Una vita a foglietti

Fedora e Rosa Aliberti a Roccapiemonte – Antonio Scurati “il tempo migliore della nostra vita”. Successo per Rocca, flop per l’autore!

Scurati 2Da Vivimedia

Il tappeto rosso di Palazzo Marciani, che ci accoglie per l’ultima delle serate in programma a Roccapiemonte, stasera ci lascia fuori, nel suo immenso cortile. In un’afosa serata di giugno, resteremo ad aspettare il nostro ospite in compagnia di un venticello che ci dona un po’ di sollievo dalle temperature esagerate di questi ultimi giorni.

Ma l’attesa è giustificata appunto dall’importanza della serata, per vari motivi.

Innanzitutto si arriva alla fine di un ciclo, un secondo anno di attività per le associazioni Fedora e Rosa Aliberti che hanno profuso impegno, tempo e vera dedizione ad un progetto di crescita per questa città, che davvero va preso come esempio. E poi l’ospite: Antonio Scurati con il suo ultimo libro “Il tempo migliore della nostra vita” (Bompiani) . Di Scurati potremo dire molto già solo dalla didascalia del suo libro: neanche cinquantenne ha al suo attivo una serie importante di riconoscimenti a livello letterario che lo inseriscono nel cuore della cultura italiana. E vista la grande importanza dell’ospite, non potevamo aspettarci relatori di minore importanza e quindi, accanto allo scrittore, siedono come moderatore, la giornalista Aurora Torre, direttrice di Telenuova, Mario Pagano Presidente di Rosa Aliberti e Aurelio Musi, storico.

La presentazione di Aurora Torre è fresca, simpatica, sicuramente curiosa verso la serata dopo l’intervista fatta allo scrittore per la sua emittente. Gli interventi a cui sarà chiamata in seguito, la sorprenderanno sicuramente.

I saluti di Mario Pagano abbracciano gli anni di lavoro delle due Associazioni che camminano insieme perché hanno a cuore aspetti fondamentali della vita civile: il sociale e la cultura. E nei due ambiti hanno riscosso innumerevoli successi, che se nella cultura abbiamo più volte documentato, nel sociale non sono stati da meno, vista la realizzazione di progetti importanti come “Roccapiemonte città cardioprotetta” e le collaborazioni con Associazioni sportive per affrontare ad esempio la violenza negli stadi, tema che ha visto, nel loro incontro con la Polisportiva Rocchese, la partecipazione della madre di Ciro Esposito, ultima delle vittime della follia “sportiva”…

Il desiderio è quello di portare avanti il sogno di una comunità che vuole crescere con ambizioni importanti; “…togliersi di dosso la superficialità e l’apatia del non fare”, facendo poi i primi riferimenti al libro della serata, al famoso “NO” di Leone Ginzburg, che darà inizio alla storia, ma che anni prima era stato l’inizio di una grandezza e di una fine insieme. L’intervento risulta gradito e, toccando tanti punti, tutti importanti e meritevoli di citazione, prende un po’ di tempo alla serata, ma noi non abbiamo fretta. Il pensiero che questa sia l’ultima della stagione, ci invoglia alla massima attenzione, come se poi, passaggio dopo passaggio, dovesse rimanere tutto nella mente, per accompagnarci anche quando il tappeto sarà arrotolato e il portone chiuso.

Arriva così il momento di Aurelio Musi, e il suo non è un intervento occasionale. Il professore ha ben analizzato il libro di cui andiamo a parlare. Scurati ha scritto di personaggi che si muovono su un panorama ampio; alcuni di essi sono stati abbastanza grandi da poter risultare in primo piano al cospetto della grande Storia, mentre altri hanno rappresentato lo sfondo di un periodo del nostro passato, un passato che ha scritto con troppo sangue i giorni che l’hanno caratterizzato.

L’analisi del professore continua con argomentazioni interessanti e con inviti ad una discussione che noi ci auguriamo Scurati colga, perché tanto interesse crediamo che stia stimolando le risposte dell’autore. Immagino che una lettura particolare di ciò che un autore scrive, possa solo far piacere. Rientra nel mio personale pensiero, forse non solo mio, che un testo, una volta scritto, può diventare di tutto nelle mani degli altri. Tante volte scopriamo dettagli che nessun altro ha notato, ma solo perché nella grande Storia, ognuno cerca di trovare un pezzo della propria, piccola, ma pur sempre una storia.

Musi si interroga sul fatto che il libro non gli ha dato un chiaro indirizzo: racconto storico o romanzo? La storia è stata tratteggiata con meticolosa precisione, anche se si prendono anche posizioni verso personaggi che hanno fatto da pilastro per alcune generazioni, come Cesare Pavese, ma che vengono riproposti con le piccole debolezze tipiche degli uomini, e non solo con la grandezza delle loro opere.

