Una vita a foglietti

Il capitale umano

il-capitaleCon il termine capitale umano si intende l’insieme di conoscenze, competenze, abilità, emozioni, acquisite durante la vita da un individuo e finalizzate al raggiungimento di obiettivi sociali ed economici, singoli o collettivi.

Questa è la definizione giuridica del “capitale umano” ed è anche il titolo di un film di Virzì che ho visto ieri.

Confesso la mia perenne ignoranza perché questo film non lo conoscevo proprio, non ne avevo sentito parlare, a differenza di tante altre “cacate” che vengono pubblicizzate ovunque, h24.

Stranamente sono andata a leggermi un po’ la storia di questo film, la sua candidatura come rappresentante del cinema italiano alla selezione per l’Oscar al miglior film straniero per il 2015, candidatura che pochi mesi dopo viene cancellata!

Anche le recensioni mi sono letta e devo dire che la maggior parte dei critici hanno elogiato le interpretazioni degli attori anche se come al solito c’è stata qualche voce critica, ma ogni parere è rispettabile.

E dopo tutta questa premessa vi chiederete: e allora?

Allora io dico che è un film da vedere. E’ uno di quei film che ti mostrano la nostra società in uno spaccato assolutamente veritiero. Non assoluto perché rischierei anch’io di cadere negli stereotipi che invece “accuso”. Ma sicuramente molto, molto realistico.

La figura di Dino è forse la peggiore, più del ricco Giovanni Bernaschi, quello che “ha scommesso sulla rovina del Paese ed ha vinto”. Dino è l’accattone, è il falso uomo medio, è quello che spera di ottenere quello che non ha di materiale, dimenticando quello che ha a livello di affetti. E’ quello che scende a compromessi, che si vende per salire tra quella gente che sa quanto sia falsa, che sa quanto lo detesta, ma il peso dei soldi, di una finta rivalsa sociale, lo giustifica fino a fargli compiere le azioni peggiori.

Le vite che vengono raccontate, mostrano uno squallore continuo. La certezza di un mondo ricco e dorato che tutto ti deve concedere, in contrapposizione all’altro, quello fatto di affetti, ma anche di povertà, ma che comunque non lesina miserie umane. C’è Carla Bernaschi, ricchissima, sola, insicura, patetica, ma lei stessa incapace di uscire fuori da quel vortice di pochezza umana; quella che si affaccia alla vita “comune” cercando di salvare sentimenti senza nemmeno saperli vivere; quella che sa di essere considerata solo “la scema”, quella che non capisce e non deve capire. Quella che non ha la forza di esistere come protagonista, e sceglie di essere solo “comparsa” nella recitazione della sua vita.

Valeria Golino, alias Roberta la psicologa, è l’unica che mantiene un equilibrio. Lei unisce due mondi opposti e riconosce che perfino la sua laurea, non le permette di capire cosa realmente succede intorno a lei.

Poi ci sono i ragazzi: Massimiliano, Serena, Luca. Ognuno con delle colpe, ognuno con delle realtà che ne condizionano le vite. Chi in una prigione dorata ma piena di aspettative, di doveri; chi con un amore travolgente pagato a caro prezzo; chi con una famiglia comunque degradata che cambia il corso della sua esistenza.

Il finale, giuridicamente è giusto. Il colpevole paga come è giusto che sia, ma non ne restiamo particolarmente soddisfatti. Non avremmo voluto vedere Massimiliano in prigione al posto di Luca, ma probabilmente la sua famiglia non l’avrebbe permesso. Lui poteva difendersi. E Serena ha tentato in tutti i modi di liberarsi dei  tentacoli di un principe azzurro che di azzurro aveva solo il colore degli occhi e null’altro, ma non ci è riuscita ed è stata trascinata giù, in una situazione tragica nella quale ha coinvolto Luca stesso.

Tante volte pensiamo che nella vita ci sono pochi momenti, poche decisioni che possono cambiarla totalmente. Ma in realtà tutti quegli attimi sono il frutto di altre decisioni, di altri comportamenti decisivi. Tutti, allo stesso modo. L’intolleranza per la “negra” che vince  il premio al posto del bamboccio di buona famiglia, la mamma rifiutata che trova nell’amante un senso alle sue giornate vuote, il borghesuccio che anela al salto di qualità e vende per questo la sua totale dignità, in cambio di sogni e frottole evidentissime, ma che lui non vuole vedere.

Forse la cosa più bella che rimane di questo film, è lo sguardo in prigione tra Serena e Luca. Due ragazzi con vite segnate, ma che riescono a conservare nello sguardo quel sogno, quella speranza di poterla veramente cambiare la propria vita.

Ed è questo che voglio ricordare. Da una parte la vita ti racconta che dietro la spinta dei soldi si possono dimenticare offese, umiliazioni, valori e affetti, che è semplice correre dietro all’uomo di successo che sembra riesca a tenere “per gli attributi” la gente intorno a sé, dimenticando di sottolineare che forse quella gente attributi non ne ha, per questo li cede con molta faciltà. Ma dall’altra ci spinge a credere che se facessimo un lavoro diverso sui nostri figli, nelle nostre famiglie, nella nostra testa e nel nostro cuore, potremmo creare condizioni nuove. Rapporti dove potremmo sentirci migliori, non economicamente parlando ma umanamente, con regole che tutelino tutti o almeno tanti e non pochi.

Questo è quello che NOI dovremmo pretendere perché in fondo giuridicamente, il valore della nostra vita, il “capitale umano”, come viene  calcolato nella sua definizione legale, ha un prezzo: se muore un povero cameriere, le sue aspettative gli garantiscono un risarcimento di poco più che 200 mila euro, mentre non sappiamo al momento a quanto potrebbe ammontare il danno procurato ad un ipotetico signor Bernaschi, uno di quelli che rovina tanti per migliorare pochi, ma che ha sicuramente aspettative di vita molto più alte. E anche in questo ritroviamo ingiustizia!

Riflettiamo, riflettiamo su quello che realmente conta. Non porteremo con noi borse di denaro, né palazzi, né quotazioni di borsa, ma solo il carico della nostra coscienza, a cui non potremo raccontare nessuna bugia.

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