Una vita a foglietti

La disfida dei trombonieri

01A Cava, quando dici Disfida, hai detto tutto. Perché la Disfida dei Trombonieri, le nozze di Florinella, la settimana Rinascimentale, a noi cavesi vengono donati al momento della nascita, proprio come il debito pubblico. E tutti la conosciamo, o crediamo di conoscerla.

Cava rivive ogni anno, tra i due mesi di giugno e luglio, la festa religiosa e quella storica che vede rinnovare il ricordo della processione per la salvezza dalla peste, e la storica battaglia dei “cavuoti” che, tutti uniti, anche se di casali diversi, lottarono per liberare il re.

Questa è storia di secoli fa, ma da decenni poi, l’amore per Cava e la sua tradizione, furono raccolte da Luca Barba in un’associazione che mantenesse vivo l’orgoglio della città. E ovviamente ci furono regole. La prima che mi piace immaginare è proprio questa appartenenza alla città, che, se pure nei giorni della festa si riempie di colori tutti diversi, ognuno a simboleggiare la propria origine, per il resto dell’anno e per i “forestieri”, permette di parlare solo della festa di Cava e non dei suoi gruppi.

Quando si è creduto che qualcuno potesse aver violato queste regole, per ben 7 anni, nell’attesa di una sentenza che a quanto pare li ha riconosciuti anche “innocenti”, questo qualcuno è rimasto, in silenzio, fuori dalle verdi terre del campo sportivo: il luogo dove la battaglia divampa, dove gli spari partono per riecheggiare in tutta la valle, per permettere comunque, a tutti i cavesi di rivivere la propria tradizione.

Eppure ieri qualcosa è successo. La disfida si è spostata dal manto erboso al freddo cemento delle tribune. E non ci ha guadagnato.

Prima parlavamo dell’Associazione di trombonieri e sbandieratori. Cava da sempre vive sulla rivalità di due gruppi di sbandieratori storici, Cavensi e Città de la Cava. A loro è affidata l’apertura e la chiusura della contesa tra i gruppi della Pergamena Bianca. Ma da qualche anno, come dalla costola di Adamo nacque Eva, così dall’albero madre sono caduti altri frutti che a loro volta hanno generato nuova vita. Onore al nuovo che avanza. Ma non dimenticate che parliamo di cose vecchie e di tradizione. E così, se ai nuovi è stato sempre concesso di sbandierare per le vie della città, mai si è pensato ad una loro presenza sul campo di battaglia. E qui è nato l’inghippo. Qualcuno con forte potere, in momenti di ricerca di consensi forse, deve aver pensato di poter promettere una simile possibilità ed ecco il confronto con l’Associazione che nega il permesso. TUTTI INSIEME.

Ma battaglia fu! E questa volta persero.

Ora parlo da persona coinvolta nei sacrifici di chi partecipa alla vita di questi gruppi. So degli allenamenti, so delle ore che si tolgono ad altro e so del senso di appartenenza che nasce solo da lavoro e non da interessi. Qui non si percepiscono stipendi.

So di tutte queste cose ma non so dell’odio. Era rabbia e rancore quella che usciva dalle trombe e dai tamburi imprigionati non in una tribuna, ma in una sconfitta di insegnamenti. Non so chi ha ragione e se c’è bisogno di trovarne in questa vergogna. So che abbiamo perso tutti. A cominciare da chi ha voglia e bisogno di ascoltare i giovani, ma se è vero che dobbiamo lasciarli parlare, è ancora più vero che dobbiamo saper insegnare.

Nel libro  di Ettore De Lorenzo “Quando avevo vent’anni”, si citava una frase di Patti Smith “Tutti siamo insegnanti”: ricordiamolo, perché quando non sappiamo farlo, deleghiamo e raddoppiamo la fatica di questo compito ad altri. E soprattutto perché ogni volta che instilliamo nel nostro e nell’altrui cuore uno spunto d’odio, abbiamo anche noi premuto grilletti e abusato e accoltellato ogni vittima della violenza.

Solo sabato pomeriggio guardavo INVICTUS, il film del “mai sconfitto” il “non vinto”.

“Io sono il padrone della mia vita, il capitano della mia anima”

Abbiamo responsabilità, a volte più grandi di quelle che riusciamo a pensare. Se avessero potuto vedere, quelle bandiere che sventolavano al cenno di capitani arrabbiati, avrebbero scoperto che a pochi centimetri da loro si consumavano già delle piccole discriminazioni e violenze: ragazzini neanche quindicenni che si sono sentiti autorizzati ad “attaccare” genitori che applaudivano l’esibizione di un figlio, o semplicemente persone che alla disfida erano andati per guardare e godere di uno spettacolo, non per essere aggrediti. Ed è odio che abbiamo acceso noi.

I colpevoli non sono sempre gli altri. Guardiamo più vicino, forse troveremo soluzioni e risposte. Ricordiamocelo la prossima volta che accenderemo una miccia. Se poi le bombe ci scoppiano in mano, non sempre è casualità.

E il mio è un augurio sincero, sentito, voluto. Perché quello che resta di una serata così, è solo il sapore della sconfitta senza nessun vincitore e spero che così come all’improvviso è nato, possa immediatamente scomparire, senza entrare nella nostra storia.

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