Una vita a foglietti

In memoria di Luca – I 50 anni degli Sbandieratori Città De La Cava

Il tempo, in questa domenica che precede il Natale, è davvero inclemente. Pioggia e vento, quelli che rappresentano i nemici peggiori per un oggetto e una disciplina che invece, proprio stamattina, chiede attenzione: una bandiera.

Una bandiera è l’oggetto che vediamo sventolare e che trasmette sempre un’immagine di gioia, di appartenenza. Ma bandiera viene anche definito un trascinatore, un leader. E qui, al Metropol di Cava dei Tirreni, adesso, questi due significati penso che si siano fusi in una maniera eclatante: Luca Barba e i 50 anni dalla fondazione del gruppo degli Sbandieratori Città De La Cava.

Cinquant’anni sono un tempo lunghissimo, un tempo che sicuramente è sembrato più difficile da affrontare quando proprio Luca, fondatore del gruppo, l’8 giugno del 1979, lasciava tragicamente questa vita e il delicato ma anche faticoso compito che si era prefissato: raccogliere la grande tradizione folkloristica di Cava, la sua città, e farla crescere e conoscere al mondo intero. Un impegno di cui si fecero carico i fedelissimi amici Mimmo Ferrara, Pietro Carratù, Salvatore Di Florio (recentemente scomparso e a cui va un commosso saluto) e Felice Abate, che ne diventa Presidente.

Anche in un solo decennio però, Luca Barba doveva aver piantato qualcosa di veramente speciale nei cuori dei suoi amici visto che quel grande sogno, non solo è diventato realtà, ma ancora riesce a trasmettere profonde emozioni a coloro che li seguono e che hanno avuto la fortuna di partecipare ad una mattinata come quella che abbiamo vissuto.

Quando arrivo li vedo: gli abiti e i colori conosciuti, i tamburi al momento muti come noi ad aspettare e le bandiere ancora arrotolate. Loro aspettano il pubblico, noi aspettiamo la loro storia.

Quando è ora di iniziare, i rulli di tamburi, che di solito hanno un suono diverso all’aria aperta, riempiono l’ambiente chiuso del cinema. Si accodano le trombe, si aprono le bandiere. Il vento di fuori non turba il loro fluttuare, ciò che le anima è il grande battito dei cuori di tutti i partecipanti, che hanno le età più diverse, dai giovani che rappresentano il futuro e gli anziani che testimoniano la storia.

I brividi si siedono con noi, ascoltano quella musica così familiare, così nostra, guardano quei disegni volanti che regalano le bandiere e da lì, da tutti loro, parte il racconto.

Video regalano immagini dal mondo, tutto quel mondo che hanno toccato, che si sono meritati con l’impegno, il pieno rispetto di una tradizione che hanno preteso di difendere a costi altissimi, sempre nel ricordo di una riconoscenza verso chi li aveva partoriti e di una memoria che va tutelata per avere una vera strada da segnare, da percorrere, da tramandare.

Cinzia Ugatti presentatrice della manifestazione, non nasconde la sua emozione, sottolineando alcune delle eccellenze che hanno reso il lungo percorso, a cominciare dalla Mostra Internazionale del Costume, talmente prestigiose da ricevere riconoscimenti da ben quattro diversi Presidenti della Repubblica; o come le collaborazioni con importanti istituzioni culturali Europee, dal Goethe Institute, il Cervantes e quelli della Cultura italiana di Helsinki fino al viaggio in Arabia Saudita, in occasione del Festival della Cultura Italiana.

A questo punto, anche per chi non era preparato, è chiarissimo il livello internazionale del gruppo, ed è con questa premessa che cominciano le numerose premiazioni previste. Seguiranno molti nomi, ma non pensate che vi annoieranno. Da ognuno di loro arriverà un messaggio che varrà la pena riassumere.

