Una vita a foglietti

Le Corti dell’Arte – Jazz con Andrea Rea ed Emilia Zamuner

Andrea reaDa Vivimedia

Le Corti dell’Arte incontrano un luogo caro, il cortile di Palazzo Salsano, frequentato fin dalla loro nascita: come sottolinea la presentatrice Eufemia Filoselli, Donna Rosetta, il cui ricordo è sempre vivo e nel cui nome la famiglia continua ad ospitare la Manifestazione, ha sempre tenuto aperte le porte della sua casa per l’arte e la musica in particolare.

La serata prevede un programma jazz, definita “il più bel dono dei neri ai bianchi”. Andrea Rea al piano ed Emilia Zamuner al canto. L’inizio sembra essere in salita, perché mentre Eufemia prevede “sorprese”, accade davvero che, sorprendentemente, salti l’impianto acustico. Ma la paura dura poco, i tecnici risolvono il problema, mentre Eufemia, che non vorrei definire la “presentatrice delle serate”, perché lei è molto di più, intrattiene senza microfono, ma mai senza parole. (Ci svela che il suo nome significa “parlare bene” e lei non può sottrarsi a questo destino!)

Ma, segreti per segreti, siamo curiosi di capire in fretta cosa ci aspetta, perché sera dopo sera, ci stiamo abituano ad un livello così alto che le aspettative sono davvero  “lievitate”.

La carriera di Andrea Rea, campano di Pomigliano d’Arco, inizia con lo studio del piano in giovanissima età e Dino Massa lo avvicina al jazz. Per fortuna direi. Gli studi, l’esperienza e i riconoscimenti a livello internazionale,  lui solo poco più che trentenne, lo consacrano tra i pianisti jazz più ispirati.

emiliaEmilia Zamuner, napoletana, di dieci anni più giovane del maestro, gli contende già una carriera ricca di riconoscimenti ed esibizioni in vari Festival e collaborazioni con musicisti di alto spessore.

Dopo la Kratkvchenko alla Badia, di nuovo un piano alla Corti: stesso strumento, strade diverse per la ricerca dei suoni, ma fascino immutato.

Nelle prime note poche parole, solo gorgheggi, vocalizzi, ma cosa racconta! Quando il maestro si avventura in un assolo, lei applaude e sorride. La musica le parla. E lei ci parla di quella musica che è storia, dello swing, del significato del suo dondolio, ma che è anche pulsazione, istinto. Con la musica che lui fa partire, lei balla, un ballo con pochi movimenti, di quelli che ti nascono dentro e cercano strada: la strada per lei è la voce. Un verso che è un altro strumento ad accompagnare il piano: una tromba? Una chitarra? Un contrabasso? Le dita non hanno un suono, ma si muovono su una tastiera immaginaria. Tutto è musica nell’aria intorno  a loro.

Quando  la Zamuner ripensa alla grande Ella Fitzgerald, ne viene fuori un’interpretazione elegantissima. Prende le note del maestro come un personale omaggio e se ne legge la gratitudine sul volto. Lui accarezza i tasti con estrema delicatezza, come fai con dei fiori che devi preservare sì, ma che devi comunque recapitare. E i fiori sono per una vera principessa.

Veniamo poi omaggiati di pezzi al piano degni di assoluta ammirazione. Mani e corpo tutto trapassato da quella musica che non ti porta da nessuna parte, continua solo a rivoltarti come un calzino, su e giù, un ascensore impazzito. E il campanello d’allarme è la voce di lei. Torna a riportare al piano il caos, con fatica, ma ce la fa.

Partono una serie di pezzi senza testo, nuovi gorgheggi che immagino abbiano bisogno di un bel po’ di lavoro per prendere la musicalità di questo ritmo particolare, combattivo, persistente. È una corda tesa sempre più, che affina i sensi, tutti. In uno sforzo che guida anche la mia mano, che scrive a tempo di musica, come se le parole traducessero il suono che sentono. Meraviglia. Anche Emilia sembra scioccata. Il cavaliere ha aperto la porta e ha fatto accomodare la dama, ma poi ha decisamente preso il sopravvento, prima di riconsegnarlo alla legittima, splendida detentrice.

Ciò non toglie che, quando partono le note di Take five di Paul Desmond, confesso che la voce l’avrei tolta, senza offesa per la cantante, ma quella musica è troppo bella e l’interpretazione è grande.

Le note di Duke Ellington sound of love di Charles Mingus, meritano di essere lasciate all’aperto, nel blu di una calda serata, con tante stelle che pure guardano e ascoltano questa musica che è una struggente dichiarazione d’amore alla vita.

Cosa esiste fuori da questo cortile? Cosa ci può essere di difficile, di brutto o cattivo se si può esprimere questa delicatezza, questa dolcezza nel raccogliere e raccontare sentimenti?

La canzone finale, The Peacocks di Jimmy Rowles  è stata più volte reinterpretata e anche le parole sono state cambiate, ma la sua musicalità ci avvolge come un abbraccio, un saluto da tenere fino a casa, fino a quando quelle splendide note riecheggeranno nella testa, fino all’ultimo tasto.

Poi il bis, graditissimo e atteso. Improvvisazione. Lui lasciato libero nel suo campo è un cavallo selvaggio a galoppo nella prateria. Lei quasi da canto popolare, voce diversa, movimenti diversi.

Potere del jazz essere così tante cose insieme!

Rispondi