Una vita a foglietti

I giorni ad Illica per la consegna della Casa della Cultura del MARIC

Ho aperto il quaderno degli appunti che in questi giorni mi ha fatto compagnia e mi sono accorta che tante cose erano state scritte e ancora di più erano rimaste “solo” dentro la testa.

Siamo partiti martedì per un viaggio che avevamo già fatto mesi fa, quando, della Casa della Cultura ad Illica, si trattava di inaugurare “la prima pietra”. Quello di venerdì 20 settembre, invece era per la consegna delle chiavi. Quel sogno, quella promessa stava diventando reale. Potete immaginare che tipo di bagaglio viaggiava con noi. E non parlo di trolley, capite bene!

Uno dei nuovi compagni, oltre ai ritrovati Isabella, Teresa e Vittorio, a cui si aggiunge Maria, è Sandro, giornalista che, con frequenti dirette web, permetterà ai tanti interessati, di seguire il viaggio che il MARIC, e il suo presidente Vincenzo Vavuso, sta affrontando per affidare la Casa della Cultura ai suoi legittimi fruitori.

La strada è la stessa, faticosa come la ricordavo, tortuosa nell’ultimo tratto, come a sottolineare la fatica degli ultimi metri, lo scatto per arrivare alla meta. Ma arriviamo. Non è come l’altra volta. Non ci sono bande giornalisti politici ad attenderci. C’è il buio e il freddo di quelle montagne che ritrovo quasi identiche. Dico quasi perché mesi fa la presenza del sisma era presente in ogni angolo; le macerie parlavano di lui. Adesso c’era molto più silenzio, più “pulizia” anche se in più c’era quella Casa, quella costruzione che ha un significato importante, troppo importante. Forse fin troppo grande per essere contenuto in pochi metri quadrati. Ma c’è poco spazio per i pensieri. Siamo venuti prima per organizzare tutto per i giorni che verranno, l’inaugurazione, le presentazioni, i dibattiti. E ci si scontra con i primi problemi pratici, come il dettaglio della corrente elettrica che non c’è. L’energia elettrica, quella che banalmente noi ci procuriamo con un tic, con un semplice interruttore e che qui non c’è. A ricordarci, se mai non ci fosse chiaro, dove siamo e perché ci siamo.

Ma se manca la corrente, non manca di certo il sorriso dei presenti. Ritroviamo Stefania, che è partita da Pontedera con i suoi amici Hans, Giuseppe, Gina, poi Fabio e Teresa e poco dopo ci sarà l’arrivo di Franco Bruno, Paola e un’altra Teresa ancora. Siamo pochi ma sembriamo già tanti.

In questo luogo che sembra così deserto c’è un’attività che sta provando a rinascere, il B&B Lago Secco di Clementina e Davide. Sono fratelli e avevano una casa in cui svolgevano la loro attività prima del 24 agosto del 2016. Adesso quella casa non c’è più, al suo posto c’è una grande tenda e delle casette container che sostituiscono i posti letto precedenti. Noi abbiamo deciso di restare qui con loro piuttosto che scegliere qualche struttura tradizionale distante da Illica. E abbiamo fatto benissimo, mi permetto di dire che è una scelta che consiglierei a qualcuno che su queste terre passa velocemente, troppo velocemente. La tenda ha dei lunghi tavoli pronti ad accogliere una ventina di persone che sono qui da parti diverse d’Italia, con bagagli diversi alle spalle, ma con un unico obiettivo: essere presenti. Vedere, toccare, fare qualcosa con le proprie mani proprio qui dove c’è bisogno. L’atmosfera è fantastica. Convivialità, sorrisi, accoglienza, ma pure tensione per quel giorno che sta per arrivare, che avrebbe reso vero un sogno e avrebbe dato il via a tante aspettative nuove.

Ci dividiamo in gruppi di quattro, cinque persone e andiamo a sistemarci per la notte. Sapete? Sono molto indecisa se farmi prendere da quello che ho pensato, o se limitarmi ad una cronaca di eventi. Ma mentre me lo chiedo ho già deciso. Dell’aspetto formale si è già scritto e non aggiungerei niente di nuovo per cui il mio sarà “solo” un racconto, se vi va, continuate a leggere.

