Una vita a foglietti

Il dolore torna

Tante parole all’interno di una celebrazione eucaristica sono uguali, i passaggi sono sempre gli stessi, un Gloria, le Letture, il Vangelo, il Credo e l’Eucarestia, un Padre Nostro e un Osanna. Le ascolto tutte le domeniche, ogni volta mi raccontano storie diverse, ogni volta mi regalano emozioni nuove.

Oggi è sabato, sono di nuovo in una Chiesa. È nuova per me, è vicina ad un passaggio a livello e crea uno strano binomio: non è una fermata, qui il treno lo possono prendere solo anime in corsa, solo quelle che iniziano il viaggio infinito.

Ci attende un saluto per un uomo che conoscevo, un marito, un padre, un nonno. Arrivo con una certa calma, ultimamente mi era parso di vivere i funerali con forza maggiore. O era solo partecipazione minore.

All’ingresso mi colpisce la luce azzurra che riflette di fronte alla navata: una vetrata che cattura i pochi raggi di sole di questo sabato che chiude una settimana d’agosto che ricorderemo in tanti. È una luce prepotente, che mi obbliga a guardare verso l’alto continuamente, come se qualcuno, lassù, chiedesse tutta la mia attenzione. È un indizio, dovrei tenerne conto.

La bara al centro della chiesa non viene lasciata sola. Sono i figli ad accarezzarla, continuamente. Sono attimi lunghi e brevissimi, sono “Quegli” attimi, quelli dell’imperitura memoria, quelli impressi a fuoco nella carne.

È questo il secondo indizio: l’ampolla che racchiude la mia dose di tossine si rompe. Le vene assaporano il veleno che lentamente, ma inesorabilmente entra in circolo, portandosi dietro anche le schegge di vetro, quelle che rompono arterie, pezzi di cuore e ogni cosa che si frappone tra loro e quella circolazione vitale. Non lo sopporto quel dolore. Il petto sembra schiantarsi, lacrime che chissà dove si erano nascoste appaiono con violenza, come un temporale estivo che scoppia all’improvviso.

Vado fuori. Il vento caldo che soffia non asciuga le mie lacrime, ma mi restituisce il respiro. Rifletto sul senso della famiglia, sull’importanza di costruire in vita qualcosa che ci renda forti proprio in questi momenti, quando essere insieme deve essere più forte che essere abbandonati. Non è la morte che ci separa, ma la vita che non sappiamo realizzare insieme ai nostri cari. Lavoro difficile, che richiede sincerità, umiltà, disponibilità, sacrifici e scontri, ma che quando mette insieme tutti questi sentimenti, edifica rapporti indissolubili, che neanche la morte riuscirà a scalfire.

E intanto penso che questa è la mia tragedia, questo è il mio perenne dolore. Col viso alzato a cercare quel vento caldo, mi chiedo perché mi interrogo su tutti questi sentimenti. Perché cerco parole per giustificare tanta sofferenza e anche per questo trovo una spiegazione: le parole sono il filo che ricuce le ferite, sono le toppe per chiudere gli strappi del cuore, sono, come sempre, il mio salvagente nel mare in tempesta.

2 thoughts on “Il dolore torna

  1. io

    “Non è la morte che ci separa, ma la vita che non sappiamo realizzare insieme ai nostri cari.”

    Ecco spiegata la semplicità e l’inesorabilità del dolore.
    Grazie Paola, grazie davvero.

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