Una vita a foglietti

Il carcere di Procida negli scatti di Valentina Argia Socievole

sdrNapoli, 23/3/2017

In questa giornata infrasettimanale ci sarebbe da raccontare l’incontro, il viaggio in macchina, il pomeriggio a Napoli, l’azzurro del mare, ma tutto questo, che pure ha avuto il suo bel significato, lo metto per ora da parte. E un motivo c’è.

Perché quando sono entrata nella sala del TC Petrarca, sono passata dall’aria sportiva dei campi invasi da tennisti di ogni età, ad un mondo completamente diverso.

Siamo qui per la mostra fotografica dal titolo “Inesauribile Segreto”: curata da Mario Francesco Simeone, raccoglie il lavoro di Valentina Argia Socievole. Questo nome importante, che scopro così ricco solo oggi, mi restituisce una persona nuova. O forse mi fa solo vedere qualcosa che è spuntato dalle mani e dagli occhi di una giovane donna che ho conosciuto bambina, quando insieme a mia figlia giocavano a crescere con grembiulini e timori, e che oggi raccolgono i frutti di un percorso importante. Che non è scontato vi assicuro. La strada per conoscere se stessi non è mai semplice e passa attraverso luoghi e persone che ci aprono la mente e predispongono il nostro cuore a guardValeare in una direzione piuttosto che in un’altra.

E Valentina è stata ben guidata. Da amore nasce amore, ed essendone ricca, ha deciso di regalare anche a noi alcuni dei suoi momenti.

Sono dieci scatti che ha portato qui con molta cura, dentro una capiente valigia in cuoio, ma più che in quel manico, era nel profondo che custodiva il suo tesoro.

Le ha posizionate tutte. Ho aspettato nonostante la curiosità anche se la prima del cammino mi ha già rapita e allora cedo alla tentazione e vado a guardarle tutte. Un sorso d’un fiato di un bicchiere d’acqua quando hai tanta sete, ma poi devi ritornare alla bottiglia. L’avidità dura un attimo, il piacere della scoperta è un’altra cosa.

Anche perché adesso che sono pronte, sembra che ci abbia lasciati soli in questo viaggio, ma in realtà si è messa lì, moltiplicandosi per ogni visitatore che arrivava e lo ha preso per mano, raccontando ad ognuno quello che voleva ascoltare. Un viaggio non lontano nello spazio, molto di più nel tempo.

Siamo nel carcere di Terra Murata a Procida, ormai chiuso da quasi trent’anni.

davVi dicevo della prima foto: in primo piano delle inferriate. L’idea della prigionia che si affaccia sulla contraddittoria, immensa libertà del mare. Resto ferma a lungo davanti a quest’immagine, anche quando mi allontano mi resta dentro. C’è una calma immensa dietro quelle sbarre. Potrebbe nascondere rabbia, disperazione, ma non è questo che viene fuori. Il mare, l’idea dell’isola, la bellezza della natura non lasciano spazi a sentimenti diversi. Ed è questo l’inizio, il modo migliore per predisporre l’animo in cammino.

davSapiente la scelta delle foto. Noi siamo spettatori e non visitatori del luogo, ma è importante capire, sapere, riconoscere il posto. La seconda ci dà l’incrocio di due caseggiati. Non molto alti, uno meno dell’altro e un richiamo comune: le inferriate. Il colore della foto non lascia spazio a nessuna illusione. Il tempo ha consumato l’intonaco, il nero della polvere ha cambiato le facciate. Ma il posto è quello. Squadrato, lineare senza nulla di superfluo. Essenziale.

Lo scatto successivo è un interno. Un ampio spazio, una luce che arriva dall’alto, un pezzo di carta che sembra messo lì apposta. Ritaglio di un racconto? Frammento di una storia? Oltre c’è un corridoio che arriva ad una porta. Adesso aperta. Per Valentina, per noi che guardiamo adesso ciò che lei ha visto.

Faccio ancora un passo per terminare la prima parete. Davanti trovo il primo piano di una porta in legno: le assi scalfite dal tempo, aperta quel tanto per consentire uno sguardo sul buio che c’è dentro! Tutto buio, tutto nero; in fondo una finestra di luce.

Dietro l’angolo inizia la storia della vita in quel luogo. Cosa facevano dentro quella prigione? Cucivano. SARTORIA CASA DI RECLUSIONE PROCIDA. Così dice l’etichetta cucita dietro il collo di un cappotto infeltrito, ma che è servito a riempire ore e giorni e settimane e anni. Anni. E anni di lavoro hanno generato cumuli di vestiti.

Questo vediamo nel passaggio successivo. Una parete interna, una camera privata; attaccate ad essa giornali con immagini ammuffite di donne svestite che ancora cercano di scaldare cuori solitari. Ricordi di una femminilità abbandonata, ma che sarà servita per tenere accesa una fiammella di passione. Oltre quella cella-casa, il frutto del lavoro. Verde e marrone i colori dominanti. Verde marrone e bianco che danno colore a tutto: pareti, pavimenti, vestiti, muffa. Tutto, in così poco!

Manca poco, solo una parete alla fine del viaggio. Ancora quattro passi e saremo fuori da questa prigione che non ci rinchiude, ma che ci ha rapiti.

davCosa sarà questo buco? Uno spioncino? Una finestra senza sbarre? Una via di fuga? Non lo so. So che offre uno spazio in una stanza che immagino come cella. È a pezzi. Pareti senza pezzi di muro, mattonelle coperte di calcinacci e sotto il muro uno straccio. Straccio o vestito? Vestito o coperta? Giaciglio o frutto di lavoro?

E poi i cotoni. Sono stoffe, sono filati. Hanno qualcosa di umano quelle lunghe matasse, sembrano capelli rimasti lì ad aspettare di poter crescere ed essere sistemati. Un’attesa fiduciosa, come forse era l’attesa di chi le vedeva finire e sapeva che il loro consumo era pari allo scontare della pena. Ma ci deve essere ancora qualcosa da pagare se ne sono rimaste così tante!

Siamo alle scarpe. Sono vecchie impolverate e senza lacci. Danno il pieno senso della solitudine, ma mi colpisce il loro essere così davordinate. C’è ancora disciplina in quelle scarpe che sono state abbandonate dai piedi che le hanno consumate!

Poi la porta si chiude.

Un legno pieno di crepe. Crepe e segni che hanno cercato di trattenere il verde del colore originale forse, o forse solo il verde della speranza che doveva accompagnare chi si richiudeva quella porta alle spalle.

Perché mi piace pensare che sia la porta d’uscita! Un piccolo quadrato in primo piano ostruito da due pezzi di ferro messi a forma di croce. Non è chiaro cosa ci sia oltre quel foro. Non è chiaro cosa ci sarà oltre quella porta che darà su una nuova vita.

Non si sa, ma ciò che si vede è la luce. E nella luce si va!

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