Il mio gruppo è delizioso, con Paola e Franco, più Teresa la poetessa. Sono persone che conosco da tanto e che rispetto da sempre e l’idea di vivere con loro questa esperienza me la rende ancora più piacevole. Quando ci ritroviamo a letto, vicine come mai avremmo pensato di essere, sembriamo le ragazzine del college che si incontrano per l’inizio dell’anno scolastico. Parliamo per ore, recuperando gli incontri arretrati che non abbiamo fatto e tra le cose che mi tornano in mente all’improvviso, c’è l’immagine di una matrioska che mi sta accompagnando da quando ho ricevuto la telefonata di Vincenzo che mi invitava a partecipare al viaggio. Non capivo perché, ma in quel lettino mi è sembrato di capire che forse i giorni a venire mi avrebbero svelato cose, o più correttamente avrei dovuto cercare cose più piccole dentro apparenze più grandi. In una storia come quella di un sisma di tale portata, ci sono grandi fatti che ti colpiscono subito, ma dentro quella storia grande ce ne sono altre, sempre un po’ più piccole ma che non sono di minore importanza. Il problema spesso è solo avere la voglia di andare fino in fondo, per non lasciare l’ultima, minuscola matrioska, segregata dentro le sorelle più grandi.

Il silenzio che avvolge la casina è di una dimensione incalcolabile. Ogni piccolo fruscio arriva come amplificato e ogni rumore, ogni passo che si fa al suo interno sembra scuotere la struttura e il pensiero va inevitabile al volere di Madre Natura, che si è forse stancata della nostra invadenza e viene a ricordarci che siamo suoi ospiti e dobbiamo rispettarla e non usarla devastandola. Ma tra un pensiero, una chiacchiera, una riflessione, arrivano le luci dell’alba.

Clementina e Davide sono già all’opera. Odore di cornetti caldi, caffè e latte, dolci e soprattutto sorrisi sono già a disposizione di tutti. Sembra di entrare in casa propria e il concetto di casa non è dato dalla struttura ovviamente, ma dalle persone. Che sono quelle che fanno sempre la differenza.

È il grande giorno, Vincenzo raduna la truppa perché ci sono da sistemare le opere all’interno della casa, organizzare per la Santa Messa, aspettare le autorità. Ma mentre il gruppo si cerca per compattarsi, partono racconti, descrizioni di come si è arrivati ad avere questa “struttura”, del percorso burocratico, delle insidie che nasconde e di come ci vogliano vagonate di pazienza ma soprattutto di competenza e di necessità di informazioni per svincolarsi dentro i meandri delle carte bollate. E non sempre il percorso è in linea retta, ma nasconde insidie che possono tagliare le gambe. Confesso che ascolto con enorme interesse perché dopo tre anni, dopo tante cose viste ed ascoltate, volevo cercare di scoprire come si incastrano i pezzi di queste realtà che altrimenti noi conosceremmo solo attraverso i brevi spot dei telegiornali, ma che contengono troppo spesso la punta dell’iceberg e mai la radice. Come la matrioska. Si vede la più grande e si dimentica la piccolissima.

I racconti sono fatti di passaggi burocratici, di carte bollate, di cassetti chiusi ma che di fronte hanno trovato testardaggine e competenza e anche voglia di investire ancora su questo territorio, perché qui c’è gente che ha cominciato a fare delle cose impegnandosi di tasca propria, senza aspettare che tutto fosse dovuto. Lo hanno fatto Clementina e Davide e lo ha fatto l’Associazione di Illica, donando lei stessa circa 25.000 euro per la costruzione della Casa della Cultura. Dico questo perché sarebbe facile far credere che qui si stia aspettando che arrivi la zuppa bella e cotta. Non è così. Questa gente ha qualcosa di forte per cui lottare, ha delle necessità primarie che la spingono a chiedere, a pretendere che sia concesso a questo territorio di tornare a vivere.

Come vedete, siamo solo alla colazione del primo giorno e io sono già immersa in grandi pensieri che mi porterò durante tutto il tempo del mio passaggio ad Illica e che mi imporranno delle riflessioni.

Ma bisogna andare. La giornata, dopo il freddo pungente della sera, ci accoglie con un bellissimo cielo azzurro e un sole che non è voluto mancare ad una giornata così importante.

La casetta è animata. Sembriamo formichine laboriose che cercano il proprio lavoro da fare per rendersi utili. Ma la cosa che mi colpisce di più è la presenza di padre Stanislao e del suo altare. Aveva chiesto di lasciare libera una parete per il suo allestimento, ma devo confessare che mai avrei pensato di trovare ciò che invece lui ha portato. Tre tronchi di legno squarciati con sopra incollati dei pezzi di pietre e un’asta che regge un crocifisso con un Gesù rotto in alcuni punti. Ognuno di questi pezzi ha un significato singolo e d’insieme. Legno  di terre segnate e pietre di tutte le chiese che sono andate distrutte, più una di Gerusalemme, perché quell’altare è il Gòlgota ma non della fine, piuttosto della vittoria. Ammiro la capacità del parroco, mi piace quell’attitudine al fare, quella volontà di creare qualcosa usando le mani e la testa per rendere sacro un luogo che potrebbe non esserlo ufficialmente. È il segno della volontà, è la dimostrazione che la differenza la facciamo noi uomini.

