Una vita a foglietti

Il musical “Gran Caffè ‘900” conclude l’eccellente Autunno Cavese di TEMPRART.

È calato il sipario. Anche questo XVIII Autunno Cavese dell’Arte Tempra, all’Auditorium F. De Filippis – I.I.S. Vanvitelli – Della Corte è arrivato alla sua ultima serata.

Con Gran Caffè ‘900, si è conclusa una Rassegna che ha toccato dei picchi altissimi di qualità, professionalità e contenuti. Difficile scegliere uno spettacolo tra gli spettacoli visti.

Il lavoro di Clara Santacroce alla regia e Renata Fusco per le coreografie, è stato talmente grande, da essere proprio visibile sulle assi del palco. Un attore tra gli attori, la figura in più, lo spirito invisibile ma presente in mezzo a questi ragazzi che hanno davvero stupito nel corso di questi mesi.

Nella serata finale ci sono tutti, Giuliana Carbone, Gabriele Vincenzo Casale, Lello Conte, Brunella Piucci, Luciana Polacco, Luca Senatore, Pasquale A.M. Senatore,Gerardo Senatore, Lella Zarrella, Antonietta Calvanese, Maria Carla Ciancio, Manuela Pannullo, Mario Fusco, Vivian Apicella , Danila Budetta, Carolina Avagliano, Martina Cicco, Alberto Fusco, Giulia Tramice, Simona Pagano, Alessia Trezza, Francesco Savino, Carmine Squitieri, Luca Capaldo, Ermeneziano Lambiase.

A dare ancora più lustro la musica dal vivo con Guido Pagliano, Gabriele Rosco, Peppe Palladino, Ermeneziano Lambiase, Luca Senatore.

Il Musical di stasera, diviso in tre atti, ha come protagonista lo strano signor Novecento, Gabriele Casale, che con balli, monologhi e tanto canto, ci accompagna nel viaggio di questo lungo secolo che ha portato guerre, conquiste, evoluzione, ma anche tante problematiche che oggi sono le basi della società in cui viviamo.

Si affaccia sul palco solo con il volto, come a curiosare su qualcosa che non conosce, su un futuro che è da venire, con occhietti furbi e sorriso smagliante. Il sipario che si apre lo mostra in tutta la sua eleganza, con abito scuro, tuba in testa e bastone da passeggio. Si presenta: è il Caffè della Memoria.

Sono in tanti in scena con lui, sono tutti i ragazzi di Arte Tempra e danno vita a eleganti gentildonne, camerieri, ballerine che, con movimenti seducenti e vestiti succinti, cercano di ammaliare questo nuovo pubblico, queste nuove masse che si avvicinano a piccoli passi ad un’epoca di più larghe vedute.

Il tema dell’emigrazione e per noi, la gioia di sapere che canterà Pasquale Senatore. Conosciamo già le sue doti canore, ma stasera aggiungerà un’ulteriore perla alla sua notevole collezione. Ai piedi del palco, Renata funge da direttore d’orchestra. Muove le mani, accompagna il canto, mima i pezzi. È fuori e dentro lo spettacolo, ne avrò la prova fino alla fine.

È la Belle Epoque, il tempo delle illusioni, quando la donna rivela e prende ancora più coscienza della sua ambizione, e l’uomo si mostra sempre più schiavo del sesso vizioso.

Lo scontro tra Lulù (Giuliana Carbone) e la sciantosa (Antonietta Calvanese), due stili a confronto: la classe soppiantata dall’irruenza. Lo stile coperto dai colori e dall’esuberanza.

La musica che si presenta nei salotti, gli artisti adulati ad ogni minimo gesto.

La storia che regala tragedie come il Titanic e nel piccolo, ognuno decide che il piacere è la soluzione per non soffrire, per non pensare. “Tempi di sogni e di chimere, di bugie e di cose vere”.

Ma la sofferenza è lì, parte da Sarajevo e il mondo conoscerà l’orrore della I Guerra Mondiale.

Il Piave mormorava… cantano in coro e il rullo dei tamburi riecheggia nella mente come scarica di cannone.

Dal basso si leva la voce di Luca Senatore, attore non sul palco, ma presentissimo nello spettacolo. Lui suona la batteria, sua è la voce narrante “…soldati come Cristi, nelle tasche il Pane dell’Ultima Cena…

E quei giovani soldati, in quelle tute militari che li hanno distaccati dal loro mondo, dalle loro famiglie, dai loro affetti, non hanno null’altro da fare che affidare i propri pensieri a lettere a cui confessano sentimenti profondi, desideri, speranze. Sono le lettere dal fronte, quelle che testimonieranno, dopo, la tragedia umana che si stava consumando in quegli anni di follia. I freddi numeri di una data, scandiscono la scomparsa di quelle vite.

