Una vita a foglietti

L’apparente ultima Messa

Domenica scorsa mi sono trasferita in una chiesa che non è la mia solita; pensavo di ascoltare una celebrazione e invece mi sono trovata a vivere un’esperienza che mi va di condividere.

La chiesa è san Lorenzo e il celebrante padre Raffaele. Per noi cavesi non servono ulteriori spiegazioni per questo prete che ha saputo accompagnare tantissimi fedeli nel loro percorso spirituale.

La voce è forte e chiara anche se i movimenti sono pacati e un pò lenti. Bellissimi i tanti canti che creano un’atmosfera intima, sentita.

Mi colpisce la mancanza dell’omelia alla fine del Vangelo e, confesso, mi sono fatta distrarre per un po’, cercando una spiegazione partendo dal mio, piccolo, punto di vista.

Ma siamo in Chiesa e il Signore guida il mio sguardo e il mio cuore a guardare oltre quelle parole che sembravano mancare: padre Raffaele è circondato da nove celebranti di cui uno solo è un ragazzo, gli altri hanno tutti i capelli se non bianchi, almeno brizzolati.

Guardo e penso che forse, in questa precisa, ultima domenica, a padre Raffaele non sono servite tante parole, perché ciò che ha costruito in questi lunghi 30 anni, è lì, con lui; nel braccio che gli offre chi lo sostiene, nelle dita che gli girano le pagine, nelle mani che sorreggono il suo calice.

Amore, rispetto, fiducia… queste sono le parole non pronunciate; e allo stesso tempo le parole offerte.

C’è un’atmosfera strana, di attesa, di sofferenza si potrebbe dire.

Tutto scorre attraverso i passi lenti dei tanti anziani presenti, gli sguardi bassi, le domande rimaste sulle labbra… Le ultime parole “che cosa cercate?…” sembrano introdurre tutti gli argomenti che verranno.

La fine della celebrazione vede il saluto dei dieci officianti e un’assemblea che rimane sospesa: dopo qualche minuto un applauso, che ne trascina un altro e poi un altro ancora, quasi timidi, ma che poi diventano pensiero di tutti, una liberazione, l’affermazione di un affetto e allo stesso tempo di un dolore.

Ora gli occhi sono lucidi. La messa è finita ma nessuno va via.

C’è chi si affretta per andare a porgere un saluto, ma molti hanno domande, dubbi.

Non mi importa adesso riportare dubbi, vorrei parlare delle riflessioni che ne sono scaturite, perché ho visto, negli occhi e nel dolore di quelle persone, lo stesso smarrimento che ha colpito noi, quando dalla nostra parrocchia, si sono allontanate le nostre Guide Spirituali.

Ed è allora che ho ricordato le parole che ci sono state dette e tutto il loro significato, profondo e grandioso. 

Quando in una comunità si trova una guida, si pensa e si spera che quella figura possa essere sempre con noi. Lo desideriamo in maniera quasi egoista, perché siamo esseri umani e il senso del possesso ci accompagna quasi sempre.

Ma la fede non è questa. L’obiettivo della figura di un prete è quella di accompagnarci a comprendere quello che è il nostro personale percorso. Noi apparteniamo alla comunità, non al prete che la rappresenta in quel periodo. Ciò che accomuna i cristiani non è la possibilità di conoscere tutti i bravi preti che possono esserci, ma la doverosa certezza di conoscere Dio.

Non dobbiamo essere seguaci di uomini che ci mostrano la fede, ma conoscitori di una Parola che è unica, e che è solo quella di Dio.

A questo punto possiamo aprire tutte le considerazioni che vogliamo sulla qualità di uno piuttosto che di un altro e io sono la prima a dire che preferisco determinate omelie, confronti, scoperte piuttosto che celebrazioni piatte che al massimo, a volte, ti lasciano indifferente.

Ma il compito di un prete, e lo dico e lo ripeto perché mi è stato insegnato da chi mi ha dato tanto nel mio cammino e poi se n’è andato, non è crearsi dei fan, ma risvegliare delle coscienze. Stimolare la ricchezza, il bisogno che ognuno ha dentro di sé di trovare il proprio cammino, le proprie ragioni attraverso un Dio che è e sarà sempre al di sopra di noi uomini.

Poi nelle storie di questi uomini piccoli, piccolissimi, ci sono beghe, becere motivazioni, subdoli movimenti, ma questo non cambia la ricchezza che abbiamo costruito.

Chi è presente, nel campo del contadino, è vero che deve raccogliere, ma deve soprattutto seminare: lui potrebbe non essere presente al suo futuro raccolto, ma il suo lavoro, sfamerà tutti quelli che ha, “apparentemente”, lasciato da soli.

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