Una vita a foglietti

“La parola ai muri delle nostre aule: diamo voce a chi non l’ha mai avuta”

Il pezzo che segue è stato scritto per il concorso indetto dalla Scuola dell’Infanzia e Primaria NOSTRA SIGNORA DEL S. ROSARIO, nel 50° anniversario dalla fondazione del nuovo Istituto. La mia esperienza di alunna prima e mamma di alunni poi, mi ha permesso di raccogliere questi pensieri.

 

Ti ho riconosciuta. Sono passati tanti anni dalla prima volta e ancora tanti dall’ultima volta.

Ti ho riconosciuta perché tu hai ricordato me, perché tu hai scelto me dopo che qualcuno lo aveva fatto per te.

La nuova scuola di San Vito, “la scuola delle suore”, questo è il mio nome da sempre, il nome che mi ha dato il quartiere, il nome con cui ancora mi sento chiamare da chi, come te, ancora parla di me.

Ti ho riconosciuta perché hai lo stesso sorriso e gli stessi capelli ribelli che un tempo, quando c’erano le recite, venivano imprigionati dentro lunghe trecce.

Ti ho riconosciuta perché mi hai salutata quando sei andata via e mi hai accarezzata quando sei ritornata, madre, con i tuoi bambini tenuti per mano e i tuoi occhi esprimevano tutto l’affetto conservato per i grandi saloni, per le aule identiche, per quei banchetti ora troppo grandi per te, ma dove hai fatto accomodare i tuoi figli.

Mi è piaciuto non sentire parole. È stato un segno di rispetto per chi non poteva risponderti, soprattutto adesso, in questi anni in cui il silenzio sembra non servire. Ma quanto invece servirebbe! Parole, parole, parole: non ho mai provato a contarle tutte quelle che ho ascoltato. E sai, ci sono tante differenze tra parole e suoni.

Nelle aule giù, al primo piano, dove arrivano i bambini più piccoli, spesso non sono proprio chiare; sono più suoni, esclamazioni, sono gesti allargati. I bambini non vivono di parole, non ancora. A quell’età si servono delle mani, del corpo, degli occhi, delle lacrime e dei sorrisi per esprimere ciò che sono, ciò che provano.

Quando cominciano a salire al primo piano, quando affrontano la grande scala di marmo e arrivano lassù, da omini, lì le parole hanno bisogno di essere pronunciate. Si scoprono, si svelano, si uniscono e diventano mattoncini su cui costruire un sapere con cui stimolare curiosità, grazie alle quali intrecciare rapporti, consolidare amicizie.

Quante manine ho visto stringersi i primi giorni di scuola, continuare a cercarsi negli anni ed essere ancora unite alla fine del percorso.

Vi ho visti andar via e sempre mi sono chiesta se la mia accoglienza fosse stata quella giusta, se il mio affetto fosse giunto ad ognuno di voi, il tutto basato solo sul mio perenne silenzio.

Per molti è stato di certo un mordi e fuggi, tipica filosofia di vita che ha preso piede nel tempo: così è chi li accompagna, così imparano ad essere loro, incapaci di guardarsi intorno, di percepire il saluto silenzioso ma attento, presente, quotidiano di chi, aprendo le sue porte, somiglia ad una grande mamma che offre le braccia all’accoglienza.

Il mio silenzio profondo totale, ha dovuto perfino subire il rumore lontano di colpi di pistola e nel mio tacere, ho accolto l’amicizia perenne di una bambina mai cresciuta.

Sono passati tanti anni e sono maturata anch’io. Da nuovissima, come un bambino che si affaccia alla vita, ho atteso con trepidazione di conoscere i miei frequentatori. Non solo quelli che andavano via in pochi anni, ma anche quelli più grandi che con me preparavano percorsi, linee educative, regalavano sorrisi, asciugavano giovani lacrime e indicavano regole. Perché quelle sono indispensabili. Le regole del gioco vanno sempre spiegate conosciute e rispettate altrimenti non ci può essere né merito né soddisfazione.

E le regole insegnate qui, sono le radici per questi giovani alberi che poi si svilupperanno nel mondo e la responsabilità è grande e chi è qui, con me, lo deve sapere.

Sono loro che preparano le grandi valigie della conoscenza, quelle che dovranno sempre essere piene delle basi su cui costruire il futuro di ogni bimbo viaggiatore nel mondo.

E le mie inquiline, quelle che conoscono la parte intima di me, quelle che non mi lasciano mai sola. Quelle che frequentano la Chiesa dove un tempo si celebravano Comunioni e Cresime degli allievi. Uno spazio piccolo, con il pavimento di ceramiche colorate, ma che incideva ricordi immensi nei cuori di chi vi arrivava.

Oggi che sono cresciuta, non ho più solo sogni, ho maturato anche certezze.

La storia degli uomini che ho visto passare mi ha insegnato tante cose.

Ho scoperto come sono cambiati i tempi, come nel mio cortile arrivano sempre più auto, sempre più veloci, più grandi, più frettolose. Ho visto come i giovani bambini arrivano sempre più carichi di cose e molto spesso poveri di contatti, di presenze.

Ho ascoltato fiumi di parole che non sempre raccontano verità e non riesco a vedere margini che possano impedire inondazioni di concetti vuoti che non si applicano alla realtà generando pericolose ipocrisie.

Ma ho anche visto giovani uomini e donne che sono ritornati; a piedi, molte volte con zaini in spalla e mani intrecciate e piccole parole, vere e sincere, che cucivano valore e senso della vita, segnando un percorso, lasciando impronte dentro cui, chi seguiva, poteva riconoscersi e ritrovarsi.

A costoro dico grazie perché nel mondo delle apparenze hanno deciso di seguire la propria strada per crearsi una precisa identità; dico grazie perché nel mondo dei rumori hanno avuto orecchie per ascoltare il silenzio.

Un silenzio, il mio, che dura da 50 anni, di cui vado fiera perché in esso esiste un linguaggio vero, sincero, coerente. Quello che mi permette, ancora adesso, di aprire con la stessa gioia le mie porte, sperando di veder arrivare e ritornare i miei splendidi alunni.

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