Torna Pasquale e la sua voce. “O surdato nnammurato”; la conosciamo tutti, ma cantarla con un morto tra le braccia, fa un altro, strano, profondo effetto!

Renata abbassa lo sguardo, anche la sua parte continua…

II Atto

Inizia con la stessa scena del primo tempo. Stessa faccia ma con capelli bianchi e scompigliati. I tempi sono cambiati. La tragedia della guerra ha fatto nascere voglia di libertà, ora si balla il charleston, inizia il progresso industriale, “c’è chi scende e c’è chi sale, solo chi è al potere è sempre in testa”. Un potere che scalda il cuore come una Fiamma… e Italia e poi Europa e poi il Mondo. Il senso del possesso sempre più evidente, sempre più profondo: è tutto mio! Soldi soldi soldi e la famosa “se potessi avere 1000 Lire al mese…”

Il canto per dimostrare felicità, vite immaginate come perfette, con amori eterni. Parlami d’amore Mariù di nuovo con Giuliana, già Lulù, già ballerina di charleston, ora ancora romantica innamorata in coppia con Pasquale.

Amore: vivere per l’amore e allo stesso tempo rinnegarlo.

Il gruppo si muove con un sincronismo che mi lascia sempre estasiata.

Gabriele impersona se stesso: l’attore. E bisogna riconoscere che gli riesce davvero molto bene. Dalla recitazione al canto, dal tono serio alla battutina comica, continuando a ballare e a districarsi dentro testi pieni di insidie che non lo smuovono di un passo. Eccellente.

“Bado alle apparenze”, cerca informazioni e trova il vuoto, è arrivata la censura; prime avvisaglie di un altro periodo oscuro che sfocerà nella II Guerra Mondiale. Tutto vietato, come ballare in pubblico, ascoltare musica americana, suonare jazz… il tempo del no.

E tra tanti mestieri spunta il deputato, che poi diventa dittatore, poi Imperatore..

Un imponente Nerone (Lello Conte) arriva con tanto di tunica e corona di alloro, a ricordare che il popolo è simile in ogni tempo: “…se si abitua ad ascoltare sempre le stesse cose, poi puoi anche non dire più nulla.”

E quando non c’è libertà, arriva la violenza e le ideologie che portano illusioni, che sfociano nello sterminio.

Splendida l’ultima scena: Pasquale canta una struggente Lilì Marlene e ai suoi piedi, lungo la scalinata che aveva visto balli e danze, sorrisi e amore, si accalcano i corpi di tutti. È la strage, è il numero impressionante di vittime, è la sconfitta dell’uomo. Solo quella voce sembra poterli accogliere, in un abbraccio immaginario, in una memoria collettiva che non cancelli l’unicità di ogni singolo.

III atto

Comincia in platea. Sono davanti a noi, davanti agi strumenti che pure stanno regalando emozioni profonde, a capo chino, immobili. Sono quattro donne, nei loro bei vestiti, alle loro spalle due soldati aspettano.

Pochi attimi, ma vissuti intensamente, forse come quegli anni che saranno sembrati lunghissimi ma che hanno velocemente spazzato via certezze e futuro.

Il petto va su e giù, a catturare fiato, a preparare un respiro. La parola è pesante “il presente è fatto di nulla, di pianto, di rabbia…”

La musica è partita si ritorna in scena; altri ne arrivano solitari, lenti, tristi…

Parla il Partigiano, il Soldato. Sono voci che arrivano da quel passato così presente, ancora così vicino ai giorni ormai senza guerra, ma che ha segnato anime e vite in maniera così profonda, da restare impregnato al presente ancora per anni.

Una commovente interpretazione di De Andrè “La guerra di Pietro”. Una canzone suonata e non cantata e questo rende le parole ancora più pesanti.

… sparagli Pietro… Essere assassino o assassinato. Ognuno dei due mali è una condanna.

La musica continua, tante canzoni  struggenti si susseguono, mentre il palco si popola di nuovi personaggi. Ma ancora Luca, dalla sua batteria, racconta del “vecchio Sud, sempre più a Sud”.

