Una vita a foglietti

Inaugurata la Mostra Internazionale dell’Accademia Arte e Cultura

Finalmente la Mostra Internazionale “L’emozione nel Segno, nel Colore, nella Parola”, indetta dall’Accademia Arte e Cultura di Michelangelo Angrisani, vede aprirsi le porte dello splendido Complesso Monumentale di San Giovanni a Cava de’ Tirreni: finalmente perché da anni ne faceva richiesta e, grazie alla perseveranza del suo presidente, è riuscita ad ottenerla.

Importante sottolineare la sede di questa Mostra che da anni dà lustro alla città Metelliana, perché il suo aspetto internazionale, richiama nella nostra città un vasto pubblico, sia per gli addetti ai lavori, ma anche di semplici spettatori, che trovano, in un luogo bellissimo, ricco di atmosfere, una serie di opere che davvero meritano di essere ammirate.

La serata inaugurale è slittata; da domenica a lunedì a causa dell’emergenza sanitaria che coinvolge il mondo intero. Ma nell’arte, tutto può essere digerito in maniera originale, anche se conviene procedere con calma; la serata si preannuncia ricca di spunti, ma anche di libertà e condivisione. Libertà di giudizi e condivisione di emozioni.

La prima persona che incontro è don Osvaldo Masullo, a rappresentanza del Vescovo Soricelli, venuto per la benedizione, ma che approfitta per ammirare quanto la mostra offre. La chiacchierata che ne viene fuori è una prima prova di quanto l’Arte sia fatta di messaggi, di emozioni, di desiderio di raccontare la realtà che quotidianamente ci circonda e a cui tributiamo un doveroso omaggio. Le bufale dell’artista veterinaria sembrano esplodere di vita dalle pareti della sala, come impressionano le opere “digitate”, non in senso virtuale, ma proprio fisico, col tocco delle dita; o come le pennellate che arrivano dalla Spagna a raccontare le tenui sfumature dei boschi.

Girare per le sale significa ammirare storie di mondi diversi o semplicemente apprezzare come, in ogni parte del mondo, esistono anime che hanno bisogno di raccontare le realtà che si vivono. Come le “macchie” che sembrano schizzare lì per caso da un quadro che invece racconta l’anonimato in cui cade l’uomo nel corso delle guerre; o le esplosioni di colori che ti accolgono, a tirar fuori la parte gioiosa che troppo spesso nascondiamo.

Una passeggiata, prime riflessioni e poi la scelta di fare una presentazione che non sia di pedanti discorsi sulla solita “cultura” che viene sbandierata troppo spesso e troppo spesso, contemporaneamente, ignorata e calpestata. In questa sala, in un lunedì lavorativo, che non ha permesso a tutti di partecipare, ci sono comunque tanti degli autori che hanno firmato queste splendide opere, e per una volta, è parso carino permettere ad ognuno, non di parlare solo di ciò che hanno fatto, ma di quanto questo insieme regala. Cosa ognuno di noi ha trovato attaccato a quelle pareti oltre a quello che loro stessi hanno portato. Mi adeguo a questo momento collettivo: non farò nessun nome in particolare. È la collezione di opere che parla. Sarete voi, se incuriositi, a venire a cercare ciò che qui si offre a grandi dosi.

L’attualità del corona virus concede d’obbligo il primo intervento all’autrice di “Fleur du Mal” che richiama l’opera di Baudelaire che riconosceva a droghe e alcool questo titolo, e che lei ha preso in prestito per realizzare una bellissima opera piena di colori, che danno sì l’idea di questa contaminazione minacciosa, ma che può anche dare una chiave di lettura diversa. “È il compito dell’artista calarsi nella realtà che vive”, “parlare al mondo con ciò che si produce”. Il suo intervento è un assist per il mio pensiero. Tra le varie bellezze che ho ammirato, mi viene in mente una foto: momenti catturati in giro per il mondo e un gesto fissato sul petto di una giacca sporca, sgualcita, con le posate nel taschino, ma a cui si cerca di dare un contegno, una forma di dignità profonda. “Dignità”. Pronunciare questa parola che racconta l’emozione che ho ricevuto e scoprire che è il titolo della foto. Meraviglia della comunicazione!

E poi tante esperienze, di giovani che si affacciano per la prima volta in questo contesto e la meraviglia che suscita; le lacrime di percorsi che spesso la vita ha intralciato ma che hanno continuato a pretendere di esistere e di trovare un posto. L’Africa, con la sua tradizione del legno e il ricordo di Franco Bruno Vitolo sulla conoscenza di un vecchio leader senegalese della lingua latina.

La bellezza di stare seduti su una sedia e apprendere, scoprire cose lontane o anche vicine ma nascoste. Il desiderio di sapere, di essere consapevoli della nostra possibilità di essere migliori se messi insieme. La sincerità dei pubblici complimenti tra gli stessi artisti, l’ammirazione per una capacità espressiva che permette modi diversi di leggere la realtà.

E in questo contesto poteva mancare la fede? Non solo le belle parole di benedizione di don Osvaldo, ma tutto quello che è raccontato in queste sale. E un commento che non è stato solo pubblico.

Ci sono opere che trasudano trascendenza e forse chi le ha realizzate non riesce nemmeno a percepire fino in fondo come possa essere davvero un “dono” ciò che gi ha permesso di raggiungere altezze tanto vertiginose senza il bagaglio di studi approfonditi che forse avrebbero richiesto se volessimo seguire solo la Ragione. Ma c’è altro nella nostra vita. È l’eterno pensare se è giusto credere o no, se è nel giusto chi crede nella vita che va oltre la Morte o chi racchiude tutto al breve passaggio terreno. Non saremo noi a poter dire chi ha più ragione in questo eterno confronto, ma noi, che certe cose le abbiamo viste, possiamo dire di aver guardato con occhi umani la bellezza che tocca l’insondabile profondità dell’anima.

Avevamo iniziato in ritardo, ma il tempo che abbiamo speso per raccontarci, è volato via meravigliosamente. E l’invito fatto a inizio serata di poter avere scuole all’interno della mostra, mi sembra ancora più valido dopo quanto scritto.

Mostrare questo mondo di artisti che raccontano quanto siano persone, quanto siano in cammino per sperimentare tecniche che aprano nuovi  sentieri alla conoscenza di un animo che ha ancora tante pieghe  da svelare, è un dovere della comunità. Fatene tesoro.

La ricchezza vera è questa. Saper di dover trovare il cammino giusto: il nostro.

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