Una vita a foglietti

Le Corti dell’Arte – Bruno Aprea presenta “Filosolfeggiando”

brunoDa Vivimedia.

Dopo tanti giorni passati quasi sempre all’aperto, ritrovarsi nella sala della Mediateca è già una novità. Ma le Corti dell’Arte si sono incontrate qui, per omaggiare il maestro Bruno Aprea, personaggio che ha condiviso molto del suo tempo con la nostra città, in qualità prima di docente dell’Accademia Musicale Jacopo Napoli, e poi di amico di Felice Cavaliere e dei suoi collaboratori.

La particolarità è che in questa serata, da un maestro che ha diretto orchestre in tutto il mondo, sentiremo parlare di filosofia in chiave musicale e di musica in chiave filosofica: Filosolfeggiando è infatti il titolo del libro che ha pubblicato (Armando Curcio Editore).

filosolPremetto di non aver letto il libro, ma vi assicuro che, dopo la serata di ieri, dire che nasce curiosità per uno scritto del genere, è riduttivo. Il merito di tanta curiosità viene fuori anche da un dibattito davvero ricco che si è avuto con i relatori della serata: Massimo Fargnoli e Massimo Bignardi. Tra i due “massimi”, si  è inserito Felice Cavaliere definendosi “minimo”, ma non credo proprio che sia il termine giusto per lui!

Il primo è presidente e Direttore Artistico dell’Accademia musicale di Napoli, dell’Associazione Pianistica “Sigismund Thalberg”, Consulente musicale del Teatro Augusteo di Napoli, nonché Direttore artistico del Todi Arte Festival; il secondo è Storico e critico di Storia dell’Arte, scrittore e curatore di mostre. Come vedete “tutti pezzi da novanta”.

Per questo poi non ci meravigliamo quando andiamo ad ascoltare le premesse di un libro che non si riesce a collocare nella narrativa a cui siamo abituati: non è un saggio, non è un romanzo, non è una composizione musicale. Non è nulla di tutto questo e forse è tutto questo. La dinamicità, la contrapposizione che sembra regnare nel contenuto del libro, apre dunque le porte ad una dissertazione che, con tanto di intervento a sorpresa, è stata davvero fonte e spunto di riflessioni.

La serata inizia già in maniera particolare: è il maestro Aprea che dedica un applauso al pubblico che, sorpreso ma grato, ricambia. Dopo i saluti di Eufemia Filoselli, Aprea ci parla della sua nuova condizione, della nuova esperienza che sta vivendo, l’uscita da un immaginario camerino che non prevede nessuna direzione di orchestre, nessuna esibizione musicale, quasi non deve fare niente. Ma non sarà niente quello che succederà dopo!

Comincia a spiegare il perché di un titolo, come una semplice lettera inserita in un contesto già conosciuto, generi tutt’altre reazioni: la elle messa nel titolo o le esse nel sottotitolo, (S)quinterni e (S)confessioni, che, mentre ti fanno istintivamente partire delle considerazioni, immediatamente ti riportano all’esatto contrario. Un gioco di contrapposizioni, di sfide, di ricerca, un modo alternativo di intendere ciò che è la realtà che ci circonda e il nostro modo naturale o forse automatico, di preordinare le idee.

Aprea è persona che punta alla perfezione. Gli anni passati a cercare dentro gli spartiti i segreti più profondi per poter ottenere delle interpretazioni che non fossero delle banali note messe insieme come un’accozzaglia di segni uno dietro l’altro, l’hanno fatto diventare quello che è diventato. O forse quello che aveva dentro di sé l’ha portato a ricercare nella musica la perfezione che esiste di certo, ma che non tutti colgono. Dove parte l’uomo, dove nasce il musicista. La profonda intolleranza verso ciò che è “puro” e ciò che è “falso”, che lo ha spinto a inserire nel libro, immagini di uno stesso quadro di Simone Martini, la vera e la copia, sfidando tutti a riconoscere il vero. Se c’è tra le due il vero.

Rompicapo. Confesso che non è stato facile entrare nel cuore della discussione, anche perché ogni parola, ogni frase sarebbe da riportare per cercare di cogliere in ognuna le molteplici sfumature che conteneva, ma non è possibile. Ma non si “butta” niente. Mettiamo tutto in pentola, poi vediamo cosa ne viene fuori.

Massimo Fargnoli, nel suo intervento esordisce con una definizione breve: per me è un libro di free jazz. Provocazione anche questa visto che il suo intendere il jazz è quello che ha vissuto personalmente, con chi è stato storia di questa musica, non come quello inteso dai giovani d’oggi. Ma il pensiero lo lascia lì, sulla scrivania, e ci sarà qualcuno che lo raccoglierà poi. Come tutto quello che sarà detto. Vi ripeto che in questo confronto, nessuna parola è detta a caso e nessuna viene sprecata!

Fargnoli dunque lo legge come si legge una sinfonia, qualcosa di criptato per utilizzare verbalmente ciò che non è stato trascritto in note.

