Una vita a foglietti

Giorni a raffica

giorniSe analizzo gli ultimi sei giorni appena trascorsi, potrei dire che c’è un concentrato di avvenimenti, di emozioni, di sensazioni, di gioie, di timori che mi sento quasi ubriaca.

C’erano da finire gli esami dell’anno all’università, c’era da parlare di una serata all’insegna della correttezza, della speranza e dei timori, c’erano da vivere gli ultimi preparativi prima della partenza, c’era da essere presenti con la famiglia, gli affetti di sempre, c’era una lettera da leggere e scolpire nel cuore, c’era da guardarsi intorno e non dimenticare nessuno.

Che è quasi tutto quello che si fa ogni giorno, tranne che per piccole eccezioni. E mi accorgo di essere senza fiato, senza forze, con il cervello centrifugato perché gli ho passato talmente tante informazioni, quelle che gli spettano di diritto più quelle che salgono dal cuore, quelle che vorresti far elaborare perché non le sai catalogare tutte insieme, perché arrivano a vagonate, come treni merci, e la roba da scaricare è talmente tanta che ne resti sommersa.

Comincio a farne delle fettine, un po’ alla volta.

Il pezzo della serata è scritto, ho mischiato ciò che ho sentito con le orecchie e quello che ho da tanto nella memoria ed è anche “andato in onda”.

L’esame è stato superato brillantemente, solo che poi si è portato dietro una serie di problemi, di quelli burocratici che mi fanno dimenticare ampiamente di dover essere persona e che mi trasformano in belva. Ma sempre belva razionale per cui non ho ancora azzannato nessuno. (chissà se per fortuna o purtroppo!)

E poi i giorni prima della partenza sono finiti; è finita l’attesa del treno da prendere ed è iniziata quella dell’arrivo, del come sarà, del cosa succederà. Ma intanto la stanza è vuota. E come sempre tante parole volevano salire su quel treno, ma hanno perso  il biglietto e sono rimaste a guardare, sperando di trovare un passaggio su quello successivo, per non essere disperse, per non andare completamente perdute. Per questo le ho fatte accomodare in una sala d’attesa, le richiamerò dopo.

Perché di parole belle nel frattempo ne sono arrivate da una letterina che è una letterona. Una di quelle che hanno un peso per la vita, che ti dicono che vale la pena essere vissuti se a qualcuno hai saputo ispirare tali sentimenti e tante riflessioni. Sarebbe bello farvela leggere, ma è “privacy”, per davvero. Forse un giorno, chissà. Ma fidatevi: è bella. BELLA. Forse la leggerei a qualcuno in privato, ma non per un elogio a chi l’ha ricevuta, ma solo per aprire finestre su certe vite che si sono spente, sommerse da badili di odio e bugie e rancori che vengono scaricati a domicilio quotidianamente, gratuitamente e soprattutto falsamente. Loro ne avrebbero bisogno, per riprendere fiato, per respirare aria buona, per guardare un raggio di sole e sentirne il calore e l’abbraccio. Ne avrebbero bisogno,davvero…

Ma poi nel frattempo ci sono altre nuvole nel cielo delle nostre giornate. C’è l’altro, insofferente, geniale, frettoloso, incompreso, duro, testardo, solitario e tutti gli aggettivi che mi appartengono e che gli ho regalato in pieno (geniale no, io non lo sono). Pacco regalo alla nascita e poi sono cavoli tuoi. Ma anche miei. Perché non so guardare da un’altra parte, perché se quegli occhi sono tristi io mi incollo vicino per leggere e capire come mai. Se la sua testa è distratta da pensieri che non conosco e la appesantiscono, io voglio aiutarlo a portarne il carico. Se i suoi gesti sono impediti, io voglio esserci per tirarlo su e accompagnarlo proprio lì, dove deve andare. Ma non è facile se non sei invitata ufficialmente e alla festa ti devi “imbucare”.

E poi, nel contorno di tutti questi sfrontati pesanti pensieri, mettici il quotidiano impegno di lavoro, di casa, di relazioni e di progetti e di speranze e di un futuro ancora da costruire. È una vita che sto qui a mettere mattoni su mattoni, ma il tetto non si vede ancora. Sarà che oscura il cielo ed io ho bisogno di aria fresca, pulita, nuova. E di luce.

Ecco, questi sono pochi giorni. Condensati in un foglio di carta che non cambia nulla di quello che ho vissuto, di quello che ancora mi costringeranno a vivere, ma mi concedono respiri. Una pausa per riprendere fiato, per mettere ordine in qualche cassetto sperando di non perdere niente e di saper regalare affetto e presenza e parole a chiunque giri intorno a questa matta, folle persona che sono.

E così inganno quel tempo che è ancora attesa. Di un treno che arriva, di una persona che accetti la mia presenza. Ingombrante, tanto, troppo. Sto provando a dimagrire, ma certi pesi non li smaltisco mai.

Rispondi