Una vita a foglietti

La grande ricchezza

Torno da una città che mi ha mostrato tante forme di ricchezza ma di cui parlerò altrove, lo spunto è solo per cogliere una parentesi di giorni che mi ha dimostrato quanta ricchezza abbiamo noi. Tanta, incalcolabile direi.

È il giorno dopo il ritorno. Un ritorno lungo, determinato da ritardi aerei che non mi hanno permesso di essere presente al rientro da un esame di mio figlio.

Mi ha solo detto a telefono: “è andato bene.”

Mi sembra strana questa frase se la abbino alla sua voce. Lo conosco. Quando le cose “vanno bene” ha un fremito nella voce, ha il respiro rotto di chi ha finito la scalata, ha la soddisfazione di chi ha messo un altro mattone sul “palazzo” che sta costruendo.

Quando ci vediamo stamattina, ha già gli occhi aperti e la voce pronta. Siamo stati lontano e ognuno di noi sa di voler condividere con l’altro i contenuti dei propri giorni. Noi siamo così. Ci raccontiamo.

La prima domanda che mi rivolge è per la sorella. Io rispondo e penso alla foto che lei tiene incollata sull’armadio nella sua mini stanza: lei e lui piccolissimi, guancia a guancia a sorridersi per un futuro che non immaginavano, ma che li vede ancora guancia a guancia anche a migliaia di km di distanza. E sono già un po’ più felice.

Poi arrivano “le confessioni”. Sull’esame. È arrabbiato o forse la parola più giusta è: “deluso”. Mi mostra le infinite gigantesche tavole che riproducono il progetto di una scuola che ha presentato insieme ad altri tre colleghi di corso. Non capisco i dettagli tecnici ma ascolto le sue spiegazioni, la visione che hanno avuto nel non voler avere un edificio che fosse necessariamente un enorme quadrato con cabine a dividere gli ambienti e tutte le motivazioni che ne hanno determinato le scelte. A me sembra bellissimo. Mi immagino i ragazzi passeggiare tra quelle vetrate, percorrere i lunghi corridoi che si aprono su aule che hanno ampi spazi a disposizione, e confrontarsi sulle materie studiate con la voglia di migliorarsi.

Perché la scuola è questo. Qui comincia a prendere forma la sua delusione. Il suo concetto di scuola, la sua idea di insegnamento. Perché un professore ha un compito: formare nuovi professionisti.

Non stiamo discutendo del progetto più bello o più brutto. Stiamo discutendo di elementi tecnici che meriterebbero di essere corretti. Parliamo di assistenti che fanno obiezioni su un concetto e vengono smentiti sia dall’alunno che dal professore stesso. Stiamo parlando di dettagli che non vengono considerati e invece fanno la differenza. E la domanda che si pone è sempre la stessa: perché non ci aiutano ad essere migliori? Perché premiano l’insufficienza, perché fanno credere che vada tutto bene mentre non è così? Perché accettare la monotonia di idee che sono spesso solo copie e non incentivare niente di nuovo?

Questi i suoi pensieri. Questi i suoi dubbi. Sono i muri contro cui sbatte da una vita. La sua voglia di respirare aria pura e il tentativo di altri di tenerlo con la testa nell’acqua, di allinearlo dentro schemi che gli stanno troppo stretti.

Le sue parole diventano fiumi in piena quando racconta di come facilmente i giovani siano oggetto di rimproveri da parte di anziani che si fermano a giudicare se ti vedono con le cuffie nelle orecchie e l’abbigliamento da palestra: ma cosa ne sanno di cosa c’è dietro quelle magliette sudate o quali note ascoltano o cosa stanno facendo per costruirsi un futuro?

Rabbia. Eccola lì. È esplosa. Amica di sempre ti ritrovo di nuovo di fronte a me, nello specchio che è mio figlio, nell’incapacità di tanti di saper estrarre ricchezze da questi giovani cuori che hanno voglia di essere accompagnati per diventare migliori, che sanno che può esistere una vita qualitativamente più valida dell’anonimo trascinarsi dietro i propri giorni fino ad arrivare, da vecchi, a criticare chi non conosciamo. Preoccupati più dei probabili fallimenti altrui, che non della propria certezza di incompiuti.

E mi ritornano in mente le grandi ricchezze che ho visto esposte in giro in questi giorni, nelle vetrine e nelle strade. Guardo il mio ragazzo-uomo e penso alla mia ragazza-donna. Mi esplode dentro il loro coraggio, la loro voglia di vivere, le loro conoscenze, soprattutto la loro forza e li vedo brillare.

Brillare come i diamanti del collier che non indosserò, potenti come le Bentley che non guiderò, morbidi come le scarpe da migliaia di sterline che non calzerò, sottili come l’inchiostro della Mont Blanc limited edition con cui non scriverò neanche un foglietto.

Ma non mi manca niente perché ognuna di queste ricchezze io ce l’ho senza possederla. Sono felice di quello che vedo, dei sogni che stanno inseguendo, delle gioie e delle preoccupazioni che mi danno.

Sono felice di loro. E loro non sono cose. Sono persone. Sono i nostri figli. Sono tutta la nostra vita senza essere la nostra vita, perché sappiamo camminare insieme senza rubare niente l’uno dell’altro, ma piuttosto condividendo ciò che sappiamo. Perché in questi confronti di pensieri siamo diventati grandi insieme.

Loro ci hanno insegnato, da noi hanno appreso.

Dimenticavo un piccolo dettaglio. A quell’esame che così tante riflessioni ha generato, mio figlio ha avuto trenta: nessuna possibilità di credere che nascessero da un banale rancore.

3 thoughts on “La grande ricchezza

  1. casasenatore

    Direi a questo giovane uomo di fare tesoro delle sue delusioni e delle sue rabbie, perchè lui potrà cambiare le regole del gioco. In Italia esiste questa maniera di guardare ai giovani come eterni imbecilli e non come future risorse del paese.
    Pensare che in America, la più grande azienda di trasporti su strada ( mi sfugge il nome ), è nata da una tesi di laurea, contestata dai prof. E i pionieri dell’informatica pur essendo giovani studenti o giovani in carriera, ricevono fiducia, crediti, e finanziamenti da parte anche di mecenati.

    1. Paola La Valle Post author

      Il credo da parte degli insegnanti dovrebbe essere “create opportunità”, mentre per molti, ma non per tutti per fortuna, il tempo dell’insegnamento è una lenta agonia verso la pensione.

  2. casasenatore

    Dimenticavo, la grande ricchezza sono questi ragazzi/e, volenterosi e impegnati.
    Le vetrine del lusso sono belle da guardare, sono stimolo per la ricerca della qualità, sono desiderio di perfezione, non sono certo la ricchezza che ci arrichisce. Ma questo lo sai.

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