Una vita a foglietti

Donato Carrisi a Roccapiemonte. Serata da ricordare

Carrisi 1Da Vivimedia

“Paura. Questa è la parola e la sensazione dominante in questa domenica 6 dicembre. Non perché arriviamo in una Roccapiemonte silenziosa, quasi addormentata per un lungo week end, non perché l’inverno ancora più avanzato ci regala una serata buia e nemmeno particolarmente fredda. No. Paura perché parleremo con e di Donato Carrisi. Leggere le prime pagine del suo libro, è stato come vestirsi dell’abito che lui ti ha consigliato. Ti vuole vedere in un certo modo e lo ha scelto per te. Tu lo indossi e sei in quel mondo che vuole farti scoprire.”

Musica da piano bar e fermento nuovo anche per me che di serate qui ne ho vissute già tante.

C’è stata un’attesa più lunga del solito, una suspence che ben si addice all’ospite, ma in realtà dovuta a “cause di forza maggiore”, come Luca Badiali, che presenta la serata, ci svela appena si accomodano sugli sgabelli al centro della sala.

Con lui, come si è già detto, Donato Carrisi. Elencare il successo, i milioni di copie vendute, il Premio Bancarella nel 2009 con Il suggeritore, la notorietà raggiunta anche per gli interventi da criminologo nei casi tristemente più famosi di omicidi, sarebbe cosa lunga. Ci limitiamo ad apprezzare uno dei motivi per cui stasera, prima data per il Mezzogiorno e quindi per la prima volta in Campania, è qui a Roccapiemonte a presentare il suo ultimo libro “La ragazza nella nebbia” (Longanesi).

Donato Carrisi è il “primo amore” di Luca Badiali. Tranquilli tutti, parliamo di amore come scrittore e di un’amicizia di lunga data, per questo ha accettato di venire. Ma un’ altra ragione, non meno importante ha preteso che ci fosse in realtà un ritorno nella nostra provincia. Donato Carrisi era stato già invitato a Salerno per il Festival della Letteratura, ma una serie di incomprensioni e una grave disorganizzazione, non gli hanno permesso di avere la serata che era stata programmata. Con estrema delusione per lui che l’ha definita “la peggiore esperienza della mia vita” e per gli ospiti che si erano recati numerosi per godere della sua presenza.

Essendo però uomo del Sud e orgoglioso di esserlo, non ha voluto fare ciò che spesso si fa: generalizzare sull’incompetenza e la mancanza di professionalità. Dove qualcuno sbaglia non è detto che sbaglino tutti. E così è tornato in questa terra che ama e che lo ama e la prova è la presenza in sala di molti di quelli che avevano sperato di vederlo già a Salerno. Roccapiemonte non si fa trovare impreparata. Alle Associazioni Rosa Aliberti e Fedora, con il presidente Gaetano Fimiani, e i collaboratori Antonio Pisano, Orlando Di Marino e Mario Pagano si affianca il Club dei Lettori di Cava dei Tirreni e molti colleghi scrittori, tra cui Antonella Ossorio, Sara Bilotti, che, come noi, non hanno voluto perdere il piacere di un incontro che di sicuro ci arricchirà.

Gli argomenti con lui sono tanti. Il riferimento al titolo, fa venire fuori il primo indizio: “la nebbia mediatica”. Il protagonista del suo libro, Vogel, è un investigatore che per indagare utilizza i media. Una scelta che pretende delle regole, non la ricerca della verità.

È questa la prima considerazione sconcertante. Ascolto le sue teorie e ho la conferma di quelle sensazioni orrende avute nei casi reali di omicidio. Non è Anna Lou, la protagonista del suo libro, la ragazza scomparsa, quella che immagino cercata dalle folle di curiosi, ma Sarah Scazzi. Il luogo non è Avechot, ma Avetrana. E la finzione letteraria che ha radici in una realtà che di sangue ne ha versato per davvero, mi fa ritornare quella sensazione iniziale.

In sala non ci sono commenti. Del libro si parlerà relativamente poco, ma non per distrazione, ma perché la sua trama la conosciamo per averla vissuta anche nella realtà. E questo l’abbiamo percepito in tanti. Io l’ho ascoltata tante volte l’anima di questo posto. La gente viene, ascolta, partecipa e si diverte, perché di cose belle ne abbiamo fatte all’interno di Palazzo Marciani. Ma stasera c’è un’altra cosa che aleggia su di noi. È l’insinuarsi del dubbio. Quello che vediamo, quello che ascoltiamo è reale o costruito? Non è sicuramente la prima volta che ci facciamo questa domanda. In tanti altri momenti abbiamo riflettuto sulle manipolazioni mediatiche. La differenza stasera è che viene a parlarcene una delle figure che compare per davvero in quella scatola magica. Quella che può costruire storie che non esistono, o trasformarle nelle storie che vuole. Che vogliamo noi tutti.

