Una vita a foglietti

La magia del Jazz di Joe Barbieri chiude la Rassegna delle Corti dell’Arte con “Dear Billie”

 “Dear Billie”, l’omaggio di Joe Barbieri a Billie Holiday, è stato l’ultimo spettacolo che Le Corti dell’Arte ci hanno regalato per questa estate del 2019. Nel Giardino delle Clarisse nel Complesso di San Giovanni, l’atmosfera che si respirava era davvero di magia; per l’attesa, le aspettative e il contorno. Una serie di apparenti piccoli dettagli che non lo erano per niente, e che si sono tutti trasferiti nella voce di Eufemia Filoselli, quando ha dato il via alla serata annunciando i suoi ospiti. È particolarmente bello sentire tanta emozione dopo che si è dato il via a tantissime serate, quando hai presentato, negli anni, il meglio del panorama musicale mondiale. Ma sarà quella passione, quella dedizione, quel piacere di condividere che sempre rende speciali serate come queste, per le quali ringrazia Giuliano Cavaliere che, come Direttore Artistico, ha raccolto la pesante eredità del padre Felice, seguendo la tradizione di bellezza e professionalità della Rassegna, ma arricchendola dell’esperienza personale e di una sua impronta. Una serata che vede presente anche il sindaco Servalli, giustificato per le assenze precedenti, “che non sono mai assenze” come dice la padrona di casa, che passa ben presto a presentarci gli ospiti. Musica “colta, raffinata, riservata”, che Gabriele Mirabassi al clarinetto, Pietro Lussu al pianoforte, Luca Bulgarelli al contrabbasso e Joe Barbieri per chitarra e voce, ci regaleranno.

L’accoglienza che il numeroso pubblico riserva a tutti loro è già un assaggio di ciò che ci si aspetta. Barbieri presenta a sua volta i compagni di viaggio e spiega il perché della sua scelta. Lady Day è stata per lui “linea di condotta e insegnamento” e parlare ancora di lei, suonare ancora la sua musica, dar vita ai suoi testi, gli è sembrata cosa doverosa e io aggiungo piacevole. Quando la passione ti guida nelle scelte che fai, il bello viene sempre fuori. Soprattutto in un luogo come questo “che non è cornice ma quadro stesso”.

Si accomoda, cerca subito confidenza con la voce e in pochi attimi il piano prima e il contrabbasso poi, lo seguono in questo cammino che hanno preparato per noi, ma penso soprattutto per loro. Quando si accoda il clarinetto, già siamo allo show. Mirabassi col suo strumento sembra un incantatore di serpenti; si alza in piedi, si contorce, mostra tutto il cammino che quella musica compie dal profondo dell’anima fino ad uscir fuori per noi.

Barbieri ci parla molto, spiegandoci che la scelta fatta per i brani da eseguire non ha un filo logico, ma solo un gusto personale unita al desiderio di esaltare una voce come poche nella storia della musica.

A questo punto faccio un balzo in avanti. Verso la fine della serata, Barbieri canterà una sola canzone in italiano “Facendo i conti” dall’album “Cosmonauta da appartamento”. In quel testo c’è molto della spiegazione della sua esperienza musicale, delle sue scelte, del condizionamento che la “Dear Billie” ha avuto nella sua formazione. Quello è un racconto in musica, sono pezzi di vita vissuta, problematiche vere, che non cercano un ritornello o un modo semplice di arrivare alle masse. Quella è una musica che ti deve attraversare e che devi sentire profondamente tua. Perché allora questo mio salto in avanti? Perché è chiaro quello che Barbieri ha imparato dall’esperienza dell’ascolto di Billie Holiday, ma se pensiamo di fare paragoni con la sua voce facciamo un errore. E penso che neanche lui voglia competere con lei su questo piano. Billie ha avuto una vita troppo difficile; le violenze subite, gli abbandoni, la dipendenza, lo stato sociale di donna di colore, hanno modellato ogni nota che usciva dalla sua anima. Quel percorso, quella profondità, quel dolore e allo stesso tempo quel desiderio di trasformare tutto il male che c’era dentro, in qualcosa di bello, non potrà essere mai imitato. E ripeto, non credo che sia questa l’intenzione.

Ma a Barbieri e alla sua band, dobbiamo riconoscere il piacere di averci regalato un tuffo nel passato con “I’m a fool to want you” “The very thought of you”, “Blue moon” o la famosissima “Cheek to Cheek”. Quando lo sentiamo pronunciare “…in the morning sun…” sappiamo che non è un canto, o meglio non è solo canto. È un rivivere, è un cercare in quelle parole, in quelle note, pezzi di una vita che apparentemente non c’è più ma che, a dispetto del tempo, continua a vivere. Tutto il fare di Joe è un racconto. La compostezza con cui ascolta i suoi colleghi suonare, la base cristallina del piano, le entrate forti del contrabbasso e quel clarinetto che vuole vivere una vita propria. Joe li segue, li coccola, li sorregge. Con l’augurio che ogni volta che suonano questa musica, e il pezzo inedito “che ha avuto l’ardire di inserire” possa arrivare a colei a cui è dedicata.

Tra di loro si scambiano sguardi di apprezzamento, sanno cosa hanno messo in quel testo e lo ritrovano nell’esibizione di ognuno che col proprio strumento, arricchisce quella “preghiera”. Miele sul cuore, dolcezza pura.

Poi ci lascia soli con i suoi amici: soli? Si è mai soli con questa musica? Loro suonano e sorridono e noi? Noi raccogliamo il regalo che ci fanno. Il piano di Pietro è davvero un trascinatore, Luca sembra condurre un ballo conturbante col suo contrabbasso, mentre Gabriele deve avere una sua clack privata perché appena si alza per dar fiato al suo clarinetto, l’applauso è automatico. C’è da dire che le sue non sono le entrate di chi bussa, ma di chi si accomoda sfondando la porta. Potente e coinvolgente, ma in alcuni passaggi talmente dolce e graffiante da lasciare senza parole.

Come quando si lasciano andare in un duetto tra lui e Joe alla chitarra. La vita attraversa quelle corde, passa nel cilindro del clarinetto e si materializza dentro di noi. Che ci siamo ritrovati in un abbraccio caldo, stretto e trasportati al di sopra di tante cose inutili.

Il jazz è una musica viva, è qualcosa che si fonde con le anime che la creano e quelle che le ascoltano.

Barbieri dice che è stato “un onore suonare per noi”, ma noi non possiamo far altro che sentirci onorati per quanto loro ci hanno regalato. Un viaggio indietro nel tempo,ma mai troppo indietro per essere dimenticato. È grazie ad artisti come loro, a serate come queste che il passato continua a vivere, con tutta la forza e l’insegnamento che ancora può dare a generazioni che hanno in fretta dimenticato le dure lotte che persone semplici e grandi hanno combattuto per lasciare lezioni di vita: rispetto, dignità, bellezza.

Quando Eufemia torna sappiamo che le sue parole saranno di commiato: “È finita”, dice semplicemente, ringraziando ancora per questi suoni di estrema purezza, di questa bellezza che “rende preziose le nostre ore.”

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: