Una vita a foglietti

Francesco Libetta alle Corti dell’Arte: un racconto in note

 

IMG_1576Da Vivimedia

Per il secondo appuntamento delle Corti dell’Arte, martedì 23 agosto, siamo stati molto indecisi se rivederci al Complesso di San Giovanni in balìa del vento, o al sicuro nella Sala del Comune. Ma il rosso splendido del tramonto, laggiù, verso il Vesuvio, che ha accompagnato il mio ritorno a Cava, fa ben sperare.

Stasera la serata è di quelle da ricordare. Si esibirà Francesco Libetta, “…un italiano, un pugliese, che il mondo ci invidia”, come dirà a fine serata un commosso Felice Cavaliere, Direttore Artistico della Rassegna. Dopo averlo ascoltato anche noi, non possiamo che essere d’accordo.

Quando arrivo, la Corte di San Giovanni è già piena ed io pensavo alla mia “ignoranza musicale”,   e mi sentivo quasi tranquillizzata. Non dovendo stabilire nessuna priorità nella qualità della musica che ascolterò, dovrò solo raccontare quanto saprà toccare la mia anima.

In fondo le note non hanno parole e le parole non hanno musica. Apparentemente. Io trovo invece che all’interno di ogni cosa ci siano storie, pezzi di vita, qualcosa da raccontare e ognuno lo fa come meglio può e sa.

È con questi pensieri che mi appresto ad ascoltare. Il piano lucido, imponente e solo, sembra pronto. Qualcuno mi dirà che forse non è stato nemmeno il più raffinato degli strumenti per la grandezza delle mani che l’hanno accarezzato, ma a noi, a me profana, è bastato. Eccome.

Arriva Eufemia Filoselli e l’emozione e l’importanza della serata le racconta con ogni movimento dello sguardo, con la ricerca delle parole, con l’emozione di chi sa che Cava sta ricevendo, ancora una volta grazie alle Corti dell’Arte, un magnifico regalo. Francesco Libetta ha suonato nelle più grandi Sale da concerto del mondo, lasciando sempre tutti estasiati ed entusiasti, e stasera la Corte di San Giovanni si trasformerà nella corte di tutte le Corti, per dare anche a noi, fortunati cavesi e non solo cavesi, l’opportunità di vivere una magia.

Il programma prevede tre secoli di musica a partire da Leonardo Leo, passando a Haendel, Mozart, Villa-Lobos, Chopin, Beethoven, fino a Schubert.

Come sempre, non ci saranno dettagli tecnici da parte mia, ma solo il racconto delle mie emozioni. Proverò a raccontare cosa hanno disegnato per me quelle mani su quei tasti, cosa ho provato a catturare con una penna, cercando di non fare rumore neanche quando giravo un foglio. In quella meraviglia, sembrava quasi un’offesa.

Le note che arrivano sono fresche, come fanciulle intente a giocare allegramente in un prato… nel vento.

Il pianista ha uno sguardo completamente assorto. Cosa vede oltre le mani e il piano?

Minuti che non hanno tempo. Quando finisce il primo pezzo, noi non siamo pronti ad applaudire: stavamo ancora ascoltando la musica che il vento rapiva dalle sue mani…

Mani che si vedono poco dal mio posto, ma non sembrano fare molti sforzi per tirar fuori queste note che escono delicate, leggere, quasi rincorrendosi. Un gioco? Ancora il gioco delle antiche fanciulle?

Poi qualcosa cambia; una carrozza ci porta lontano, una grande Corte, un salone immenso e fruscii di abiti vaporosi intenti a volteggiare davanti al re.

Si fa più forte il vento e si abbassano le note. È un saluto, un delicato arrivederci? Anche gli occhi non guardano più il piano, sono persi, lontani. Ma è solo un attimo. Quanto impiega il vento a portar via una nota?

Un altro applauso, un altro suo saluto, un altro inchino. Tempi brevi, poi subito a cercare nuove note.

Non so quanto conti per lui suonare qui o altrove. E non è una considerazione negativa. È talmente rapito dalla sua musica che non credo riesca a guardarsi intorno. È un mondo un po’ più piccolo quello che ci sta regalando: lui, le mani, il piano. Noi, tutti noi siamo altro.

All’improvviso si scatena, lasciando andare le mani, con una velocità che a noi sembra impossibile anche seguire solo con gli occhi tutte quelle scale, per poi tornare ad accarezzare i tasti, come con una carezza “umana”.

Di nuovo un attimo di pausa e via con un altro gioiello del suo repertorio.

Che forza!!!

Sembra sia un’altra persona. Una potenza diversa, adesso c’è un dominio assoluto sullo strumento. Ciò che prima veniva raccolto ora sembra preteso. Le note sono forti, quasi dure, il salone non c’è più. Ora ci sono i momenti del tormento. Una ricerca; verso il profondo, dentro le cose sconosciute. Mi piace questa lotta che sento, mi ci ritrovo. Un misto di brivido, di mistero mi risveglia vecchie paure. Vecchie? Forse solo compagne di viaggio.