I discorsi di Carrisi cercano motivazioni e radici lontane. Ritorna un nome “Alfredino”. È il bimbo del pozzo, il primo caso che coinvolse le masse rendendole schiave di quelle immagini che furono seguite ininterrottamente da milioni di persone. Tutti volevano sapere, tutti volevano partecipare, tutti divennero protagonisti in una storia di morte in diretta. Una tragedia che portò ad una scoperta: il business. Spot pubblicitari, “fiction” reali realizzate a costo zero, e dunque un’idea da sfruttare. Su ogni frase si può creare un’intervista, qualunque ricordo, “…mi rubava la merenda alle elementari”, può diventare prova di colpevolezza per uno e notorietà per l’altro!

Questo sarà il filo conduttore della serata. Perché alcuni episodi di cronaca diventano “casi”? Sarah, Olindo e Rosa, Amanda e Raffaele, Cogne, Parolisi, Yara, alcuni tra i nomi eclatanti. Storie che escono dall’anonimato e su cui ognuno fa indagini che, anche se hanno poco a che vedere con la realtà, riescono a tenere i riflettori sempre accesi. E da questa ricerca deve venir fuori un colpevole, perché tranquillizza le nostre coscienze; che poi sia anche la verità, non è sempre importante. Di queste storie spesso si ricordano i nomi degli assassini e non le vittime. Perché? Perché quando abbiamo individuato “il mostro”, ci illudiamo di poterlo riconoscere. Senza pensare che un assassino è spesso anonimo; se fosse mostruoso, lo individueremmo subito.

I discorsi e gli esempi sono tanti. E ci prepara anche uno scherzo, perché non vorrei che pensaste che sia arrivato con la barba  e lo sguardo truce per intimorirci. Anzi. Il suo modo di tenerci incollati alle sedie e attenti alle sue riflessioni è davvero coinvolgente. Il nostro silenzio sono certa che deriva dalle riflessioni che ognuno si sente obbligato a fare con se stesso, sulla propria condotta, sulle proprie convinzioni.

Ma ritorniamo allo scherzo, che in realtà è un sondaggio. Ci racconta di un incontro occasionale su un treno. Una persona che sale poco prima della stazione in cui dovrà fermarsi. Bella ragazza, quella che guardi e già ti disperi pensando di non avere il tempo per farle una domanda, per sentire il suono della sua voce, per capire se potrà essere la tua donna ideale. E cerchi una soluzione che ti permetta di non perdere quell’attimo, quell’occasione che in ogni caso ti è stata data per un incontro che potrebbe cambiare la tua vita. Ed ecco l’idea. Un giornale, una frase scritta velocemente in cui spieghi la tua disperata voglia di non sciupare un incontro e dove lasci una traccia: un indirizzo mail. Non un numero di telefono, ma una lettera, a cui rispondere per forza con una lettera. Lasciarlo lì al tuo posto, sperare che lo raccolga, che legga il messaggio e che faccia qualcosa.

Qui interrompe il racconto. Siamo tutti col fiato sospeso. Che cosa sarà successo? Ma il gioco è quello: quanti vogliono davvero sapere come andrà a finire?  Alzo la mano convinta, ma anche se lo fanno in tanti, non sono tutti. E lui è quello delle attese e quindi rimanda. Lo scopriremo dopo.

Gli aneddoti che una persona come Carrisi può raccontare sono tanti. Come lo scambio di battute con un uomo conosciuto in un paesino vicino Erba che gli confessò: “Sono rovinato, mi chiamo Olindo e sono di Erba”. Ma lui con grande spirito seppe rincuorarlo: “Non lo dica a me che sono pugliese e mi chiamo Carrisi. Facciamo un patto, lei non uccide e io non canto”.

Luca Badiali ha in sé tante domande da fare, ma il suo compagno di serata, è un fiume in piena. I piccoli spunti che gli si danno o che si prende facilmente anche da solo, lo fanno somigliare ad un treno ad alta velocità che fa pochissime fermate. Ma la curiosità di sapere dei suoi molteplici interessi viene esaudita. Carrisi è sceneggiatore (tra gli altri il film su Nasserya e poi Il suggeritore), criminologo, scrittore di pezzi teatrali e un passato da attore con una carriera iniziata ad appena 5 anni grazie a sua madre insegnante che lo lanciò. (Cavallo di battaglia “A livella” di Totò!) Il tutto realizzato in una famiglia di avvocati, dove figurava come un predestinato. Dal ricordo del nonno morto in tribunale con la toga addosso e la nonna che con orgoglio gli prediceva”Sarà tua”. Ma così non è  stato e questo suo essere “uno scrittore”, ha preoccupato non poco la famiglia e ha divertito gli amici che gli chiedevano di spiegare per davvero quale fosso il suo mestiere!