La prima parte è un riconoscimento per Domenico Ferrara, unico veterano ancora in attività insieme a Felice Abate. Poi il saluto al Vice Presidente Carmine Faiella e già qui mi fermo. Lo conosco e non lo vedevo da tempo. Sapevo del problema di salute che lo aveva colpito proprio durante una esibizione in Toscana e non lo avevo visto in sala. Una sedia a rotelle, un’emozione esagerata che, se pure ferma e muta, ha bussato alla porta di ognuno dei cuori presenti. A lungo. Potrei dedicargli molto più che poche righe, al solo guardare la tuta che ancora indossa, quel marchio non solo ricamato sulle spalle, ma inciso nel cuore. Grazie. Per una testimonianza di appartenenza che sa quasi di follia. Sana, adorabile follia.

Sul palco sale poi Benito Ripoli, presidente F.I.T.P.(Federazione Italiana Tradizioni Popolari). Lui riceve il premio, ma ne consegna un altro a Felice Abate: l’Oscar dell’organo che rappresenta. E non solo. Fa una cosa che non è facile che accada, di certo non è scontata: chiede scusa. Davanti a tutti noi, confessando di aver pubblicato un comunicato con informazioni non corrette. Non conosciamo i dettagli, ma mi colpisce il sincero dispiacere per qualcosa che deve aver molto danneggiato l’amico di tanti anni. Esempio.

Poi l’Assessore al Turismo di Ascea Valentina Pica e Piero Aiello, direttore artistico del Castello Medievale di Castellammare di Stabia. Tutti testimoniano il legame forte e rispettoso con Felice, anche se segnato da seri confronti nei lunghi anni passati insieme.

Arriva intanto un nuovo video. Confesso che di questo sono particolarmente grata adesso che l’ho visto e curiosa in quel momento in cui ho capito di cosa si trattava: la famosa rappresentazione teatrale de “La Pergamena Bianca” svoltasi a Napoli, nella maestosa scenografia del Maschio Angioino per la regia di Andrea Carraro  e le scenografie di Michele Paolillo, presenti in sala e poi premiati.

A questo proposito mi permetto una personale parentesi. In quel settembre del 2005, la messa in scena di un lavoro di tale importanza storica, che riferiva della battaglia della piana di Sarno grazie alla quale Cava ricevette la famosa Pergamena Bianca tuttora custodita nel Palazzo di Città, voleva rappresentare un salto di qualità verticale. La visione del sogno di Luca, nel lontano 1969 sembrava avesse raggiunto l’apice della sua piena realizzazione, perché tutto ciò che per anni era stato orgoglio di una città, adesso poteva diventare realtà itinerante nel mondo. Come prima avevano fatto tamburi e bandiere, ora tutta la nostra storia avrebbe potuto viaggiare e quel coraggio di pochi, sarebbe diventato motivo di vanto per tutti i cittadini cavesi. I cavuoti. Ma…

Le visioni sono appannaggio di pochi altrimenti sarebbero quotidianità! Saper guardare oltre l’orizzonte è per chi ha una vista d’aquila e sa aggiungere il sogno alla realtà, non per chi ha lo sguardo basso e non va oltre il limite dei propri piedi. E qualcosa spezzò non solo quell’ambizioso progetto di notorietà, ma addirittura relegò il gruppo dei De La Cava fuori dalla manifestazione locale annuale. Per cinque lunghi anni. Fino a quando l’allora sindaco Marco Galdi, presente tra i premiati, non li reintegrò. Accettando anche di intitolare il teatro, che è stato iniziato proprio a spese degli sbandieratori di Felice Abate, a Luca Barba. Teatro situato nei pressi del Complesso di San Giovanni, struttura che oggi è diventata fiore all’occhiello di Cava, ma in pochi ricordano che ancora una volta era stata la lungimiranza di Felice Abate ad intravederne le potenzialità e che già nel 1997, chiedeva ed otteneva dal sindaco Fiorillo Raffaele, anch’egli presente e premiato, di poterne iniziare l’opera di recupero.

