Una vita a foglietti

Le Corti dell’Arte – Concerto della pianista Anna Kravtchenko

Kravtchenko_bassaDa Vivimedia

Le emozioni delle Corti dell’Arte continuano. Per la seconda serata siamo saliti in montagna, in quell’Abbazia Benedettina che ha aperto le sue porte ad un’esibizione che ha già creato notevoli aspettative, a grande ragione: ci sarà in questa serata la pianista Anna Kravtchenko. La sua fama è arrivata a Cava da molto tempo per gli addetti ai lavori: lei, nonostante la giovane età ha già alle spalle una lunga e prestigiosa carriera.

A soli 16 anni infatti, vinceva il premio internazionale “Ferruccio Busoni”, con commenti su testate internazionali (New York Times), che già dimostravano quanto di grande ci fosse dentro quelle mani. Ma era l’inizio di una carriera sfolgorante che l’ha portata ad essere inserita con ben quattro incisioni, nel cofanetto “Grande Classica” e “Classic Gold”, selezioni di levatura mondiale.

Tutte queste notizie hanno contribuito a rendere davvero magica l’attesa per questa serata dunque, e farlo in un posto come il Chiostro dell’Abbazia di Cava, come dicevamo, è motivo di ulteriore magia.

La volta è fatta di roccia, simbolo di forza, ma anche di aridità, di solitudine.  Eppure, alzando gli occhi verso questo “cielo” grigio non di nuvole, ma del colore della montagna che da oltre mille anni protegge e accoglie questo luogo, vedo piante. Il porticato che invece ci accoglie, è da cartolina da libro di storia dell’arte. Un’immagine da guardare e riguardare, con la fortuna che abbiamo di viverla sotto i nostri occhi. Insomma tutto ciò che sembra muto e fermo, in realtà ci accoglie con silenziose parole di benvenuto.

Così, con poche parole, ci accolgono Felice Cavaliere, patron della Rassegna e l’Abate Petroselli : “la musica è bellezza, a noi non resta altro che continuare a coltivarla e a seminarla.”

E poi arriva lei. Abito semplice, nero, lungo, nessun monile, cappelli sciolti, solo un filo di trucco: si accomoda dopo averci dedicato un breve inchino.

Il suo programma prevede Chopin, Schubert e Liszt. Dei Notturni, delle Sonate, della Rapsodia, non vi dirò nulla. Di tutto quello che mi ha regalato proverò a raccontare anche i dettagli.

Dal primo posto dove sono seduta, vedo il suo viso, il resto è riflesso nella parte aperta del piano, che rimanda un corpo che si muove dentro dei tasti. Non vedo mai le mani, né dal vivo, né riflesse. Solo il suo sguardo, il suo rapimento, quasi un dolore che genera un canto, un lamento, una sofferenza dell’anima che arriva a quelle mani nascoste, ma che corrono sicure e veloci.

Un attimo di pausa, riempito dal suono casuale della campana. Sincronismo perfetto.

Alla fine le mani cadono giù dal corpo, sfinite, ormai inutili dopo quell’ultima nota. Vola un pipistrello, disturbato o curioso? Ma è solo un attimo. Un altro ritmo più forte, più aggressivo, più cattivo, più rumoroso, come una bestia nel cuore, arriva.

Quella musica è ricerca e scoperta. È una musica che racconta storie e lei in quella storia cerca la sua verità. È un rincorrersi di emozioni e lei è quasi in lacrime.

Finisce la prima parte ed io ho la fortuna di poter cambiare posto. Dico fortuna perché spettacolo nello spettacolo, ora ho sotto gli occhi le sue mani. Quelle mani. E mi viene da ridere, per una meraviglia che si svela.

Inizia un altro spettacolo. C’è lei e il piano. Soltanto. Guarda i tasti con gli occhi e con le mani li interroga: domande su domande, ancora, continuamente. Tutti devono raccontarle e spiegarle qualcosa.

Le mani che si sovrappongono sembra stiano creando giochi d’amore: e amore e passione viene fuori da quel giocare.

Nei pezzi veloci quelle mani sono impressionanti: volano, graffiano, mordono quei tasti che non possono far altro che obbedire. È una banda di guerrieri quella che fa partire a capo chino, Un’orda di barbari alla conquista di nuovi territori e lei si lancia in quel campo di battaglia fiera e impavida, con il cuore in mano. E si alternano cannoni e pistole. Le orecchie ridono a questo suono meraviglioso, ma gli occhi sono sgranati e la bocca aperta. Mi chiedo cosa sto vedendo! A un certo punto è stata capace di far diventare quel suono, una vera e propria voce.

Perché l’anima riconosce ciò che la mente non sa? Persone come Anna, hanno il dovere di andare in giro per il mondo per permettere a poveri mortali di sfiorare, anche solo per pochissimo tempo, quella che è la ricerca di una vita. Alcune anime si aprono per accogliere un dono che è una fortuna, ma che non ti permette mai di deporre le armi. Ci sarà sempre una domanda da porsi, ci sarà sempre un nuovo luogo da cercare e da scoprire, ci sarà sempre una nuova piega del cuore da spianare, da capire.

Quando se ne va, il pubblico non smette di applaudire. E si riconcede, una due volte, per placare i nostri cuori che ha così ben contribuito ad agitare.

Le stesse mani che prima sfrecciavano su quella tastiera, aggredendo lei e noi pure, ora sono lente, struggenti, tirano fuori lentamente quella forza e quel dolore che dimora nelle profondità dell’anima, che si agitano, spesso però, senza trovare la strada per venire fuori. Per questo provocano tormenti e allo stesso tempo gioia. Se non passi attraverso la via del dolore, non capirai mai quella della gioia.

Di lei non conosciamo neanche il timbro della voce, ma ci sembra di sapere tutto il resto, tutto quello che ci ha regalato di se stessa, nel momento in cui si cercava attraverso quelle note che conosce a memoria, ma che ancora hanno lati oscuri, quelli che lei vuole ancora scoprire. È questa la sua grandezza: l’assoluta padronanza dello strumento e la certezza del mistero che ancora si cela dentro quella musica.

Quando ci saluta definitivamente, sorride e sembra una bambina. Una bambina adesso felice.

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