Ma questo è un mestiere bellissimo. “Vi guardo e prendo spunto dai vostri volti per i personaggi dei miei libri. Il vantaggio è che poi posso uccidere chi voglio!”

Oggi si parla molto dei suoi successi, ma i primi due libri che ha scritto non meritavano la fama e lui li ha saputi superare e riprovarci.  I giovani vanno incoraggiati, anche se il consiglio è di non innamorarsi troppo dei propri lavori, soprattutto i primi. Ognuno pensa di aver scritto un capolavoro e davanti a tanti rifiuti, ci si intestardisce sperando di trovare chi lo capirà. A volte invece bisogna ritornare sulle cose, rivederle e forse assumeranno significati diversi.

Poi viene stuzzicato. Qualcuno lo aveva sfidato a scrivere un libro che trattasse di una storia d’amore, e lui lo ha fatto. “Le donne dei fiori di carta” è un noir d’amore, ed in realtà è simile agli altri thriller. Anche in amore c’è sempre una vittima e un carnefice. Le storie più famose sono Via col vento e Love story, non quelle che durano tutta la vita con rose e fiori. Amore e paura sono i sentimenti importanti, quelli che smuovono; per rabbia ti viene un infarto.

E poi le domande sulle sue letture, su Maurizio De Giovanni, amico stimato,scrittore di gialli con la teoria che libri del loro genere non vincono nulla, mentre Carrisi ne ha vinti, e anche Di Giovanni avrebbe meritato! Un tempo thriller e gialli venivano considerati generi di serie B, ma oggi, che sanno rispecchiare molto, forse troppo la realtà, sono stati rivalutati. Sarebbe necessario fare squadra, tutelare non il libro, perché l’oggetto sacro non è lui, ma il lettore. “Bisogna imparare ad esportare la propria cultura, ma noi stiamo diventando un popolo d’ignoranti.”

C’è un personaggio “con la camicia verde” che viene tirato spesso in ballo. Lui è uno di quelli che manovra quest’ignoranza con una serie di termini, come “profugo”. Il profugo è una persona che scappa. Scappa da una realtà che non gli permette più di vivere tranquillamente la propria vita. E quando la fa, porta con sé le cose indispensabili. E oggi per noi tutti, uno degli strumenti inseparabili, è il cellulare. Eppure, la voce della camicia verde, rimarca quel possesso come uno stato sociale di benessere e che quindi non merita la nostra accoglienza. E così “quelli con lo smart phone”, se li prendono i tedeschi. Perché sanno riconoscere in quelle persone i professionisti, quelli che hanno cultura e capacità che dunque possono essere sfruttate. E lasciano a noi quelli senza, quelli che spesso restano per delinquere.

E anche questo è l’esempio di una cultura basata sulla paura. Paura che viene sfrutta da Salvini (quello della camicia verde), da un magistrato o dal politico o dal media di turno.

Da Carrisi, che dietro le telecamere c’è stato, arriva un monito. Lo schermo nasconde la vera vita che c’è alle loro spalle. Persone invitate per la perdita di un figlio, arrivano con il resto della famiglia con lo spirito delle scampagnate, le lacrime arriveranno in diretta. O il signore sessantenne che racconta della scomparsa del figlio, ma che intanto arriva con la compagna cubana ventenne, e si preoccupa di farla mettere in prima fila, perché “buca lo schermo”.

Arriva poi anche il finale del sondaggio ve lo ricordate? Ha avuto una risposta a quella richiesta. Ma a firma del fidanzato della bella ragazza!

Luca, distolto per un attimo dall’effetto ipnosi di Carrisi, si rende conto che abbiamo tenuto su una serata più lunga del solito, ma un ultimo pensiero alla dedica del libro va fatto. “Quanto ti cambia un figlio?”

Un bimbo di nove mesi per Donato e una risposta: “Non sapevo di aver scritto sempre per lui”.

E mi fa bene questa chiusura. Mi fa bene perché mi lascia un sentimento di speranza. Dopo aver discusso su quanto le nostre paure siano un business, come attraverso di lei riescano a controllare i nostri pensieri, le nostre azioni e anche le reazioni, piuttosto che sentirmi un bamboccio di pezza nelle mani di chi nemmeno ti conosce ma vuole solo sfruttarti, voglio poter credere che la conoscenza mi renderà libera. È una mia battaglia personale, è lo slogan dei miei foglietti: “da sempre l’arma più temuta dall’uomo è la sua capacità di pensare”. E trovarne conferma in chi combatte questa subdola battaglia con la denuncia è una consolazione. Non bisogna sentirsi soli. Non bisogna essere soli.

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