Una vita a foglietti

Doppia recensione “Volevo solo vivere – Treno 8017 ultima fermata” e “Senza Ritorno”

21012013_Disastro-di-Balvano_01Come deciso per la pubblicazione di Vivimedia, le due recensioni, che trattano lo stesso episodio, uno descritto con una cinepresa e l’altro da una penna, sono state messe insieme. Due punti di vista stesso obiettivo: la verità.

“Volevo solo vivere – Treno 8017 ultima fermata” è il titolo del film nato dal sogno del produttore Giuseppe Esposito, che ha voluto dare un preciso contorno ai racconti di sua madre, donna di Balvano, che da sempre gli ha raccontato la storia di quel Treno. Un treno particolare perché, intrappolato in una galleria, non arrivò mai a destinazione e interrompendo la sua corsa, interruppe anche quella di quasi tutti i suoi passeggeri, soffocati dalle esalazioni di carbone della locomotiva.

Nel film diretto da Antono Miele e Vito Cesaro, è stato proiettato venerdì 27 marzo al Circolo Orizzonte di Passiano, nel corso di un’iniziativa presentata da Livio Trapanese, con la presenza di numerosi parenti delle vittime. Vi compaiono attori conosciuti al pubblico, da Carlo Croccolo noto attore e doppiatore italiano (tra gli altri ha recitato con Totò e l’ha anche doppiato), Emiliano De Martino, Vera Caputo, Daniela De Vita, la cavese Carolina Damiani, Alfredo Li Bassi e Ciro Petrone, ma prima durante e dopo la proiezione, sinceramente, non facciamo caso alla recitazione di ognuno di loro. È uno di quei corti che impegnano molte altre cose nella testa che fanno riflettere su punti ben diversi.

Già quando arriviamo alla sala Orizzonti a Passiano di Cava, noto un certo tipo di spettatori e un’aria di cose sospese, di “comunicazioni interrotte”. Ci sono molti anziani e non mi meraviglio: molti di loro vengono a guardare quello che non hanno mai potuto vedere, a rivivere quello che invece hanno immaginato per più di 70 anni. Gli sguardi sono strani, di attesa, come se poi si potesse svelare un qualcosa di nuovo e di diverso da quello che invece sanno già molto bene.

Inizia la proiezione e siamo già senza luci, è sera. In un bar c’è la prima spiegazione di quel momento storico: la guerra, militari e civili mescolati a forza e a fatica, esigenze strategiche e necessità vitali spingeranno tante persone a percorrere insieme una stessa strada senza immaginare di andare incontro  allo stesso capolinea. Tanti destini diversi, un unico stesso Destino finale. La stazione è il luogo che diventa protagonista perché lì, in varie stazioni, si intrecceranno vite, storie, realtà buie, come la notte che li accoglie, come le speranze che non troveranno un seguito.

71 anni, 521 morti accertati, racchiusi in 33 minuti. Il film che abbiamo visto ci ha regalato dettagli di un tempo passato, attrezzi che non usiamo più e che forse molti di noi non hanno mai nemmeno visto dal vivo, un viaggio che oggi non riusciremmo ad immaginare e mancanza di comunicazione e soccorsi tempestivi che in un’epoca digitale come la nostra diventa difficile giustificare. Ma era quel tempo, il tempo della guerra, quella che viene raccontata anche nel libro della cavese Patrizia Reso “Senza Ritorno”, che, oltre ad individuare l’elenco dettagliato dei morti, tra cui trentacinque cavesi,  cerca proprio di dare una spiegazione storica di quella tragedia. Nel film guardiamo quei volti; il bambino che cerca di essere bambino anche in un viaggio così terribile; giovani che, anche se stanchi della miseria che li circonda, non hanno perso la voglia di sentirsi ancora e comunque “giovani”; ufficiali ed adulti che mescolano il dovere alle esigenze della povertà; cuori che si lasciano con la speranza di ritrovarsi presto con le mani piene di un futuro migliore. Nel libro troviamo le radici di quella tragedia, la Fame, quella vera quella che non è …“desiderio insoddisfatto di cibo. Ma è di più. È un dolore cupo che dalla regione dello stomaco si diffonde a tutte le membra fiaccandole. È un’idea fissa … È una cosa che ti si dipinge in volto e non si può nascondere” . Così viene descritta in una pagina del libro quella molla che aveva spinto tutte quelle persone, per la maggior parte donne, a salire su un treno merci, che portava legno per ricostruire i ponti abbattuti dai tedeschi per fermare l’avanzata degli Alleati, e che permetteva ai civili di salirci perché per loro non c’erano viaggi “ufficiali”.