Fuori intanto Stefania è aiutata a sistemare la scultura in bronzo che ha creato per donarla a questo posto. Una testa bifronte, l’uomo occidentale e orientale, un uomo che abbia la forza e la capacità di guardare “oltre” le avversità e le difficoltà della vita.

Arriva il neo eletto sindaco Franca D’Angeli che insieme a Vincenzo Vavuso compiono il beneaugurante rito del taglio del nastro e la messa ha inizio. È san Matteo e suo è il Vangelo. Non poteva essere più in linea con questo giorno, questo momento, questa atmosfera. Dio viene per salvare i malati. Si può essere stati malati e si può essere stati corrotti, ma la Parola del Signore viene proprio per persone così, viene per redimerci non per giudicarci. La sua è una parola di Cultura che viene dall’incontro, come quello tra Gesù e Matteo, non dallo scontro, che decisamente non ha a che fare con nessun tipo di crescita. Gesù non condanna Matteo per le sue ruberie, lo spinge a cambiare, perché ognuno, volendo, può farlo.

La predica di padre Stanislao colpisce tutti, indistintamente. Ognuno credo che ci abbia letto la sua verità. Quanto resterà dentro ogni singolo cuore è di quelle cose che non ci è dato ancora di sapere. Anche qui torna la matrioska. Se non apriamo e arriviamo in fondo, non possiamo sapere cosa troveremo.

Quando si conclude la funzione, prende la parola il sindaco D’Angeli e qui si nota un’assenza: Stefano Petrucci. Mi sarei aspettato di vederlo, lo prevedeva il programma e soprattutto la situazione visto che con lui è partito tutto il progetto, con lui sono state vissute le difficoltà e le soddisfazioni. Questo era anche il suo risultato, ma la sua assenza e il silenzio che l’accompagna nelle vesti ufficiali, mi fanno mettere una linea di sottolineatura a questa mancanza. Ma è il momento dell’emozione, è il momento delle richieste e delle promesse, della consegna ufficiale delle chiavi della Casa, che Vincenzo vorrebbe fossero legalmente affidate all’Associazione di Illica. Il sindaco sottolinea come sarà necessaria una ricostruzione sociale, senza la quale quella edile avrà poco senso e Vincenzo ribadisce il concetto mettendo in primo piano la popolazione. È qui per loro, a loro ha dato la sua parola tre anni fa e per loro l’ha mantenuta. “Il terremoto passa e noi non dobbiamo farci uccidere due volte, faccio da contenitore e raccolgo critiche da ogni parte, ma poche persone che non riescono a mettersi insieme è cosa gravissima. Bisogna rispettare le regole

Su questa frase mi fermo e penso. Ma non posso subito raccogliere le idee perché interviene Alessandro, presidente dell’Associazione di Illica e nei ringraziamenti, anche al costruttore della struttura e qui presente, sottolinea la possibilità che la Casa della Cultura ha dato, di dedicare uno spazio per ospitare i pezzi recuperati dal Museo della Civiltà Contadina, fondata da Franco Casini, uomo che è stato esempio per tutta la comunità e per l’Associazione stessa. Ripete i nomi dei defunti che non hanno avuto la possibilità di continuare quella tradizione e quel pensiero e ricorda il silenzio di quella notte in cui non sembrava arrivare nessuno, ma poi invece qualcuno è arrivato e qualcosa si è fatto. Forte il suo ringraziamento per Vincenzo, per la sua forza e la sua testardaggine.

Il gruppo si scioglie, non prima di aver ricevuto in dono la riproduzione di una scarpina in creta, sempre ad opera di Stefania, che rappresenta l’oggetto che ha dato lo spunto a Vincenzo per iniziare tutto questo viaggio e che adesso è custodita in una teca all’interno della Casa.

Mi affaccio nel piccolo ma significativo spazio dedicato al Museo di cui parlava Alessandro. Ci sono tante cose in pochi metri, ma alcuni di quei pezzi ha avuto per me subito un posto, una collocazione diversa. Io li conosco quei pezzi, sono oggetti che fanno parte dei miei ricordi e il loro utilizzo, il loro essere vivi, ha superato l’immobilità a cui oggi sono costretti, ma per fortuna almeno sono presenti. Arriva Michelangelo, anche lui socio dell’Associazione, mi accompagna in questo viaggio nel passato, confrontiamo le nostre esperienze e poi mi mostra un’antica poesia contadina scritta su un manifesto. La leggo e ve la trascrivo perché in queste parole c’è la spiegazione di tutto. C’è l’appartenenza, la storia, il valore di una terra, la necessità di continuare a viverla.