Tasti pigiati al pianoforte e tante piccole note come scariche elettriche che pizzicano corpi altrimenti inerti.

Ricerca, dolore, passione. Poi forza, ritmo, “parte un treno…”, masse che si muovono, frenesia, novità, desiderio

Novecento torna. Ormai restaurato, il vecchio non va più di moda. C’è voglia di libertà, ma la fame porta alla prostituzione e Tammurriata nera non può mancare con suo relativo ballo.

E questa Italia continua a cantare, tra lotte sociali, democrazia, miracolo economico. Il cinema cerca di soppiantare il teatro, la contesa è forte. Come Lulù e la sciantosa un tempo, le nuove forme di comunicazione oggi si scontrano. Maria Carla Ciancio dà una perfetta immagine di “un registratore”: “ricordo tutto, ogni data, ogni avvenimento, ma nessuna traccia di affetto. “Viviamo in un mondo di parole, ma è come mangiare pietanze senza sapore. Ricordiamo persone perché ci sono ricorrenze, come la festa della mamma, del papà, dell’amore…”

Quanta verità si nasconde in quella scatola ripetitiva che ci ha abituati al consumismo, all’egoismo, alla rateizzazione, alla corruzione. Un mondo uniformato che vuole “l’uomo qualunque” il “sei politico”.

E ancora torna Giuliana. Adesso è la donna “moderna”. Quella prima lunatica, che percepisce quella conquista spaziale come un oltraggio, e che vive poi affetta da patologie depressive, schiava di anfetamine. Forme di uno strano progresso che porta a violenze ed abusi.

Un elegantissimo Mario Fusco viene ad impersonare il personaggio del momento: l’Opinionista. Il signor so tutto che si nasconde dietro la mediocrità dilagante, ma che ha come unico obiettivo l’apparire, possibilmente in televisione.”Destra sinistra un po’ di confusione. Libertà?  Io do una cosa a te e tu dai una cosa a me.”

Arriva il monologo finale, è sempre Gabriele Novecento a raccontarci la sua verità. Anche se l’ha presa in prestito, ma chi l’ha pensata lo ha fatto in maniera tanto profonda che vale la pena riascoltarla e anche rileggerla se volete

“…La nostra sapienza ci ha resi cinici; l’intelligenza duri e spietati. Pensiamo troppo e sentiamo troppo poco. Più che di macchine abbiamo bisogno di umanità. Più che d’intelligenza abbiamo bisogno di dolcezza e di bontà. Senza queste doti la vita sarà violenta e tutto andrà perduto…”. (Il grande dittatore – Chaplin)

Noi applaudiamo e loro capiscono che non siamo sazi. Ci regalano il bis di questa splendida canzone di Cerami e Piovani, Vai col treno, che ballano con trasporto e allo stesso tempo dimostrando grande lucidità nell’occupare spazi ristretti. È finito. I complimenti di Renata, che mi dà le spalle, sono negli occhi dei ragazzi che la guardano.

Applausi scroscianti, la signora Clara sottolinea il lavoro lungo e faticoso a cui si sottopongono dentro e fuori dal palco. Non facile il compito di coordinazione tra la sua mente che spesso cura la regia e il corpo di Renata che segue le coreografie, ma il teatro è lavoro d’insieme e in un musical, è fondamentale l’importanza del coro: senza non sarebbe possibile realizzarlo.

Renata sottolinea l’importanza del pubblico: senza non ci sarebbe lo spettacolo, né l’attore; il teatro stesso non sopravvivrebbe.

Ed esprime un ultimo concetto che condivido pienamente. I ragazzi. Io ho citato qualche nome in particolare, ma tutti,come Luciana Polacco che ha anche accompagnato Pasquale nel canto, ma davvero sottolineo tutti, anche quelli che non ho citato singolarmente, sono stati impeccabili. Questa è la nostra gioventù. L’educazione che ricevono, la preparazione, l’attitudine al lavoro, al sacrificio, alla disponibilità, è un valore aggiunto per la nostra società. Gli educatori fanno questo: preparano le giovani menti. Anche i nuovi che arrivano riescono a inserirsi perfettamente in un contesto già consolidato, già ricco di esperienze.

Loro ci insegnano tutto questo: che stare insieme per un unico obiettivo, rende migliori. Ognuno parteciperà per le proprie competenze, per le proprie capacità. Non c’è da dire che è più bravo dell’altro, sono TUTTI necessari per contribuire al successo finale.

Chapeau!

Foto di Simone De Juliis

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