Una vita a foglietti

Io sto con Vale

ValeOggi è difficile non prendere una posizione. O forse è doveroso prenderla.

E allora io sto con Vale.

Sto con lui che non è stato il “primo amore” per quel che riguarda le moto, gli preferivo Capirossi.

Sto con lui che non mi è stato sempre simpatico, non amo facilmente chi vince sempre.

Sto con lui che è pure interista per me che sono una napoletana doc.

Sto con lui perché quando un personaggio non è il tuo “primo amore”, non ti nasce simpatico, non ci condividi la fede sportiva, allora deve avere qualcos’altro. Ma qualcosa di tanto di più rispetto ad altri.

Di Valentino mi ha colpita, negli anni, il suo essere sempre lì. Sul podio o nella polvere, poco ma c’è stato, lui era ed è sempre un personaggio. Quello che ti mandava per prati e poi sorrideva con gli occhi di bambino divertito; quello che ti scavalcava dove non c’era spazio, per raccontarti dopo che lui lo spazio l’aveva visto; quello che inventava una nuova guida, quella da curva e cordolo per annientare l’avversario e poi candidamente si prendeva tutto il bottino. Questo è stato Valentino negli anni, questo è ancora Valentino, perché il suo è lo spirito di chi queste corse le fa perché sono un pezzo della sua vita, forse sono l’essenza della sua stessa vita. E tutto questo non è Marquez. Prima di tutto perché lui non ha ancora fatto e non sappiamo se la farà, la carriera del dottore; carriera che deve pesargli non poco se pensa di scavalcarla! Perché quello che Valentino ha fatto, lo ha fatto nella diretta competizione con i suoi avversari, perché anche se li ha studiati a tavolino, non ha mai costruito una tattica per ostacolarne altri.

La giustizia sportiva, quella che sta dietro un tavolino, ha dovuto punire la sua decelerazione, ha dovuto punire il suo tentativo di risvegliare quel bambino viziato, che, non potendo avere per sé il giocattolo, preferisce romperlo pur di non vederlo nelle mani del compagno.

In molti dicono che Valentino ha sbagliato a cadere nella trappola, ma non credo che sia stato questo. Forse dopo decenni di corse, dopo che da quelle ruote hai visto le cose più belle e più tremende insieme, forse quegli occhi non hanno saputo reggere a quella che è la scorrettezza più grande: non potere combattere con il proprio avversario. Deliberatamente. Non esiste.

Sapere che ti stai giocando qualcosa che mette a repentaglio la tua vita solo per migliorare quel tuo limite, quello che ti spinge a cercare di agguantare quello che sta davanti a te, a conquistare quel centimetro in più che a fine gara può significare una vittoria, un intero mondiale e poi vedere che invece chi ti mette i bastoni tra le ruote, e lo fa solo con te, ha come motivazione una ripicca. No. Io credo che gli occhi di Valentino, che davvero hanno visto la gioia e la morte e hanno saputo decidere di superarle entrambe ed andare sempre avanti, ieri abbiano visto quello che non si deve vedere e quello che non si deve accettare di far entrare su una pista: la scorrettezza premeditata. E allora caro Marc di nome e di cognome Marquez, prima che il mondo pensi di poter accettare un ulteriore bassezza, più di quelle che in tutti i campi si trovano, pensaci quando ti nascondi dietro le parole “noi rischiamo la vita lì fuori”. Ricordati a chi lo stai dicendo e ricordati soprattutto che è vero! Valentino, sbagliando, ha frenato per indurti alla ragione; tu, con acceleratore a manetta non hai esitato ad infilarti una, due , tante volte dentro pochi centimetri di spazio pur di essere in competizione. E tutto sarebbe giusto ed apprezzato da parte nostra, se solo ti fossi accorto che in pista, di piloti da superare davanti a Valentino, ce n’erano altri due.

Questo modo di fare a me ricorda quello dei politici, quelli che dicono una cosa per nasconderne un’altra. Quelli che non si prendono la responsabilità delle proprie azioni per mascherarle dietro le colpe di altri. Ma qui siamo da un’altra parte e a noi che “siamo in piedi sul divano” mentre guardiamo le vostre gare, questa puzza di marcio qui non la vogliamo sentire. Non ce la devi portare.

E aggiungo: avete immaginato che Valentino, dall’alto della sua esperienza, poteva sapere benissimo cosa avrebbe significato quel suo gesto? Poteva sapere che si sarebbero accorti del cambio di velocità? E allora, se avesse voluto davvero dare una lezione al moccioso, in mala fede, cosa doveva fare? Centrarlo fingendo una manovra sbagliata? Come quella che ha fatto Marquez quando Lorenzo l’ha visto scomparire dalla sua traiettoria? No, ha fatto quello che una persona matura fa verso un bambino che si sta mettendo nei guai trascinando dietro anche altri: lo avverte. Almeno io credo che istintivamente abbia pensato questo.

Non è facile giudicare un gesto seduti in poltrona, forse non è facile nemmeno capire perché un ragazzino non può imparare a perdere, perché dalle sconfitte si esce più forti; ma forse questo, tra i tanti trofei, tra i tanti elogi, non gli è stato ancora detto. E non mi aggiungete che neanche Vale sa perdere, perché non è così che si combatte. E’ la battaglia che gli è stata imposta che è stata scorretta.

Ma ora dico a te Vale. Molto è perduto, ma non tutto. Soprattutto non è perduta la nostra ammirazione nei tuoi confronti. C’è ancora un’altra sfida. Combattila. Non importa come andrà. Il piccolo Marquez sarà riuscito in ogni caso a sporcare anche l’eventuale titolo di Lorenzo, il dubbio resterà in tutti noi, e anche in lui.

Ma tu ci proverai e noi faremo il tifo, ancora una volta, per il tuo coraggio, per la tua determinazione, per l’amore che hai per questo sport e che sei riuscito a far arrivare in ogni angolo di mondo.

 

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