“Lasciatemi qui fra i miei campi che ho vangato, arato e seminato per tutta la vita, nella mia casa piena di crepe e di fessure, dove anche gli stracci profumano di buono,

qui tra le mie mura e la mia gente, anche un povero contadino come me con la faccia arrostita dal sole, si sente un Re.

E quando verrà la mia ora, portatemi in fondo al campo sotto una manciata di terra che mi farà da coperta e cuscino;

per poter sentire ancora l’odore della stalla, il profumo del fieno, il canto del gallo del mattino”

Usciamo fuori, foto di gruppo per giornalisti e web, per ricordare ai posteri chi era presente a tante emozioni. Giuseppe vaga con la sua macchina fotografica. Ognuno ha il suo modo di cogliere le sensazioni di un avvenimento che resterà nei nostri cuori, sicuramente con risvolti personali, ma indiscutibilmente segnandoli.

L’Associazione ha, come sempre, pensato ai  suoi ospiti ed ha organizzato un buffet di prodotti tipici e dolci fatti in casa che vengono notevolmente apprezzati, ma per noi c’è una possibilità: tornare ad Accumoli. Penso alla prima volta che ci sono andata, alle foto che avevo fatto, alla calcolatrice fredda che avevo scoperto e che avevo minacciato di controllare e non vedo l’ora di tornare. Ma…

C’è sempre un ma. La strada è ancora presidiata dai soldati, il silenzio sembra sempre lo stesso, ma nell’immobilità di un paese abbandonato trovo differenze sostanziali. Massi accatastati su pedane e catalogati, sono i pezzi che hanno cominciato a rimuovere dal paese. Un paese che ci guarda ancora dall’alto del suo cocuzzolo, ancora con la chiesa puntellata e la colonna imbracata, ma che ha chiuso la strada di accesso. Lo ha fatto in maniera naturale, con le armi che ha: le piante.

La strada che ci aveva portati in cima, a guardare da vicino i resti di quelle vite interrotte, ha deciso di non farci più passare. O forse ha seguito il naturale corso delle cose; se per troppo tempo nessuno è più andata a cercarla, lei ha cambiato programma ed ha lasciato crescere erba e piante. Ha cercato da sola di ridare vita ad un luogo dove la vita era stata strappata. Faccio pochi passi ma capisco che non è più posto per me. Non andrò a cercare quei vecchi scatti, non rivedrò le bottiglie d’acqua poggiate nel cavo di una parete, né l’albero che si stagliava nudo nel panorama.

Resto giù a guardare l’assurdità di un portone che ancora tenta di difendere la privacy di una casa sventrata e la forza della natura che regala il colore dei suoi fiori nonostante lo sfondo grigio delle macerie.

Non parlo quasi mai, gironzolo, cerco qualcosa che non c’è, ma il tempo è breve e il peso dei pensieri devo raccoglierlo in fretta in uno dei tanti scomparti del cuore ed andare via.

Il pomeriggio arriva in fretta con gli altri appuntamenti, questa volta legati alla poesia e alla letteratura. Franco Bruno Vitolo presenterà il nuovo libro di poesie,”Nell’incanto” di Stefania Maffei e il primo libro scritto da Teresa D’Amico “Fili”.

Sarà un incontro stupendo, leggero, pieno di spunti, di bellezza, anche di dolore, ma in ognuno dei  passaggi che si faranno, si percepirà la forza della vita, la sensibilità dell’animo puro, il desiderio di comprendere una realtà che, per quanto dura si possa presentare, deve comunque permettere di andare avanti, di andare “oltre”.

Il libro di Stefania,sottotitolato  “viaggio attraverso la natura, la vita, il sogno”,  è una raccolta di riflessioni sulla vita che si presenta come un percorso che ci porta di fronte a delle scelte che pretendono cambiamenti, dove il sogno è una forma di speranza, una fortezza, un luogo che ti dà la forza di andare avanti, perché riesce a superare il quotidiano e lo stesso problema. Le parole possono accompagnare i sogni e racconta di una frase “Nonna ti amo”, che la nipotina le ha rivolto sintetizzando in quelle sole tre parole, il desiderio di averla con sé, di condividere con lei tempo, giochi, esperienze. Una frase che le ha permesso di viaggiare indietro nel tempo, di rivedere luoghi che ha lasciato da tanti anni, ma che sono parte integrante della sua vita. Ciò che è nel cuore non viene portato via da nessun terremoto.

Franco sottolinea il verso di una poesia “Mi abbraccia il cielo e mi raccoglie Madre Terra”, descrivendolo come una visione “che pretende l’ascesa verticale”. Noi soffriamo per i sogni, ma gioiamo con i sogni.

