Una vita a foglietti

Giorgio Fontana – Morte di un uomo felice

morteVorrei cominciare questa pagina con i ringraziamenti: grazie a chi mi ha parlato di questo autore, grazie a chi l’ha scritto, grazie perché ho trovato un libro che parla di grandi valori morali senza avere la presunzione di dare nessun insegnamento morale. Grazie perché l’ha scritto un giovane e questo mi dà speranza.

E’ dura anche confessare che scrivo con le lacrime agli occhi, le lettere della tastiera scappano sotto le mie dita, ma non posso lasciarle andare, dovranno aiutarmi a cercare di dare un ordine in questo vulcano che ho nella testa. Un poco mi aiuteranno le note che ho fatto mentre leggevo, le pagine che ho ricordato per dei passaggi che mi hanno trapassato a volte il cuore, a volte la mente.

Come raccontare “Morte di un uomo felice” di Giorgio Fontana? Ogni cosa in questo libro va analizzata, dall’argomento trattato al richiamo geniale che ha con il libro precedente: Doni e Colnaghi che ritornano, la storia di uno intrecciata all’altro, il sacrificio di una vita che cerca di riscattarsi in un’altra.

Fontana ha mescolato storia, politica, religione, etica, morale, filosofia, famiglia… tutto in queste quasi 300 pagine e lo ha fatto con una profondità e allo stesso tempo una delicatezza tale, che sembra quasi un’offesa volerne parlare. Perché non troverei le giuste parole, non avrei la stessa dolcezza nel descrivere una vita che ne ha toccate tante, e ne ha vissute al suo interno tante o forse una sola grande, grandissima.

Proverò a dire il mio pensiero rispetto a dei momenti, come quello della sera in cui Colnaghi si ritrova con la relatrice di un convegno in cui erano presenti  ”cinque persone” a parlare di Dio, della legge del taglione, della possibilità del perdono. L’idea di un Dio che dovrà perdonare tutti sembra comunque un fallimento perché richiama, molto umanamente, il grande sberleffo di chi pensa di aver vissuto correttamente e poi si ritrova al fianco dell’assassino pentito all’ultimo momento. Ma perché noi vogliamo “giudicare il giudizio di Dio?” Chiunque sarà salvato da Lui, non potrà essere frutto di un errore. Dio è al di sopra di questi nostri miseri sentimenti di rabbia e di vendetta. Lui sa guardare oltre i nostri occhi e sa leggere ciò che di vero abbiamo nel cuore, per questo riconoscerà anche il cattivo nei panni del finto buono!

E poi il confronto con Meraviglia. Tutti e due si sono scontrati con un dramma sociale; per uno la strada è stata la violenza, per l’altro la ricerca di una soluzione, la voglia di andare alla base del problema: cosa genera tutto quest’odio? Cosa lo nutre, cosa lo fa crescere? Sia lui che Colnaghi sono certi di difendere delle giuste idee, ma per tutti e due c’è un altro nemico che diventa difficile da combattere: quello Stato che non si sporca le mani direttamente con il sangue delle sue vittime e non veste mai la toga di chi deve condannare “il cattivo”. Ma è lui che mette la pistola nelle mani di uno e forma la “giustizia” dell’altro, consegnando a ognuno delle armi e non degli strumenti che poi, nel modo in cui vengono usati, generano distruzione, insoddisfazione, ingiustizia nella reale vita degli uomini. Il magistrato applica delle leggi che non sempre danno giustizia e gli uomini a volte non seguono regole che offendono la dignità, ma chi legifera? Uomini di Stato, quello che ha permesso che perdessimo uomini come Dalla Chiesa, Falcone, Borsellino. E qui segno una considerazione a volo. L’aver scelto, da parte dell’autore di parlare di magistrati senza ricorrere a questi ultimi due nomi, quelli che da qualche decennio attirano sempre l’attenzione: forse per ripagarli di quella che non hanno avuto da vivi, quando quel famoso Stato, che dopo 30 anni cerca ancora di fargli giustizia, decise di abbandonarli!

Raccontare invece la storia di un uomo che ha vissuto sulla propria pelle cosa significa voler lottare per un ideale, quella parola che non è niente ed è tutto nello stesso tempo. E’ ciò che ti fa sentire parte di un universo che racchiude uomini, natura, freddo, sole, amore, odio,che ti rende vivo in  maniera speciale, con quel fremito che si forma nel cuore, quando tu, piccolo essere, senti che tutta questa grandezza ti assale ed è come se dentro di te si concentrasse tutta l’immensità, ed è talmente grande che non sai riconoscere se ti protegge o ti schiaccia…

E mi chiedo perché veniamo “nutriti” con libri di altro peso? perché dobbiamo mangiare idee di sesso e omicidi quando potremo assaporare il piacere di sentimenti veri, di quelle piccole cose che sono il sudore, i sacrifici, il dolore ma anche la gioia che ne può nascere dopo… ma in fondo è come l’olio di palma che mettono in ogni cosa che compriamo sapendo di avvelenarci: la nostra libertà è data dal cucinarci da soli!

Poi mi sono accorta di aver inseguito per molte pagine il ricordo di quelle parole di cui conoscevo  l’esistenza su un foglio di carta ingiallito, chiedendomi perché non le ricordassi e perché allo stesso tempo le ritenevo così importanti: semplicemente non c’erano ancora, ma sentivo che erano una chiave importante. L’amore, quelle parole rubate alla morte, il pensiero di un uomo, per tutto quello che sapeva che non ci sarebbe più stato, ma che esisteva forte nel cuore di un padre… E una madre che racchiude la sua essenza in altrettante poche parole: Io ti aspetto sempre. Quante cose ci sono dentro queste poche letterine? Amore, fiducia, perdono, comprensione…

Vi lascio un consiglio se me lo concedete: leggete questo libro, ma dopo aver letto quello precedente. Uno esiste in funzione dell’altro e in qualche modo il primo ci aiuta a digerire il secondo.

A volte piangiamo per delle persone che muoiono anche se non le conosciamo, perché la loro scomparsa porta via anche la grandezza, i valori, le speranze che gli appartenevano… e un po’ tutti andiamo via con loro.

 

 

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