Questo è quello che hanno cercato di far venire a galla tutti coloro che hanno deciso di parlare di quella che è stata la più grande tragedia nella storia delle ferrovie nazionali Italiane: una verità che per moltissimi anni è stata nascosta nel migliore dei casi e nel peggiore cambiata. Perché quei passeggeri sono stati dipinti come contrabbandieri, come normali delinquenti che cercavano di approfittare della guerra per arricchirsi al mercato nero. E non è vero. Quelle erano persone che, con pochi soldi o con vestiario e oggetti per il baratto, si spostavano per procurarsi cibo dove si poteva trovare, che volevano sottrarsi alla fame, uomini che si ribellavano ad una realtà che li aveva privati dei beni primari, donne che cercavano un’alternativa a chi voleva che “…andassimo con mani , faccia e piedi pitturati e con cane al guinzaglio su e giù per le strade”, quelli erano i passeggeri del Treno 8017.

E la luce diminuisce sempre più in quei vagoni, come l’aria che mancherà e per la scadente qualità del carbone fornito e per il peso eccessivo di 47 vagoni e quasi 600 passeggeri, e che sarà quasi per tutti la causa della morte. Per assurdo, la voglia di far scomparire in fretta quel disastro, non permise neanche a chi avrebbe voluto, di poter effettivamente constatare la reale morte dei presenti, che non fosse confusa con una perdita di sensi. Non c’era tempo, solo una fossa comune, solo della calce a cancellare in pochi gesti tutte quelle vite, come se potessero bastare a cancellarne anche la memoria in coloro che li aspettavano a casa, a quelli che li amavano, quelli a cui non è bastata un’inchiesta veloce e falsa per far etichettare chi aveva scelto di morire per loro, come gentaglia.

Non ci sono commenti tecnici da fare a proiezioni del genere, c’è da riflettere sulle considerazioni dei protagonisti, di chi oggi è ancora in vita per miracolo e per chi ha ancora sulla pelle il dolore di una perdita cara; ma anche sulla quasi completa mancanza di informazione su quanto accaduto. Su come sia stato possibile stendere un velo di omertà su una strage così grande, su come la Storia, quella che viene fatta dagli uomini, abbia voluto dimenticare così tanti suoi uomini.

E con lei le istituzioni. Molti i comuni che hanno avuto vittime nella regione Campania. Cava, è seconda solo a Resina per numero di morti e non c’è, in nessun luogo della città, un solo fiore, una sola parola che dia testimonianza del passaggio di queste persone nella loro città: neanche una lapide al cimitero.

Ecco perché non c’è da fare retorica di fronte a questo muro. C’è da passarsi una mano sul cuore, per dare una carezza anche tardiva a quei cuori che hanno smesso di battere per uno sporco fumo di carbone scadente, e che poi sono stati sporcati per anni dalla miseria umana.

senza ritornoSi possono fare ricerche per il gusto della scoperta, si possono fare per cercare la verità e si possono condurre anche per giustificare una rabbia.

Il libro di Patrizia Reso “Senza Ritorno” (Terra del Sole 2013), oltre a mostrare un’accurata attenzione a fatti e documenti, ci restituisce un popolo, un tempo, che, dopo oltre mezzo secolo, sembra sia già stato etichettato e catalogato in un solo modo.