Libetta tocca i tasti come un gatto che graffia il topo. Lo aggira, gli tende la trappola. Non ha scampo il piccolo roditore. È il gatto che vince. Piccoli passi, si avvicina, sanno tutti e due come andrà a finire. C’è solo da stabilire in quanto tempo. L’attesa. È tutto in questa parola. Zac! Dalla zampetta morbida e felpata sono scattati gli artigli: uno due tre graffi, giochiamo ancora un po’…

I battiti del cuore sono accelerati per tutti e due: per chi cattura e chi è catturato, per chi è cacciatore e per chi è preda. Ma il ruolo è proprio quello stabilito? Note di dubbio si dilatano nell’aria, domande in attesa di risposte… E ritorna la durezza della musica, la forza di quesiti antichi, infiniti, di ruoli che non si sono mai definiti. Davvero non c’è risposta? E se nella dolcezza di queste ultime note si nascondesse un abbraccio piuttosto che una cattura?

Un rintocco di campana sospende tutto. Non fa parte del repertorio, ma viene rispettato come se lo fosse. La mano indugia sul piano, un colpo a sorpresa, ma non si possono mescolare le due cose. Attimi, tempo non quantificabile: la sua mano sospesa le nostre orecchie in attesa… E poi di nuovo. Poteva esserci un altro finale? I due rotolano in quell’abbraccio, sognato e temuto. È un gioco? È una lotta? Aspetto di sapere cosa sarà di questi nemici amici e ci sono ancora troppe onde, troppi dubbi. E alla fine delle scale, chi è rimasto?

Finisce qui la prima parte. Noi siamo immobili sulle sedie. Il mio gentile vicino mi dice “è valsa la pena venire da Nola”. Ha ragione, valeva la pena e non è ancora finita, perché noi restiamo in attesa di un altro regalo. Eufemia viene e ce ne anticipa uno: il concerto che stiamo ascoltando dal vivo, viene registrato e farà parte di un CD live del Maestro Libetta. Altro onore per noi.

Il Maestro torna sempre allo stesso modo, con una compostezza incredibile, come se non fosse proprio lui a scatenare tutte quelle emozioni che si stanno vivendo in questo cortile che per fortuna è all’aperto e che può dare sfogo alle infinite vibrazioni che regala.

E a me sembra strano quanto io stessa riesca a cogliere la differenza di queste nuove note che ci regala. Quella che comincia adesso è ancora un’altra storia.

È un film muto. Una donna che balla, una donna che cerca qualcuno. È un uomo che balla, un uomo che a sua volta cerca qualcuno. Note veloci, grandi rincorse l’uno verso l’altro o lontano dall’altro? Giorni, mesi anni passano uguali e diversi: si incroceranno le strade? E…

Ora le due mani sembra che stiano raccontando storie diverse. Una parte veloce, prepotente quasi; l’altra segue lenta per poi riprenderla e riportarla sulla stessa strada. Continuano così, compagne di uno stesso destino che non si sa bene dove porterà, ma verso il quale non saranno sole. La musica non ti permette mai di essere sola. Ti sveglia il cuore, ti rivolta l’anima, scava nella mente e crea castelli e ponti e strade per riunire tutto ciò che è in te.

Torna il vento, ma l’unico scompiglio che porta è nei capelli del Maestro. Non gli viene concesso altro. Tutto il resto è in assoluta comunione con quella tastiera e quel piano e quel mondo che sta creando per lui, dove noi siamo gentilmente invitati. E quando ci dice che è finita, lo fa con un tocco leggero, gentile.

Ma non è veramente finita la serata. La fluidità con cui muove le mani e le dita sembra acqua che scivola da una cascata, ma dopo la grande corsa verso il mare, arriva il momento della calma, dell’acqua cheta, che si muove con una lentezza che somiglia quasi alla tristezza. Una tristezza lieve, che ricorda la nostalgia, ma che presto diventa consapevolezza e di nuovo forza, costruzione, nuovi sogni, nuove rincorse, nuovi traguardi.

Gli applausi adesso non si fermano più. Tutti in piedi, anche quando lui non c’è più, rientrato dietro le quinte, a capire forse quanto davvero aveva donato in questo tempo che non sappiamo quantificare.

Torna. Ci guarda mentre si risiede al piano e ci regala la sua voce: “Chopin”.

Non è solo un valzer, è una pomata che cura ferite, è un vortice che cancella i pensieri, un volteggiare che porta in un altro luogo. È bello avere la sensazione dolcissima di spogliarsi del proprio corpo e lasciare che l’anima balli su queste note, con questo vento che non la porta via, perché non è un’anima persa. Solo pesante e ha bisogno di volare per guardare da lontano quanto di bello è stato scritto dentro di sé.

Ora è finita davvero. Dire che i pianisti non parlano prima durante e dopo i loro concerti è davvero una bugia, una forzatura dell’ovvio. Cos’altro ancora poteva dirci, oltre tutte le confessioni private che ci ha concesso durante la sua esibizione?

E quindi grazie per queste confidenze, grazie perché ogni strada vale la pena di essere percorsa, ogni dolore va vissuto per crescere di una spanna in più, ogni vita va assolutamente vissuta. E raccontata.

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