La presentazione di Teresa nasce dalla visone della copertina del suo libro. Tanti colori, tanti fili intrecciati e la prima sensazione che si coglie è di gioia, di legami forti. Eppure Fili è il diminutivo di Filippo, il nipotino di Teresa, e che lei ha scelto come titolo per quella raccolta di pensieri, come un diario che ha accolto riflessioni sulla sua vita in generale, dal lavoro al rapporto matrimoniale, partendo dal dolore provato dopo aver ricevuto la certezza che, pochi mesi dopo aver gioito per il suo arrivo, si è saputo che Fili è un bambino disabile al 100%.

Un libro, un titolo che si presta dunque a diverse letture, tra cui sicuramente, la capacità di intrecciare i fili della vita anche quando sembrano tutti spezzati. Ma anche un omaggio alla figlia, che di fronte a tale drammatica evidenza, ha forse versato una sola lacrima, perché di fronte ad un problema d’istinto c’è disperazione, ma non ci si può fermare.

Dicevo prima che queste presentazioni sono state bellissime. Franco sa scavare dentro le anime, lui sa trovare dolcezza, amore, sentimento, ricchezza in ogni persona. Stefania è un vulcano in continua eruzione ma la sua è una lava che non brucia ma feconda. Teresa è una donna che ha voluto condividere la sua vita col mondo quando ha capito che le sembrava troppo pesante da sopportare da sola, ma in realtà la condivisione le ha regalato ancore di salvezza e le ha permesso di regalarne altrettante agli altri che nella sua storia hanno ritrovato le loro.

E tutto questo non era adatto al momento e al luogo, era di più. Era il senso della nostra presenza, era l’essenza della solidarietà e dell’esempio. Eravamo persone che avevano conosciuto il dolore e lo avevamo portato lì con noi, senza vergogna, senza considerarlo più un peso ma un compagno di viaggio. A cui pagare il biglietto, a cui lasciare uno spazio sul sedile accanto per lasciargli l’opportunità di respirare, crescere forse, ma anche di essere compreso.

Nel momento letterario, si inserisce Clementina, che cerca un posto per dei poeti accumulesi come Filomena Mazzarella, Ennio Rendina e Federico Tosti, spero aver riportato i nomi giusti, di cui leggiamo tre poesie, che hanno come protagonisti la campagna, la fiera di paese, ancora una volta a mettere l’accento sulla necessità di un ricordo che non si vuole far sbiadire.

Tante cose in questo pomeriggio passato ad ascoltare poesie, a scavare dentro i cuori, col sole che ancora partecipa portando luce e calore, ricordando ciò che questo posto è e dovrà essere: un incontro tra persone e idee.

Non a caso, dopo questo momento, la sala dove c’era stato tanto ascolto, diventa agorà, con la presenza del sindaco che, “in borghese” è rimasta ancora con noi, per ascoltare e spiegare, per dare a tutti un’opportunità che, senza la Casa della Cultura, sarebbe stato difficile creare.

È un dibattito vivo, in cui si inserisce come mediatore Sandro; il sindaco comunica dell’incontro con tutti gli altri colleghi del territorio, che sono diventati circa 70, perché singolarmente non otterrebbero molto, ma insieme possono rappresentare una forza che potrebbe meglio sfondare la rigidità della burocrazia che non permette soluzioni a breve termine. Sono tante le parole che corrono in questo piccolo grande spazio. Si fanno riferimenti al terremoto del Friuli e della veloce ricostruzione che ne seguì, esempio mai più ripetutosi in Italia. Qualcuno cita le leggi speciali di quella regione, le diverse tecniche che ci sono adesso e delle maggiori verifiche di sicurezza relative al territorio e alle costruzioni. Ascolto e rifletto che è ovviamente giusto pensare alla sicurezza dopo le stragi che abbiamo avuto, ma fare le cose per bene, perché significa renderle lunghissime? Un progetto è un progetto, fatto con materiali idonei o sbagliati è lo stesso; lo studio del territorio è una cosa che deve essere già stata fatta se sono state delimitate già delle aree rosse, quindi si dovrebbe sapere dove poter costruire. Ci sono anche i fondi in questo caso, per cui non si può dire che mancano i soldi, che in Italia sono sempre i grandi assenti, e qualche domanda in più nasce. Eppure Vincenzo invita alla calma, chiede di avere fiducia e rispetto nelle istituzioni perché di fronte alla volontà spesso mancano le possibilità di realizzare.