Ma questo è lecito da parte di chi scrive, se ne assume la responsabilità ed un’opinione va rispettata. La cosa che è pure lecita però, è accettare un parere diverso!

Questo continuo riferimento ad una classe che ha davvero scritto, anche in senso letterale, molta della nostra cultura, porta lo stesso Musi alla domanda se è un libro che tutti leggeranno con facilità.

Aggiungo a questo una nota personale: io adoro i libri che non sono per tutti, senza disprezzare quelli che leggono tutti anche se non tutti li intendono allo stesso modo. E Scurati dovrebbe essere lieto di questa considerazione perché significa essere stato inserito in un contesto non solo commerciale, ma intellettuale!

Al di là delle altre belle e valide considerazioni che Aurelio Musi fa, nel corso del suo intervento, che sinceramente si dilunga per merito del libro, che offre, come abbiamo già detto spunti  a 360°, cominciamo a notare un certo fastidio da parte di Scurati, un’insofferenza, e pensiamo che stia scalpitando per poter immediatamente dare corpo alle sicure risposte che ha da offrire al suo esimio relatore. E deve essere proprio questo irrefrenabile desiderio che lo spinge a pronunciare una frase “forte” per interrompere “una lezione di storia” a cui non vuole assistere!

Così gli viene lasciato il microfono e potrà a questo punto dare libero sfogo alle innumerevoli considerazioni sulla sua fatica e sulle interpretazioni che ha ascoltato.

Scurati ci parla di un libro che lui ha concepito come un romanzo, una storia che potesse raccontare quella dei suoi nonni che sono vissuti nell’epoca in cui un intero paese, un intero continente ha saputo dire principalmente si all’ascesa di quel movimento fascista che aveva invaso ogni campo, ogni mente. Un pensiero che pretendeva quasi di far combaciare la storia dell’umanità con la sua nascita e per farlo, aveva bisogno di rimuovere dalla scuola quelli che erano i custodi di un passato che invece non li vedeva protagonisti. Questa è stata la grande forza di Leone Ginzburg , cofondatore della case editrice Einaudi, con Giulio Einaudi e lo stesso Cesare Pavese, colui che ha curato le prime collane, quello che ha impresso un notevole senso del dovere nella scelta e nella qualità dei testi pubblicati, che compare un po’ come il protagonista del libro, perché quel “no” pronunciato e firmato l’8 gennaio del 1934, con una semplice penna gli ha conferito un potere che molti altri hanno dovuto conquistare con il sangue. Lui conosceva la storia. La condizione di profugo insieme alla famiglia, il genio evidente di cui era dotato, la dedizione agli studi,  la capacità di provare sentimenti fortissimi con le persone che ha amato, gli hanno inculcato un tale rispetto per quella storia che gli era stata tramandata, da non potersi piegare alla richiesta di un regime vuoto e falso. Non per essere contro di loro, ma per rimanere fedele a se stesso. La necessità di essere coerente con i propri pensieri, con la propria coscienza.

In  questa storia di forza e di grandezza, dove l’autore ha dovuto necessariamente fare ricerche documentate da corrispondenze epistolari,  da documenti ufficiali, interrogatori, Scurati ha voluto inserire quella delle persone semplici, quelle piccole storie che invece godono di vita solo per il ricordo della memoria, vite che rischiano di perdersi e scomparire nell’oblìo, se non c’è qualcuno che le fissa su un pezzo di carta. Io direi su un “foglietto”.

Le motivazioni di questo libro le ho trovate molto belle e ancora una volta spunto di riflessioni. La convinzione che le vite dei nostri nonni siano state difficili, sicuramente sono valide, ma se entriamo nei particolari delle scelte, potremmo fare degli appunti. Nel tempo del fascismo, forse le strade da percorrere erano due: con loro o contro di loro. Sicuramente decisioni non facili visto dove portavano sia l‘una che l’altra, ma due. Oggi se guardo a quella che è la nostra realtà mi chiedo quali sono le scelte che noi dobbiamo credere di fare. Ognuno dei personaggi politici che arrivano o vengono messi alla guida di questo paese, dimostrano solo di mirare ad un unico obiettivo: interessi personali e corruzione.

Tanto più facile allora non è. La fatica fisica che un tempo si faceva è indubbia, ma c’era, di contro, la presenza e la forza di quei valori che hanno accompagnato queste generazioni di lavoratori, che hanno riempito i loro ricordi e i loro cuori. Ma oggi? Quali sono i valori per cui combattiamo? Dov’è la moralità, l’educazione, il senso civico?

