Una vita a foglietti

Il giorno delle Ceneri

cenereCava 1 marzo 2017

Fare la stessa strada ma al contrario, in orari diversi, cambia la prospettiva.

È il giorno delle ceneri, la messa alle 18.30 e quel cimitero che vedo sempre con il sole, ora mi appare buio. Ci sono lavori in corso e nonostante la poca illuminazione, mi colpisce ancora di più.

Sembra tutto più solitario, tutto più abbandonato, ma non è quello che vedo che mi distrae dalla guida: no, è quello che sento.

È quella porticina che si apre cigolando su cardini arrugginiti e poco oleati, quella stanza a cui non dò quasi mai aria, perché quando la apro, l’aria me la toglie.

E cerco di far finta di niente, ma ormai la serratura è scattata e indietro non si torna.

La chiesa è piena, la funzione è di quelle che meritano il coro ed io adoro i canti accompagnati dalla musica e tutto contribuisce ad aprire sempre più quella porta. Perché? mi chiedo, ma un perché solo non c’è mai.

Arriva il momento delle Ceneri. La fila è lunga, il gesto uguale per tutti e anche la frase: Cenere eri e cenere ritornerai.

Mi cadono sugli occhi avanzi di queste foglie di olivo bruciate per noi cristiani, per ricordarci un monito semplice: tra il prima e il dopo, tra la cenere che ci ha visti nascere e quella in cui scompariremo, c’è questo pezzo di vita che vive dentro un cuore finché decide di continuare a battere. Un cuore. È qui che si concentra tutto il nostro vivere.

E mille domande mi arrivano alla testa e mille lacrime bagnano i miei occhi.

Dove sei? Rivedo i tuoi occhi, i tuoi passi lenti, il tuo viso pallido e magro e mi accorgo sempre più di quanto mi sia mancato abbracciarti, starti vicino. Non ho rabbia credimi, ho solo un dolore immenso che mi fa paura per quanto è grande e incontrollabile. Chiedo scusa al Signore perché ti penso poco nelle mie giornate “normali”, ti penso poco perché non posso resistere a tutta questa massa di ricordi che fanno così male perché in realtà non ci sono. Dove sono i nostri ultimi anni insieme? Dove avrei dovuto accompagnarti e come? Perché non so se hai fatto liberamente delle scelte, perché non ho potuto capire quale direzione aveva preso la tua anima quando hai intuito che il cammino stava terminando?

Punti interrogativi che non hanno risposta. Per questo mi difendo cercando di non pensarti. Per questo faccio finta di poter passare indenne davanti alla tua nuova casa, per questo… perché quel burrone che accompagna i miei passi e le mie giornate è sempre troppo vicino ai miei piedi e il rischio di caderci dentro è troppo grande e reale per ignorarlo. E io non posso precipitare.

Ci sono tante cose ancora da guardare, ci sono troppe storie che ancora devono essere vissute e scoperte e non mi posso sottrarre a nulla di ciò che è scritto per me.

Il Signore nel deserto va a vivere le sue tentazioni e le sue prove, per dimostrare di poter vincere il male. Tu sei stato una delle prove che la vita ha scelto di farmi vivere. Insieme a tante altre che ho provato a superare. In qualche modo, per qualche motivo che pretendeva di impormi di andare sempre avanti, perché il cammino è duro, faticoso, ma ti riserva delle panchine al sole per rifocillarti, per farti sentire un calore che ti rimette in sesto, che ti deve dare nuove forze per rimetterti in piedi.

E così stamattina trovo il sole. Il buio di ieri è passato, ma tornerà. Vedremo quanto ancora resterà chiusa la porta del dolore. Spero il tempo necessario per riprendere fiato, perché la salita è stata dura.

Ho chiesto scusa e perdono per il mio poco pensarti: l’oblio può essere una necessità e non so se è pure una colpa.

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