Il sindaco dice che sono state già identificate delle aree dove poter costruire delle piazzole attrezzate che darebbero la possibilità a chi si è dovuto allontanare, di poter ritornare e restare un periodo più lungo della singola giornata e che soprattutto creerebbe di nuovo quel tessuto sociale che è il grande assente adesso. Qualunque attività si pensa di mettere in piede, che sia un bar o un’associazione di volontariato, richiede la presenza di utenti che ne fanno richiesta. Le richieste che devono partire dal basso, ci sono. I progetti nascono da esigenze e i presenti sono lucidi nel fare un’analisi che precede il terremoto, perché si parla di un’area che è stata dissanguata nel tempo e che si è fortemente indebolita e a cui il sisma ha dato un ulteriore colpo di grazia. Michelangelo ricorda l’importanza del Museo, di quanti pezzi siano ancora indisponibili, ma soprattutto quello che significava per tutta la popolazione “La festa contadina del Museo di Illica”, quando tutti gli abitanti indossavano gli abiti del passato e si ricreavano le vecchie attività in tutto il paese, come la produzione del formaggio, il bucato sulle pietre, e tutte quelle vecchie abitudini che permettevano agli anziani di ritornare giovani e ai giovani di sapere cosa c’era stato nel loro passato. Per legarli a quei luoghi, per rinforzare radici, per dare continuità a diverse generazioni. In questi posti esiste anche una tradizione di canto a braccio, che potrebbe essere valorizzato e diffuso, ma insieme col passato cercare nuovi poeti e artisti che con nuove forme d’arte, possano riscrivere la storia di questi luoghi. Si propongono incontri con le scuole, visite guidate e possibilità di usare la struttura come punto di riferimento per laboratori creativi, per rivivere il passato ma anche il presente e  che comincerebbero a rendere di  nuovo viva l’area perché, per persone che arrivano, c’è bisogno di fare accoglienza.

Qualcuno parla di documentari che sono stati girati, che hanno avuto finanziamenti, ma sui quali si ha il dubbio che siano stati proposti con la dovuta promozione.

Alessandro sottolinea ancora come l’obiettivo primario è quello di riportare le persone sul territorio e se non si ha un tetto sulla testa questo sarà impossibile. Perché anche le Associazioni di cui si parlava, ad esempio per l’assistenza agli anziani, con tutti i bisogni che hanno, dovrebbero generare posti di lavoro retribuiti e questo comincerebbe di nuovo a creare un tessuto sociale più sicuro e stabile.

Non ho mai guardato l’orologio in questa giornata. Tutte le cose sono accadute con la sequenza che volevano, con ciò di cui avevano bisogno. Tardi o presto, qui sono concetti che non hanno nessuna importanza. Non ci sono costrizioni; questo spazio aperto, che ha dimensioni immense, sembra concederne anche a noi, non solo in termini di misurazione metrica ma soprattutto temporale. Una sensazione che può sembrare banale, ma che invece non lo è per niente. Forse è questo ritmo diverso, questa mancanza di orologi biologici che mostra un altro aspetto della vita, una sua interpretazione forse diversa. Mi rivedo negli occhi le foto del manifesto delle feste già fatte e che non si sa se ritorneranno; Michelangelo in camicia bianca e vecchio gilet nero davanti ad un fiasco di vino impagliato in compagnia di sua figlia con in testa un vecchio foulard che ricorda le antiche nonnine, cesti di vimini, tavoli in legno e balli popolani e sento e capisco il loro forte desiderio di proteggere ciò che gli appartiene molto più delle cose.

Le case servono, ci danno i nostri spazi, ci regalano la nostra intimità, ma soprattutto ci permettono di crescere, di vivere la nostra vita e di condividerla con i vicini, di ricordare chi ci ha insegnato le abitudini che abbiamo e che vogliamo ancora tramandare.

Ritrovo la signora Graziella, la proprietaria di quel cancello che avevo fotografato  mentre tutelava solo un vuoto, ma che poi lei mi mostrò cosa proteggesse in realtà. Mi racconta le ultime peripezie, ancora quella burocrazia che impone di avere  permessi anche solo per oltrepassarlo quel cancello. Luogo dove però qualcuno ha accatastato prima bombole di gas durante lo sgombro dalle macerie e poi, alla dovuta rimostranza, immondizia. Vedo negli occhi suoi e di suo marito, credo lo sia, ma non ci siamo mai fermati a formalizzare i nostri ruoli, la delusione e ancora più stanchezza di quanta già ce ne fosse mesi fa. Ci abbracciamo, d’istinto, a suggellare una necessità e una presenza, che spesso sono le cose che servono ma che non sempre si incontrano.