Abbiamo così conferma che da questo libro possiamo davvero scorgere l’inizio per tante storie, quelle dell’Italia che è stata, ma anche quella dell’Italia di oggi. E il tempo che ci ha preso è stato tutto ben speso!

scurati 6Il riferimento al titolo del libro, tratto da una frase di Natalia Ginzburg, moglie di Leone, testimonia il grande amore, seppur breve, che ha legato i due giovani cuori e ha scoperto il lato umano del personaggio “rivoluzionario”. Il legame con i suoi cari, l’importanza della continuità della famiglia attraverso i figli, che spesso oggi sono pensati in base agli impegni, alle possibilità e sempre meno come ponte di congiunzione tra passato presente e futuro.

E questi affetti Scurati li racconta anche attraverso le vite della sua famiglia, vite che non si sono mai incrociate, hanno solo condiviso gli stessi anni politici, con conseguenze diverse, ma che hanno testimoniato allo stesso modo un pezzo del nostro passato, che può ancora condizionare il nostro futuro. Non fosse altro per la conoscenza che dobbiamo alla storia, che va conosciuta, mai ignorata.

E proprio perché le cose vanno conosciute, le dico ora signor Scurati, ciò che ho pensato ieri, durante e dopo la nostra ultima serata a Roccapiemonte. Ovviamente chi le parla non è una di quelle che scriveranno la Storia, piuttosto uno dei tanti personaggi che le faranno da corollario, ma i pensieri che sono nati, meritano di essere espressi.

A lei cosa avevano raccontato di questa città? Che è un posto definito “il centro del mondo” della cultura? Un posto dove si possono vendere più copie di un libro che in quattro, cinque serate messe insieme in qualunque altro posto? Che la presenza di un pubblico attento è garantita?

Bene, le avevano detto la verità e l’ha potuto constatare, perché Roccapiemonte non si è smentita neanche stavolta.

E l’ha fatto perché ha avuto un periodo di crescita, di lavoro interno, di  passione da parte di Gaetano Fimiani, presidente di Fedora, Luca Badiali, Antonio Pisano, Orlando Di Marino, suoi preziosi e fedeli collaboratori.

Ma per arrivare a questo, ognuno ha ricevuto anche le sue critiche: una volta abbiamo ripreso il pubblico non abbastanza “informato” sull’autore intervistato, altre volte abbiamo notato intervistatori poco all’altezza dell’autore.

Ma stasera, sinceramente, devo dire che la nota stonata è stata proprio lei. Stavolta lei non è stato all’altezza di  un posto come Roccapiemonte. Tutto in lei è stato un contrasto, per chi l’ha ascoltata.

Chi fossero i relatori della serata lo sapeva e se c’era qualcosa da programmare poteva deciderlo prima; se pure fosse stato fatto, e non lo so, e non fossero stati rispettati gli accordi, non doveva assolutamente fare quello che ha fatto. Non solo la chiusura drastica dell’intervento dello storico, ma i continui sberleffi alle citazioni dello stesso, mi sono sembrate inopportune e molto infantili. La chiusura pessima, se ce ne fosse stato ancora bisogno,  se l’è concessa quasi alla fine, quando non contento dell’esibizione fatta, ha tenuto anche a precisare, attraverso il microfono, a chi non avesse sentito perché parola pronunciata da chi non l’aveva più, di essere stato apostrofato con il termine “arrogante”.

Lei è persona di cultura. Dovrebbe avere più di altri chiaro in mente il peso delle parole. Ha detto di aver scritto questo libro per una forma di rispetto e di amore verso quella generazione che sono stati i nostri nonni e i nostri padri e qualcuno si è chiesto: quelle persone avrebbero trattato in questo modo una persona più anziana? Che tra l’altro, anche se con opinioni diverse, stava dando comunque importanza al “suo” lavoro?

Ci pensi, se le va di considerare queste parole. A Roccapiemonte si lavora per essere liberi.

Liberi di pensare, di scrivere e di essere responsabili delle proprie azioni. Che lo si faccia con Scurati, con Missiroli, Tilli, Bilotti, Fontana o anche l’ultimo principiante che si invita in questa sede, non ha nessuna importanza. E chi arriva deve sapere dove va e con chi sta. Un posto dove si può trovare successo, ma dove si pretende rispetto.

Noi siamo quelli che, memori dell’insegnamento dei libri che scrive, diciamo “no” a chi parla bene e razzola male.

Un amico giorni fa, quando ha saputo che venivo alla presentazione del suo libro mi aveva scritto: Genio, arrogante, ma genio. Io dico: Arrogante, genio, ma arrogante!

 

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