Improvvisazione e contrapposizione allora, e quasi ci sembra normale veder arrivare un signore che immaginiamo come semplice ritardatario, ma che si accomoda in prima fila, poi va a prendere un libro, “perché se non si conosce non si possono fare domande”, e tranquillamente parla di sé e delle sue cose, come se la presentazione fosse sua! Libro come strumento di comunicazione fra autore e pubblico. Diversivo.

Quando Felice Cavaliere introduce Massimo Bignardi, confessa che 28 ani fa, forse inconsapevolmente, fu proprio il professore a dare il nome alla Rassegna a cui ancora oggi assistiamo e gli chiede che tipo di emozione ha ricevuto dalla lettura del testo del maestro Aprea. Bignardi è abituato alla saggistica, ha una struttura mentale diversa, ma questo non gli ha impedito di cogliere degli aspetti che poi trasporta nel suo mondo, quello dell’Arte. Il primo dolore, le linee che vanno dal finito all’infinito e viceversa che gli riportano alla mente Kandinskj. La musica che viene intesa come suono, ma che attraversa strumenti che sono fatti di metallo, di corde, attraversano timpani “umani”, quindi cose materiali, per arrivare ad una confessione, di musica intesa come armonia. Il processo della musica appartiene a chi l’ascolta. Cosi come l’eros, l’atto finale di un rapporto d’amore, colloca in quell’attimo, in quella piccolissima porzione di tempo, una fase emotiva che non riusciamo mai a rivivere al di fuori di quel momento. È il punto di estrema armonia, con il riferimento all’attesa, che è tempo e non musica.

Insomma gli argomenti a questo punto sono diventati profondi e un’interruzione video serve a rinfrancare lo spirito. Uno dei pezzi è tratto dalla direzione, da parte di Aprea, dell’Orchestra Venezuelana nata dal sistema Abreu,  e l’altro appartiene a Madame Butterfly.

Noi in sala, accettiamo di vero cuore questi, seppur brevi , momenti di passione. I relatori invece, trovano ancora argomenti su cui discutere. Aprea racconta delle sue matite, di quelle “grasse” che ama a differenza di quelle sottili, “stitiche” che non sembra abbiano neanche la forza di lasciare un segno. L’esercizio continuo fatto per anni, alla ricerca di una perfezione, di una possibilità che portasse le due linee, tra spessore e parte sottile, nei versi opposti che percorrevano, all’identica somma. Quando poi le variazioni sono aumentate, ha percepito di aver intrapreso la strada della non purezza. Avrei voluto essere anacoreta e non lo sono stato. Quando poi viene fuori il paragone con Capogrossi e la sua capacità di vivere tutta la vita basandosi su una solo idea, allora si innesca la miccia con Bignardi, a cui si unisce con toni molto pacati, anche Fargnoli. Non sto qui a elencare le motivazioni dell’uno e dell’altro.

Vi dirò ciò che è venuto fuori da questo cenone preparato con ingredienti di altissimo livello, di grande cucina, usando un paragone molto in voga in questi ultimi periodi.

I tre personaggi che si sono confrontati, hanno dalla loro un vissuto di grande spessore. E tutti con un comune denominatore: l’Arte.

Quell’arte che noi spesso siamo abituati a pensare come “figurata”, ma che in realtà abbraccia campi molto più vasti.

Il pensiero filosofico non è per tutti, come la musica, intesa come approfondimento e conoscenza, non può essere alla portata di tutti. Ha quel qualcosa però, che l’accomuna con l’arte figurata: provoca emozioni.

Quando ascolto il frammento di Sigfrido diretto in maniera professionale e  appassionata, se pure non ne conosco la parte tecnica, riconosco i brividi che mi regala. La meravigliosa sensazione di non essere seduta in una sala, ma con l’anima libera di spaziare in altri posti. A noi “comuni mortali”, ignoranti di musica, ma assetati di emozioni, concedete di poter attingere a così tanta bellezza.

Semplifico, forse arbitrariamente, dei pensieri: Bignardi ha difeso la storia dell’Arte, Aprea il suo simbolismo, Fargnoli il vecchio jazz, ma di fondo, usando così tante parole, ognuno è entrato in un tunnel che in genere porta a estremi opposti: arte e ragione, emozione e razionalità.

Ognuno ha il diritto, forse il dovere, di difendere la propria passione, la propria storia, perché ogni scelta provoca un’emozione che è quella che poi resta. Argomentare di troppe cose genera una serie infinita di implicazioni. E sono proprio quelle che poi interrompono  “il momento magico”, che è quello dell’atto d’amore, o quello del rapimento mentre ascolto un brano di Strauss o un pezzo jazz, o guardo la Pietà di Michelangelo.

La conoscenza è una ricchezza, ma non è patrimonio di tutti.

Le emozioni sono un regalo e, ignoranti o dotti, sono riservate solo all’animo predisposte ad accoglierle.

Lasciamo che questa “ingiustizia” continui. Se ascoltando l’interpretazione di un maestro non so riconoscerci dentro decenni di studi; se ascoltando l’interpretazione di Ella Fitzgerald non faccio la differenza assoluta con l’originale, se guardo un quadro di Magritte e non so raccontarne la tecnica, mi permetto di rapirne comunque la sicura perfetta armonia che sprigionano e quella ricchezza sarà per chi avrà non solo occhi e orecchi, ma cuore per raccoglierla.

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