In questo tempo che non si fa vedere, che non pretende di essere protagonista, come vedete, trovo tanti racconti, tante risposte, tante necessità.  Esserci e non apparire. Rivedo ancora Giuseppe, le sue passeggiate che di certo sta usando per raccogliere innumerevoli scatti che poi saranno il suo personale racconto di questo viaggio e di questa esperienza, perché è bellissimo sapere che, occhi che vedono le stesse cose, non sempre le elaborano allo stesso modo.

Ma in questa giornata lunga, che non ha mai permesso nemmeno di pensare alla possibilità di essere stanchi, viene fuori ancora una proposta: andare ad Amatrice. Cogliamo tutti l’occasione e andiamo.

Questa è una prima volta per me e per molti di noi. Le strade sono sempre piene di curve e in salita. Vincenzo che è nostro autista e nostro cicerone, ci avverte quando ci avviciniamo alle porte del paese. E la prima cosa che vediamo è una chiesa o meglio, ciò che rimane di una chiesa. Da quel momento in poi, ogni curva, ogni tornante regalerà una sua testimonianza. Ci dirà che c’era quella notte, che è stata presente di fronte a quella forza della natura, a quella scossa che ha voluto ricordare agli uomini quanto possono essere lunghi  ed eterni dei piccoli secondi. Pezzi, squarci di costruzioni, spazi ormai liberi da presenze umane ma stracolme di pensieri, di ricordi, di cose interrotte e che adesso stanno per essere accatastate con un ordine ancora diverso, ma ancora inutile. Non ci fermiamo mai, il vetro quasi oscurato dalla luce che sta per scomparire rivela tratti dei crateri ai lati delle strade, mentre salendo ci avviciniamo a quella parte del paese che sembra ancora viva, che continua ad avere un centro commerciale, delle attività e delle persone che le frequentano. Invertiamo la marcia e rifacciamo tutto il tragitto in senso opposto. Una grande costruzione, rossa credo, si staglia prepotente, quasi a sfidare il paesaggio intorno a lei, un tentativo di resistenza che però da vicino si rivela cosa diversa. Ogni parete di quella grande costruzione, che non so cosa sia stata, è lesionata. È una maschera che ha perso il suo personaggio, è una finzione senza  radici, una scatola senza contenuti. È un’immagine contraddittoria che però mi sembra giusta, grottescamente adatta alla situazione. Come se fosse lei testimone di quello che di grande ci può essere, di quanto le cose possano sembrare tanto importanti ma che nella dura realtà non servono a nulla. La sua imponenza non l’ha salvata dal suo destino, la resa dei conti ha preteso per lei lo stesso conto che per gli altri. Qualcuno cade a pezzi e la sua resa è evidente, altri credono di cadere in piedi, ma la loro fragilità, la loro inutilità, si scoprirà allo stesso modo.

Ritornare da Clementina e Davide è già come tornare a casa, ed è un bel pensiero. Il buio è completamente arrivato. Come il silenzio di queste terre che qui sembra più profondo che altrove. Siamo in alto noi, il nostro orizzonte è vasto e abbiamo come sempre il dolce e allo stesso tempo duro  confronto, tra la maestosità della realtà che ci circonda e la piccola immensa essenza del nostro essere uomini.

L’amatriciana che ci preparano è colpevole di istigazione a peccati di gola. Davide arriva con carne cotta su una  brace ricavata in una carriola. È un omone grande, ma che dispensa sorrisi e abbracci come farebbe un grande papà. Un rifugio. Franco mi ha riportata in salute con massaggi per sciogliere un mal di testa che si preannunciava potente, per cui rinuncio all’ottimo vino che pure avevo apprezzato la sera precedente e cerco di fare la brava. Ritorniamo alla nostra casetta, con la prospettiva di un’ospite in più. Fabio ci farà compagnia, anche se tutto quello che possiamo offrirgli è la seduta in cucina e i nostri piumoni. Ma anche in cinque, l’atmosfera non cambia. Teresa ed io facciamo le brave, per rispetto parliamo di meno, cercando di recuperare un po’ di energie. Torna quel silenzio che si può affettare ma che in realtà non è mai un peso, ma solo compagnia. Alle quattro ho già gli occhi aperti e dopo poco Teresa mi segue. E indovinate cosa decidiamo di fare? Uscire a passeggiare. Per nostro diletto e per rispetto di chi dorme e non vorremmo disturbare con le nostre chiacchiere che sembrano non avere fine, stimolate da tanti input di vita e di confronto.

