Una vita a foglietti

Due pagine, tante domande.

finestraCava 21/10/02

C’è. Me lo dico con gioia, piacere, soddisfazione. E’ la risposta all’attesa di due giorni. Me lo dicevo che sarebbe venuta, ma temevo il contrario.

E’ di spalle. Guarda la montagna. La finestra è grandissima ma non sembra sminuirla. La luce del sole le illumina i capelli. E’ un attimo, si volta, si avvicina. Non ci diamo neanche la mano. Le vado incontro e la oltrepasso: il raffreddore. Diventa una scusa per la mia distrazione in classe, che confesso senza nessun bisogno. Per lei, ma per me eccome. Mi sembra che tutto racconti il mio stato d’animo.

Attimi di silenzio, due colleghi mi aiutano. Ma poi vanno via. So che mi guarda e sento che stamattina parlerà. Mi aspetto che lo faccia. Credo sia fatta così. Tante volte mi ha lasciato parlare, sulla filosofia sono io il professore, ma per il resto credo di avere qualcosa da imparare. Mi chiede dei giorni a Napoli. Indaga, vuole sapere qualcosa? Mi dice che cerca casa e tocca l’argomento tanto caro a mia madre. Confesso di avere una ragazza, ma anche che ultimamente non ho voglia di “sistemarmi”, a differenza di lei. Tiro fuori la mia insicurezza, il desiderio di essere solo. E mentre parlo mi allontano. Me lo fa notare prendendomi in giro. Mi sento a disagio. Mi sembra di vederle in mano un coltello con cui vuole scavarmi dentro. Ma le ci vuole tanto? Parla con tranquillità della sua storia ventennale, della possibilità di vivere in due senza necessariamente sentirsi oppressi. E alla fine si capisce che il problema non è nel matrimonio, ma con chi ti sposi. E anche lei, come altri ultimamente, mi dice qualcosa che mi colpisce. “Non c’è niente di peggio che avere rimpianti”

Io lo so bene. Ma so anche che il mio carattere sempre prudente, mi ha fatto lasciare molte occasioni per strada. La paura di fare, la comodità di rintanarsi dietro i libri, lo studio, lunghi rapporti portati avanti più per inerzia che per passione, la famiglia che mi mantiene. Sono tutte cose che conosco benissimo solo che adesso, in questa sala che è stata per me tante volte un rifugio, mi sembra sciocco dover ammettere e pensare, come una colpa.

Mi prende ancora in giro quando qualcuno ci interrompe, perché vede che sono scogli a cui mi aggrappo per riprendermi.

Mi racconta di quanto lei abbia fatto e anche dei fallimenti, ma lo fa sorridendo: ne valeva comunque la pena? Per lei credo di sì. Ma come si fa ad essere così? Dove e come si impara a volersi mettere in gioco ogni volta, sapendo che devi puntare qualcosa e potresti perdere? Lei mi risponderebbe “Puoi anche vincere” e in ogni caso non fare non dà risposte.

E’ una spinta alla vita. Ha intorno una forza che può spaventare, e sicuramente spaventa uno come me. Ci penso a cosa potrebbe significare vivere secondo il suo metro? E guidata da lei?

Abbasso spesso gli occhi, perché so che i suoi sono sempre lì, pronti  a mettermi al muro.

Caffè, altri professori, alunni, poi andiamo via.

Qui fuori è una meraviglia. La giornata è bellissima. Va in macchina, scenderemo insieme.

Ci avviamo silenziosi. Alla radio gli Eagles, Hotel California. Mi sistemo nel sedile, i pensieri vanno al passato. Cosa mi ha fatto diventare così? E’ tutta qui la mia vita? Se questa strada fosse infinita andrebbe benissimo. Lei guida sicura, io mi sento sicuro. La guardo un po’ di nascosto, lei sorride quasi. Di me? Sa cosa penso? Non mi meraviglierebbe, infatti dice -“E’ bello questo silenzio, ti fa pensare ancora di più che è meglio stare soli”. Tace di nuovo. Chiudo gli occhi e potrei essere ovunque, in pace con tutto e tutti, anche con me stesso. Ma il tragitto è breve.