La guerra non è mai cosa da poco. Oggi noi la viviamo con l’idea moderna, con aerei superveloci, bombe intelligenti, blitz toccata e fuga. Ma la guerra non è solo di chi la combatte con le armi; la guerra è di chi ci rimane dentro, di chi ne subisce le conseguenze ogni giorno, di chi paga leggi e scelte non sue. E la grande guerra, quella che ancora oggi ci dimostrano che non conosciamo del tutto, ha portato come sempre chiavi di lettura ben più ampie di ciò che spesso ci viene rifilato.

Balvano è una tragedia nella tragedia.

Balvano è la miseria delle istituzioni degli uomini.

Balvano è la prova che la memoria va rispettata.

Balvano è tutto questo e molto altro ancora.

La storia, quella scritta all’epoca, racconta degli anni difficili del Governo Badoglio, dell’Italia liberata al Sud ma ancora in guerra al Centro Nord, racconta di un treno da Napoli e Battipaglia diretto a Potenza ma che ha fermato la sua corsa prima, improvvisamente. E insieme a lui si sono fermati contemporaneamente quasi 600 cuori e dietro di loro, molti più cuori, migliaia, hanno cominciato a battere con ritmi diversi; perché lasciati soli, abbandonati dai loro cari e dimenticati da chi avrebbe dovuto dargli spiegazioni e dignità.

Le vittime di Balvano sono morte tante volte da quella  lontana notte del 3 marzo 1944. Sono morte ogni volta che qualcuno ha voluto cambiare la realtà e soprattutto quando hanno deciso che non meritavano né giustizia e nemmeno una degna sepoltura.

E tutto questo non piace a Patrizia Reso, come non è piaciuto a nessuno dei parenti di coloro che non hanno più fatto ritorno. Ma Patrizia ha saputo mettere a disposizione della storia e di questi uomini non solo la sua capacità di ricercatrice storica, ma anche la sua rabbia. Sì, rabbia. Per tutto il falso che ha circondato questa vicenda in cui le vittime hanno assunto il ruolo di contrabbandieri, per essere più facilmente dimenticati. Quelle persone non erano delinquenti! Erano per lo più disperati, madri di famiglia che si avventuravano lontano da casa per “FAME”. È difficile trasmettere il significato di questa parola oggi. È difficile far rientrare la quotidianità di chi viveva la guerra a chi invece l’ha letta come l’avvenimento mondiale. Ogni luogo ha vissuto la sua guerra particolare, le sue bassezze, le sue umiliazioni, le sue rinunce. È in questo contesto cancellato che vanno guardate quelle persone, quei giovani che sono saliti sul treno 8017, quello “Senza Ritorno”.

Di questo libro, che andrebbe portato come integrazione ai testi scolastici, voglio sottolineare un passaggio della nota dell’autrice.

Lei dice di aver impiegato molto più tempo a decidere di pubblicarlo, che non a fare le ricerche che l’hanno portata a scoprire come Cava sia stata seconda solo a Resina per numero di morti in quella strage: noi 35 loro 80; ma neanche questo ha mai spinto nessuno a prendere iniziative ufficiali per permettere un degno “ritorno” a quelle persone che davvero non hanno mai più rivisto la loro terra.

E poi soprattutto il timore di essere fraintesa nell’intento. La paura di immaginare che tutto questo potesse avere scopi diversi dalla ricerca della verità.

Mi permetto di chiudere con un pensiero personale. Solo chi non avesse voglia e tempo di leggere il libro potrebbe permettersi di dare un così bieco parere. Da queste pagine escono grida di rabbia, lacrime di dolore, impotenza che rischia di rimanere oblìo per i tanti anni che qualcuno ha impiegato a dare ascolto a quei fantasmi che non hanno più avuto pace.

Ma chi non legge non può giudicare, e se continua a farlo, allora bisogna guardare bene dove sono eventuali interessi.

Nelle pagine del suo libro non compare mai un IO, ma solo un senso sociale. L’IO arriva dopo, alla fine, in una pagina senza la sua firma.

Il suo interesse, che pure nasce dentro di lei, è tutto proiettato nel collettivo.

Come è giusto e come dovrebbe sempre essere

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