È ancora buio quando usciamo. Il cielo è coperto ma non si riconosce nulla. Le prime gocce che ci sorprendono per la stradina che porta al paese, io le interpreto come semplice umidità, ma lo scroscio d’acqua che segue, chiarisce le intenzioni del tempo che sarà. La tenda della sala da pranzo è chiusa, restiamo fuori, coperte dal suo telone d’ingresso e quando Davide arriverà, ci sgriderà perché non siamo entrate: “Io non ho più una casa, ma questa adesso è casa di tutti”. Lo ringrazio per queste parole, per il desiderio di farci sentire a casa in una casa che non lo è ufficialmente, mentre comincia ad accendere fuochi, preparare caffè, latte e quando Clementina arriva in suo aiuto, esce per andare a comprarci cornetti e dolcetti vari. Intanto la casa si popola. Sandro, Stefania, Giuseppe, ad uno ad uno arrivano in tanti e adesso che siamo all’ultimo giorno si gettano le basi per nuovi progetti, si cercano consigli, si scambiano opinioni. Ci sono anche dei nuovi arrivi, i giovani Am Bros One, Manuel e Gabriel Ambrosone, che più tardi suoneranno per noi. Siamo in dirittura d’arrivo, ci scambiamo libri, dediche, battute e considerazioni prima di preparare i bagagli e scendere di nuovo alla Casa della Cultura che ci aspetta per vivere con noi ancora qualche ora in compagnia.

Quest’ultimo incontro ha un po’ il compito di riassumere i contenuti di questo fine settimana. Sandro prepara l’attrezzatura per l’ultima registrazione e cita, lui lo ha già fatto, io no, il Festival della Speranza, di cui questo potrebbe essere un’anteprima e che parte con progetti ambiziosi visto che lo paragonano al Festival di Giffoni, ma che sembra aver ancora un lungo cammino da segnare. Ma indipendentemente da ciò che sarà, si mettono in evidenza i sogni che si vorrebbero realizzare.

Clementina parla di un suo progetto, ARTE PARCO, già approvato nel 2017 e che ha come obiettivo l’accoglienza di fotografi, scultori e artisti che, con soggiorno sul luogo, raccontino queste terre con la loro arte.

Alessandro ancora una volta ricorda il Museo della Civiltà contadina, della sua importanza sia come conservazione di oggetti, ma anche rispetto per la figura di chi lo ha creato e la passione che gli ha dedicato e per il suo essere indispensabile per quella ricostruzione storica che gli abitanti di Illica amano rivivere.

Ci saranno poi altri interventi dei protagonisti del Maric, il movimento da cui tutto è partito, per le loro impressioni, per i loro messaggi finali, ma a questo punto di cose ne sono state già dette tante. La musica invece ci mancava e mi piace concludere con loro. I due ragazzi suonano la chitarra e la fisarmonica. Il primo pezzo che ci propongono è Libertango di Astor Piazzolla. Ultimamente è una musica che ritrovo spesso e sempre con immutato piacere, un pezzo davvero meraviglioso. La loro interpretazione originale cattura. Ci sono persone fuori ma il richiamo della musica le invita ad entrare. La sala si riempie e la frase “Illica capitale vera della fratellanza”, sembra un augurio più possibile, più reale adesso.

Quando l’animo è ferito, certe note arrivano più in profondità e smuovono acque più torbide con reazioni più gravi. Una fisarmonica è prepotente, è strumento “di tradizione popolare”; mi fa pensare a chi viaggia, a chi si ferma stanco sul ciglio della strada a raccogliere i pezzi dei pensieri che non piacciono più e vengono lasciati alle spalle di chi si allontana veloce. Ma sono pensieri, e si possono riutilizzare, possono essere di nuovo vivi, possono avere ancora un motivo per essere raccontati.

Cocci se ne vedono tanti in giro. Ma qui non mi riferisco alle case a pezzi di Accumoli che già avevo visto o ai nuovi vecchi di Amatrice. Mi riferisco a pezzi di persone, quelli che cercano di incollare faticosamente passato e presente per arrivare al futuro. Ma anche a persone che portano qui solo pezzi di se stessi, e di che natura è quel pezzo che arriva, è da scoprire.

“Follow your dream” è il titolo della canzone del commiato: “che ognuno persegua il suo sogno” è l’augurio dei ragazzi, ed è bello che dei giovani pronuncino frasi del genere e che le rivolgano a chi fa dei sogni, oggi, pane quotidiano.

Queste noti forti vorrei che trovassero la strada per risuonare tra queste montagne, che arrivassero in quel silenzio che troppo spesso è l’unico suono che si può ascoltare fra i boschi. È bella la musica, arriva dove non ci sono occhi, dove non ci sono cose, arriva in qualunque posto dove ci sia un cuore aperto, pronto ad accogliere i sogni che porta con sé; arriva all’ultima piccolissima matrioska, quella che abbiamo deciso di trovare accettando ogni sorpresa prima della doverosa scoperta.

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