suoi, di visioni sue. Mario non ha scelto Alberto, ma ha condiviso la sua vita con Alberto. Senza nemmeno doverlo confrontare con un altro fratello, quindi tutto quello che è stato tra di loro, era assolutamente frutto di un qualcosa che non lo ha mai messo in una situazione di poter cambiare, ammesso che abbia mai pensato di poterla cambiare, la sua realtà con un fratello così. Un fratello con cui ha condiviso scherzi, dispetti, affetti, lontananza, passioni. Ma che di fatto nella sua vita è entrato e basta. La scelta non è spettata a lui e non avendo dovuto pensare in questi termini, non ha mai dovuto riflettere sul problema dell’inserimento, delle differenze, delle catalogazioni.

Una riflessione forse ovvia, ma di quelle che, se le facciamo sedute davanti ad un foglio e non davanti ad una situazione, riusciamo forse davvero a banalizzare. Ma ha un significato molto più profondo, molto più educativo. Immaginiamo una classe di bambini ad un asilo. Cosa pensate che sappiano a quell’età della trisomia 21?, della sindrome di Down, del cromosoma in più? Nulla. Quella “conoscenza della differenza”, appartiene agli adulti. Sono loro che si preoccupano della compagnia dei loro figli. Sono i pregiudizi dei grandi a cambiare le regole dello stare insieme. E quindi non è banale pensare che Mario ha avuto tutto il tempo di imparare a vivere con Alberto, perché lo ha vissuto senza preconcetti, rispettando sicuramente le sue “diversità” non come tratti discriminanti, ma come caratteristiche diverse.

Di queste riflessioni potremmo farne tante in questo libro, ma non negherò a nessuno il piacere di andare a immergersi in quelle pagine che trasudano rabbia, impotenza, dolore, ma soprattutto un’enorme gioia, un’umanità profonda, una ricchezza non quantificabile.

Autilia ha saputo creare per noi un percorso. 

Ho immaginato che fosse la ripetizione di un esercizio che deve aver fatto spesso negli ultimi 18 anni: preparare la strada per arrivare poi alla meta. Deve avere un’esperienza immensa, lei, loro, che non hanno avuto il permesso di viaggiare in autostrada, ma hanno dovuto percorrere strade secondarie, e di certo ha saputo affinare la capacità di progettare.

E questo libro a me sembra un vero percorso guidato. Una visita al museo. Una serie di fermate programmate per rendere chiaro il viaggio. E tante chiavi di lettura.

Quella emotiva, che ti rende empatia nei confronti di una donna che ha saputo esprimere così bene dei sentimenti profondissimi, intimi, dal valore inestimabile, che ha consegnato le chiavi del suo mondo ad ogni lettore, offrendosi come una tazza di latte a cui a ciascuno è concesso di inzuppare un proprio biscotto: per capirne il sapore, per percepirne il calore, per goderne dei benefici.

Inizia con la prima parte carica di emozioni intense; la scoperta, la violenza della comunicazione, la fragilità e la forza al tempo stesso di una sterzata data non solo alla loro vita come singole persone, ma come coppia. Il passaggio poi attraverso la burocrazia, attraverso quel mondo che ti vede in difficoltà e spesso non fa altro che aggiungere batoste sulla tua schiena, piuttosto che tenderti una mano.

Gli infiniti pregiudizi, le banali situazioni in cui ci si ritrova senza riflettere per davvero, schiavi come siamo di quello che ci hanno trasferito come educazione e come comportamento e che niente ha a che vedere con la realtà di chi ci sta di fronte.

E poi l’altra, quella adatta alla persona di quel tipo di “caratura”. Pagine che dovrebbero far tremare molte coscienze non solo nei confronti della sindrome di Down, no, perché Autilia sa andare a fondo anche nell’affrontare esperienze vissute in politica.

Lei è una donna con le palle, con gli attributi elevati all’ennesima potenza. È una donna intelligente che non ha “usato” la sindrome di Alberto per costruirsi un mondo “a parte”. Ha preteso piuttosto che quella sindrome entrasse nel mondo comune perché il mondo è di tutti e per tutti.

Autilia denuncia ogni forma di abuso; da quello di chi “ignora” la diversità e di chi la “sfrutta”. Autilia ha dimostrato che, se si vuole fare davvero qualcosa di buono, si può. Gli impedimenti non sono nelle potenzialità ma negli interessi malati di una società che si nasconde dietro le problematiche per non mostrare chi, realmente, rende impossibile i cambiamenti solo per beceri, volgari, inutili interessi di parte. Vite sbriciolate in mezzo ad un meccanismo di interessi e di apatia che davvero dovrebbe far urlare alla disabilità morale di intere classi lavorative e dirigenziali.

Ma queste riflessioni, le chiavi di lettura, sono appunti, note, che a volte sembrano scollegate e che quasi non avrei voluto riportare in questa recensione.

Mi viene in mente che le parti in cui mi ritrovo a dividere il tuo libro le potrei racchiudere in tre termini: “SCOPERTA” per l’inizio, “BUROCRAZIA” in seguito e “REALTA’” per il finale.

Avresti potuto scrivere un libro per ognuna di queste parti, avresti avuto sicuramente altri esempi da citare, altri compiti da rispolverare, pugni in faccia da raccontare, quotidianità da svelare.

Così come avresti potuto inveire contro questa società piena di tante belle parole ed occasioni, ma che lascia, nei fatti, le uniche opportunità nei cuori dei singoli, perché le masse sono uniformate, per davvero “con disabilità”, perché non avere un cuore, è molto più grave che avere un cromosoma in più.

Ma poi arriva don Vincenzo.

Quando ho cominciato quelle pagine, il cuore mi diceva che quell’uomo poteva essere solo tuo padre, ma non lo conosco, non ho mai saputo nulla di lui e quindi la mente non poteva supportarmi. La sua è una storia fantastica, è di una semplicità e di una bellezza quasi violenta. È di quelle che  leggi e ti chiedi perché non sei stata così fortunata da conoscerlo un uomo così.

E una risposta mi è nata spontanea alla fine, facendomi ripercorre le pagine che avevo da poco letto. Sono ritornata alle vostre ricerche, ai vari tentativi di scavare in un passato genetico per trovare la causa della sindrome di Alberto. Ma perché doveva essere un DNA a stabilirlo? Tu Autilia, sei stata portatrice di un esempio molto più grande, sei stata erede di un compito immenso, di un impegno gravoso ma che tuo padre sapeva che avresti portato avanti grazie al suo aiuto. Grazie a quell’esempio di vita vissuto senza burocrazia, senza ipocrisia, senza nulla di superfluo. Solo col cuore. Quel cuore che merita di battere nel petto di ogni essere umano che il Signore ci manda per illuminare il nostro cammino.

Noi siamo TUTTI diversi. Per nostra grande fortuna. E il dono di saper portare il peso di questa diversità, è dato a chi ha forza, anche quando ci sembrano deboli. E chiediamoci:

Chi ha la forza di sfidare le masse

Chi ha la forza di dire ciò che pensa

Chi ha la forza di credere in ciò che vede, non nelle parole che sente pronunciare.

Chi ha la concreta, vera, forza di vivere?

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