Andiamo a prendere i libri. Apriamo insieme quella porta ed ho un senso di complicità che mi fa piacere. E lì sono tranquillo. So cosa fare, dove guardare, dove nascondermi e dove aggrapparmi. Sta per finire, non ci sono più molte cose da dire. Entra uno a spezzare tutto e niente. E’ sempre gentile, lo fa con tutti.

Chiudo i libri in borsa e me ne vado. Mi sembra di essere stato sorpreso a fare qualcosa e voglio scappare. Mi avvio verso casa con queste borse che pesano più del solito. So che sono solo i miei pensieri frullati e rimescolati che hanno aumentato il loro volume.

Devo cominciare a pensarmi seriamente? Il tempo passa e questo non vivere appieno adesso mi pesa. Perché proprio ora?

 

Cava 30/10/02

Se li conto sono solo nove giorni. Nove giorni da quando ho scritto l’ultima (e la prima) pagina. Ancora meno da quella sera in cui ne abbiamo parlato. Doveva andare a teatro, il tempo era poco, ma mi ero sentito colpito, come da un attacco a cui non opponevo resistenza. Per la prima volta ci siamo dati la mano quando ci siamo lasciati. Cosa ho pensato tornando a casa? Forse ora è troppo tardi per raccontarlo. Mi sentivo quasi euforico. Di cosa poi? Della corazza che pensavo potesse cadere? A casa non mi dava fastidio niente, anche se niente volevo fare. Non vedevo l’ora di rinchiudermi nella mia stanza, eppure una volta lì, non mi sono rifugiato nella solita lettura. Il soffitto non mi sembrava così freddo, estraneo, potevo pensare con lui. E a cosa pensavo? Che a volte è bello lasciarsi prendere dall’imprevisto, trovare  qualcuno a cui puoi credere di poter parlare con fiducia. La immaginavo per le strade di quella Napoli che conosco bene, dove avrebbe portato quei suoi pensieri così semplici e a volte sbalorditivi.

E poi? Poi non so come vanno certe cose. Ho passato una serata a discutere di principi filosofici da rapportare alla vita, alla mia voglia di fare domande. Lei è stata quasi sempre in silenzio. Quando poi ne abbiamo parlato, non cercava tanto risposte, raccontava solo dei fatti dei quali non chiedeva spiegazioni. Accadono e basta. Ma ancora una volta tutto è rimasto sospeso. Una sola telefonata per chiarire che il discorso è ancora da completare, poi nulla.

Sono giorni che non ci vediamo, non ci sentiamo. Ho davvero avuto tanto da fare da non poter mai passare? Lei non ha mai avuto niente da dirmi per chiamarmi? Non lo so. So che da qualche parte era entrato un raggio di sole, qualcosa che ti scalda anche in pieno inverno, che accetti e accogli come un regalo. E poi più niente. Ho ragione io a razionalizzare tutto? Ha ragione lei a vivere “sentendo”? So che quei discorsi che sono stati fatti non tra di noi, hanno costruito un muro di parole attraverso le quali non si apre nessuna breccia. E’ questa paura che mi tiene lontano. Se ne avessi la conferma sarebbe dura. Eppure non sarebbe la prima volta, ma farebbe male. E come sempre non agisco. Era, è un’amicizia a cui tengo, avrei voluto che certi discorsi li toccassimo noi. Che quelle parole che uso con tanta precisione servissero a chiarire il mio punto di vista, invece sono state usate in maniera diversa. E diverso è stato il risultato. La mia scrittura è servita poche volte per raccontarmi e forse qui metto uno degli ultimi punti. Ma ho del rimpianto. Brutta parola vero? Ma potrebbe squillare il telefono.

Rispondi