A qualcuno la parentesi sarà sembrata lunga, ma immaginate di aver trascorso questo tempo a guardare le immagini succedersi sullo schermo; il sindaco Scannapieco, il traditore, gli eroi, il popolo. A me quei pensieri venivano in mente mentre scoprivo qualcosa che non ho avuto la fortuna di vedere ma di cui mi hanno parlato. Qualcosa che avrei avuto piacere di vivere da vicino, ma che non è stato più concesso a nessuno. Ora lascio una domanda su queste pagine: chi ha remato contro, oggi, a distanza di anni, cosa pensa? Si sente un po’ responsabile di questa grande occasione mancata per tutta la nostra città?

In questo racconto sono entrati di diritto i due ex sindaci, ma le istituzioni sono presenti anche con Alfonso Andria già Presidente della Provincia di Salerno, che ricorda come Cava sia stata da sempre motivo di orgoglio per tutta la Provincia.

Nella carrellata di soddisfazioni, impossibile dimenticare tutti i grandi artisti che hanno collaborato negli anni alla realizzazione della già citata Mostra del Costume – Premio Bandiera d’Argento, a cominciare da Odette Nicoletti ideatrice con Felice Abate del progetto. Luigi Benedetti responsabile allestimenti delle prime edizioni della Mostra, curate in seguito da Emilio Ortu Lieto e Sibylle Ulsammher. I numerosi costumisti e scenografi, da Annamaria Morelli a Raffaele Di Maio, alla Sartoria C.T.N. 75 di Vincenzo Canzanella di Napoli. Ma quelle mostre avevano anche voci e volti, come la storica Eufemia Filoselli e la Prof.ssa dell’Università di Ferrara Ada Patrizia Fiorillo, coinvolte soprattutto nelle mostre dedicate ad Henry Moore e Matthew Spender.

Un lungo passaggio, condito dal video del grande giornalista Luigi Necco, che spesso sceglieva di curiosare tra le bellezze di quei mondi che, da immobili manichini, raccontavano meravigliose storie di passioni.

E di queste passioni molti si sono nutriti come racconta Renata Fusco che viene chiamata sul palco con Martino D’Auria e Irene Maiorino. La loro presenza è un altro segno di maturità da parte del gruppo degli Sbandieratori; essere presenti in un territorio ed avere la certezza di rappresentare un faro, un albero da cui negli anni si sono staccati sempre più frutti, anche se hanno avuto sapori diversi, non significa specchiarsi solo dei propri successi. Anzi. Renata, Irene e Martino sono l’esempio di eccellenze cavesi che hanno saputo brillare nel campo dello spettacolo e dell’arte ben oltre i confini cittadini e i loro meriti sono stati riconosciuti e giustamente premiati.

Il tempo è volato. Le bandiere non sono state mai ammainate, mostrano la loro bellezza dalle balconate del cinema, e le notiamo ancora di più quando Felice ci mostra i tre cambiamenti che hanno avuto nel tempo: dai colori giallo e rosso, tipici del Comune Metelliano, all’aggiunta dei quattro distretti fino alla più nuova che da domani potrà sventolare nei cieli del mondo, quella che si fregia del nobilissimo traguardo dei 50 anni.

Felice adesso è rimasto quasi solo sul palco. Per lui, nel corso della manifestazione sono stati usati tantissimi aggettivi, tutti sinonimi di una cocciutaggine, di una determinazione che davvero hanno in pochi. Qualcosa che rasenta l’ossessione, ma senza questa visione, tutti sanno che non avrebbe mai potuto condurre quella barca di sopravvissuti alla morte di Luca Barba, a vivere un giorno come questo. E i suoi ragazzi, quelli che lo supportano e lo sopportano, gliene riconoscono il grandissimo merito facendogli una sorpresa. Un rullo di tamburo, le bandiere che occupano lo spazio sopra di noi e una targa in mano. Felice legge e non parla. Poche volte deve essere rimasto senza parole, ma se stai leggendo “a Felice Abate, condottiero dei De La Cava, consegniamo le insegne di Cavaliere della Repubblica, dopo aver già da tempo conquistato quelle di Cavaliere dei Citta de la Cava”, forse quel silenzio è giustificato.

