Una vita a foglietti

Domenica di Passione

Domenica delle Palme, domenica di Passione.

Stamattina si è vissuta in Chiesa la condanna di Gesù; le letture sono più lunghe, c’è una storia da raccontare, da vivere, da partecipare.

Io leggo. Non è la prima volta, lo faccio da anni, ma ogni volta che mi stacco dal banco per avvicinarmi all’altare, una tachicardia mi prende sempre. Questa è la mia forma di emozione più grande “in pubblico”.

Perché ne parlo? Perché qualche giorno fa mi è capitato di dover lo stesso parlare in pubblico, in presenza di cariche istituzionali e qualcuno si è sorpreso che io abbia avuto il “coraggio” di farlo. Ho provato a spiegare la differenza che corre per me tra l’essere davanti al Signore e davanti ad un signore al quale posso riconoscere il diversa ruolo pubblico, ma nulla più di me o di un altro. Tra di noi siamo tutti uguali. Se in qualche circostanza ho qualcosa da dire o da fare e me ne reputo capace, lo faccio. Se non sono all’altezza lascio fare ad altri.

Ma questa era solo una premessa, perché la cosa più importante stamattina sono state le parole che ho ascoltato dopo. Scrivo e sorrido, perché in realtà non è la prima volta che questi concetti sono stati esposti, ma la differenza è il momento in cui quelle parole per noi assumono un significato diverso. Quando si cuciono sulla nostra pelle a perfezione e diventano parte integrante del nostro pensare.

L’omelia parlava della delusione di Gesù non nell’essere picchiato, deriso o crocifisso; il suo dolore nasceva dal tradimento dei suoi amici. Coloro che avevano toccato con mano tutto il suo operato, i suoi miracoli, avevano ascoltato le sue parole, a cui aveva aperto il cuore. Ma allo stesso tempo parlava del perdono, quello che Lui sa riservare a ognuno di noi, a chiunque abbia il vero desiderio di migliorare il proprio percorso.

Tradire, essere traditi. Gesù sa perdonare mentre lo offendono, mentre lo abbandonano, mentre lo inchiodano alla croce. E noi?

Padre Giuseppe ci ha esortati a non scambiare le palme con le persone con cui siamo in pace. Non serve.

Siamo in grado di riservare questo gesto a chi non ci è vicino, a chi ci ha fatto del male, o con chi abbiamo avuto una discussione?

La mia mente va sempre alla stessa persona, ma stamattina faccio una promessa. Lo manderò questo augurio. Una Palma che offro a chi non può riceverla personalmente, a cui non posso neanche chiedere perdono perché non conosco la colpa; ne abbiamo solo seguito le conseguenze, con un dolore che a distanza di anni ha fatto il suo percorso e forse è anche giunto a destinazione.

Anni e anni di parole, e di tante altre cose. Da Don Antonio, che in questa chiesa ha segnato decisamente il mio percorso e che poi ci ha affidati a Padre Giuseppe, anche lui giovanissimo ed entrambi che parlano col cuore. E quando il cuore è ricco, si trovano sempre nuove cose.

E la promessa è fatta e ora, a quest’ora della sera, posso dire che è stata mantenuta. Mi è costato, perché l’ho fatto pubblicamente, ma era un impegno e non potevo non mantenerlo.

Buona domenica delle palme a tutti, spero che ognuno di voi abbia avuto la possibilità di regalare una palma ad una delle persone con cui non parla spesso. Forse non tutte; io qualcuno l’ho lasciato ancora indietro, per loro ci vorrà altro tempo. Ma mi piace pensare che una nuova strada si stia percorrendo. Non so dove porterà, ma sarà bello scoprirlo.

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