Una vita a foglietti

Giancarlo Visitilli – E la felicità Prof?

Per chi è stato scritto questo libro?

Forse leggerlo in un istituto, mentre ciò che si racconta è, in minima parte (o anche non tanto minima), anche quello che si vede e si vive, è molto significativo.

Poche ore ed è divorato. Poche ore e Mimmo, Floriana, Alessandro, Saverio e tutti i loro amici sono qui, davanti a me, vestiti con altri abiti, con altri capelli, con zaini diversi, e non so se hanno gli stessi sogni.

Poche ore e le domande che mi ero posta all’inizio: perché un Prof non dovrebbe proporre il libro di un collega, trova due risposte. O forse di più.

Perché questo è un libro che dovresti sentire la necessità di leggere e far leggere se tu, come prof, hai ancora dei sogni e dei valori nella borsa da lavoro che ti porti a scuola. Ma se quello che fai è ciò che viene condannato, cioè arrivare in classe senza sorrisi, senza sogni, senza il desiderio di regalare un domani, allora il libro va censurato. Metterebbe il dito dentro le tue mancanze, dentro le pochezze che sorreggono da troppo tempo ormai, il Progetto Scuola in Italia.

E poi c’è la terza ipotesi, forse la peggiore: l’ipocrisia. Parlare di una scuola che si sogna diversa, ma che è “impossibile” da ottenere e allora “che possiamo fare?”. Pascoliamo le nostre pecore, giudichiamole e mandiamole via al più presto, cancellando il ricordo e la responsabilità che abbiamo avuto di loro, giustificandoci con le frasi “abbiamo le mani legate” che ci lavano la coscienza, ma ci rendono colpevoli di una realtà che conosciamo, che critichiamo, ma che ogni giorno avalliamo.

La Scuola, la Famiglia, lo Stato SIAMO NOI!!!

I nostri errori, le nostre qualità, i nostri difetti ce li portiamo dietro in ogni cosa che facciamo. E se mai troveremo il coraggio di cambiare, o mai qualcuno che incontreremo ci mostrerà “come cambiare”, tutto non solo non cambierà mai, ma potrà solo peggiorare.

E quei sogni sognati durante gli anni spensierati, si spegneranno sempre più in fretta e senza sogni non ci saranno più prospettive.

Abbiamo l’abitudine di catalogare, di mettere “il tutto” insieme per cancellare l’unicità; ragioniamo per massa ed evitiamo la meravigliosa diversità degli esseri umani. I professori, ma così anche le famiglie, devono avere rispetto per chi hanno di fronte.

Oggi grandi problemi ci affliggono, dalla precarietà del lavoro alla violenza, dall’intolleranza alla conoscenza sessuale che ancora vuole essere un tabù all’interno delle comunità. E gli stranieri, la loro ricchezza ma anche la loro difficoltà di integrazione, con le strumentalizzazioni che si fanno sulla loro pelle.

Non tutti siamo buone e belle persone, forse per qualche motivo che non conosciamo, che non sappiamo riconoscere, che non ci vuole essere confidato.

Sapete che penso? Che forse questo incontro dovrebbe essere fatto con i soli professori prima. Perché ai ragazzi non è concesso di cambiare all’interno di strutture a cui si devono adeguare, o che accettano il loro disinteresse come qualcosa di possibile. O che cede ai ricatti di famiglie che premono per “il buon voto” per vantarsi di questi figli da mettere in vetrina. Sono i Prof che dovrebbero confrontarsi, dovrebbero essere loro a salvaguardare la dignità del lavoro che svolgono, dovrebbero essere loro a scioperare non solo per gli stipendi inadeguati, ma soprattutto perché la loro “missione” oggi, in questa Italia, non ha quasi più senso.

I prof come Visitilli, di quelli che sanno di cosa parlare e che sanno ascoltare, non so quanti ce ne sono. In un’aula magna, vorrei che tutti alzassero la mano, che tutti si schierassero con questo modo di fare. Che pretendessero Ministri che siano passati dentro i corridoi di un Istituto, che abbiano respirato l’aria intensa di sudore e di ormoni impazziti, che abbiano guardato in faccia questi ragazzi che passano troppe volte senza poter lasciare un segno della loro presenza.

Se loro, se i prof sapessero e volessero combattere per ciò che è giusto, per ciò che è soprattutto dovuto, allora la battaglia potrebbe prendere una piega diversa. Se volessero, se loro stessi, dentro quella cartellina da lavoro che li accompagna a scuola, conservassero ancora dei sogni di ragazzo.

E poi perché togliere le Famiglie da questo gioco di responsabilità? Dove nasce l’errato pensare che la Scuola è una perdita di tempo, chi fa credere che una protesta in più di un genitore, il suo sbandierare un certo ruolo nella società, possa cambiare il giudizio sul figlio? Chi alimenta la convinzione che “il pezzo di carta” non serve a niente senza la dovuta raccomandazione?

Ognuno dovrebbe meritare per quello che fa, niente di più e niente di meno. Responsabilità per ogni ruolo.

Il nostro posto nella vita e nella società lo scegliamo. Noi vogliamo essere professori, noi vogliamo essere genitori. Assumiamoci la responsabilità di queste decisioni.

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