Non ci sarebbe molto altro da dire. L’emozione di Felice ha riempito la sala, mischiandosi a quella di tutti i suoi compagni di viaggio, a quei raccoglitori di sogni che hanno saputo e sperato di poter guardare più lontano di una cittadina che è stata già famosa come “La sosta di Cava”, ma che non può vivere di ricordi o di rendita. Il passato ci appartiene ma il futuro va conquistato.

Abbiamo visto scappare da quegli sventolii parole che ancora avevano il sapore del sogno, come un’attività di formazione legata al costume; forse l’inizio di una nuova battaglia.

Noi che c’eravamo abbiamo avuto conferma di cose che da tempo conosciamo e che oggi hanno avuto una giusta collocazione, ma abbiamo anche avuto un altro compito. Guardare. Guardare delle sedie vuote. Tra tanti che c’erano tanti mancavano.

Non ne conosco i motivi, qualcuno saprà spiegarlo, ma io sono una semplice cittadina cavese. A me capita da tempo di ascoltare sogni di grandezza che giustamente si vogliono realizzare per questa nostra Piccola Svizzera campana, una candidatura a Città della Cultura che sarebbe cosa meravigliosa e motivo di orgoglio. Ma io che sono semplice cittadina e seguo questi slogan, come faccio a spiegarmi le sedie vuote di fronte ad una tale rappresentazione, di fronte ad un evento che è fiore all’occhiello di una comunità, che è la prova di una presenza sul territorio, che è la testimonianza concreta dell’eredità che Luca Barba ha lasciato a queste persone “presenti” e invece avrei dovuto scrivere “ai cavesi”.

La tradizione è appartenenza, sono le radici, è la consapevolezza di sapere da dove si viene e che ti permette di guardarti indietro e riconoscere un cammino.

In un pezzo che è stato scritto tempo fa da uno sbandieratore dei De La Cava, ho letto questa frase che vi lascio perché raccoglie un pensiero grande:

“…E si può scegliere di essere Luca, di continuare un credo, e si può scegliere di farsi chiamare Luca, di appropriarsi della cultura per raggiungere il potere. Ma chi ha fatto tanto per noi ha creduto in Cava, ha creduto che la storia fosse proprietà di un intero popolo e lo ha investito del compito di tramandarla.

I De La Cava hanno scelto di essere Luca, e non cambieranno idea”.

 Adesso è proprio il tempo del silenzio, in questa domenica di dicembre che ancora ha voglia di dispensare pioggia e vento, noi non li consideriamo più nemici. La forza di un gruppo supererà la bufera.

2 thoughts on “In memoria di Luca – I 50 anni degli Sbandieratori Città De La Cava

  1. Geltrude Barba

    Carissima Paola come sempre puntuale e dettagliata nelle tue descrizioni ,ma consentimi di dirti che le Sedie vuote parlano ahimè … e la famiglia Barba non c’era … fatti due domande ! Grazje ancora mi hai riempito il cuore con i tuoi foglietti!🙏

    1. Paola La Valle Post author

      Cara Geltrude, grazie per aver apprezzato il racconto. Mi dispiace però che il mio riferimento alle sedie vuote ti abbia fatto credere ad un tuo coinvolgimento personale. Tu sei una cittadina come me e, essere presente o assente, rimane una scelta privata. Ci sono altre figure che invece rappresentano una città, prendono decisioni per una città e, converrai con me, che la loro, agli occhi di chi guarda, risulta un’assenza ben diversa. Forse giustificata o forse no, non lo so; io ne prendo atto. Grazie comunque per l’attenzione.

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