Una vita a foglietti

Il saluto di una casa

casaDedicato ad una persona che ho visto troppo poco, ma che mi ha donato ed insegnato tanto: Lella.

È incredibile come delle mura, degli oggetti possano parlare.  Hanno cominciato a bisbigliare dall’ingresso, sono rimasti a voce bassa, mentre noi, estranei in quel momento, venivamo accolti, per rispettare una presenza silenziosa, come silenziosi erano gli altri presenti. Fuori al terrazzo però, i toni si alzano. Le cose si mostrano, con maggiore forza. Hanno non più spazio, ma più vigore. Tavoli in legno, in pietra, ferro battuto, pietre ad adornarli. Pietre che sembrano disposte in maniera casuale, ma non è così. Una mano si è divertita a dar loro delle forme. Una  tartaruga senz’acqua, un cerchio o un sole con raggi, la fantasia si spreca. Una cosa fa contrasto con quella fantasia, fresca o forse di vecchia data, di quando nei giorni passati ancora c’era voglia di ingannare il tempo “giocando” con loro: un posacenere stracolmo. Tutte quelle cicche di sigarette raccontano altri tempi, altre attese, altri momenti di abbandono o di solitudine o di ristoro o di preghiera. Di qualunque cosa potesse allontanare una realtà che invece aveva messo radici in questa casa bella, spaziosa, dove si è vissuto sicuramente molto bene, con grande amore.

E il vento. Smuove foglie e rami di alberi, ma non rinfresca per niente, porta con sé un abbraccio caldo, che stronca le ultime energie rimaste, come a ricordare che non c’è ragione di ribellarsi a una realtà, bisogna solo accettarla. Con discrezione, con dolore, con dignità, con tutto quello che vuoi, ma è da accettare.

Allora rientriamo, e questa volta, la sensazione bisbigliata all’ingresso viene accolta con certezza. Questa casa è viva. Lo raccontano le sue mura, poche, a lasciare ampio spazio a chi ci abita; musica ascoltata e suonata, e dove c’è musica ce n’è eccome di vita e di gioia; libri per raccogliere altre storie; divani, ampi spaziosi per farci entrare tante persone, tanti cuori che potevano battere insieme perché grande era la voglia di chi li accoglieva, di condividere le proprie cose.

Ci sono tante facce, tante a me sconosciute. E poi c’è il dolore, quello che invece conosco. Ma non è quello solito, no, ha un sapore diverso. È un dolore che non ha vinto, è una morte che non ha sconfitto la vita. Ad alcune persone è dato il dono del saper vivere oltre alla possibilità fisica di respirare. E per queste persone, difficilmente arriverà la morte. Per loro ci sarà un saluto, un abbraccio, un arrivederci, come quelli prima di un lungo viaggio. Di quelli che fanno anche i nostri figli, per i quali siamo inizialmente tristi, ma che lasciamo andare con gioia, perché altre sono le mete che devono raggiungere.

Ecco, in questa casa che non avevo mai visto, con queste persone che non conoscevo, ho trovato la verità che spero esista, la certezza che vivere non è mestiere semplice, ma possiamo provarci, dobbiamo provarci.

Per scambiare per sempre un addio in un più semplice e gioioso arrivederci.

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