Una vita a foglietti

Le foto ricordo

Capita che in un pomeriggio di festa, di ritrovo, si apra l’album dei ricordi. A volte sono solo verbali, a volte accompagnati da foto, vecchi scatti che aprono finestre sul passato e ti riportano indietro, ti regalano vecchie emozioni, nuove considerazioni, spesso sorrisi sul come eravamo.

Poi ne spuntano fuori alcune inattese, che dovevano forse stare in un’altra scatola, dove ritrovi un sorriso che non esiste più, un altro che esiste e che non vedi, prove di una vita che qualcuno ha deciso di cambiare. E tutto il bello della prima scoperta comincia a vacillare, alcuni dei punti con cui tieni incollati i pezzi di un cuore così tante volte ferito, li senti cedere sotto i colpi di quei ricordi, di quelle emozioni così profonde, di quei cambiamenti così innaturali, ma lo sai che va così. Conosci la realtà, sai con cosa devi fare i conti.

Poi all’improvviso ne viene fuori un’altra di foto.  E su quella proprio non reggi. Una mano ti prende e ti tiene la testa nell’acqua, ti toglie l’aria e annaspi, ma niente. Una pioggia di sensazioni che sai che sono vecchissime e che speri sempre che siano scomparse, torna a riempire ancora di più quella pozzanghera di acqua e fango che ti sommerge.

Non c’è niente da fare che cercare di scappare, di andare da qualche parte a prendere una boccata d’aria fresca, pulita. Non c’è nessun colpevole, c’è solo una stupida debole vittima che cerca una via di fuga.

Andare via e spegnere il cervello. Andare via e prendere a calci quei ricordi che sono lì, dietro quella porta e mi prendono in giro, mi riportano immagini, frasi, comportamenti, come se fossero centinaia di scatti in sequenza, mentre una piccola mano cerca di tenere incollate le ferite che riprendono a sanguinare tutte insieme e un’altra prova a chiudere quella porta.

Ci vuole un po’ di tempo. Ci vuole un po’ d’aria. Ci vorrebbe un po’ di rispetto.

Ma non è così semplice evidentemente.

Se tutto fosse ragione non esisterebbe sofferenza o gioia, non ci sarebbero sentimenti ma semplici conversazioni teoriche da salotto. Ma in questo caso non staremmo qui a parlare di vita, parleremmo di macchine. Macchine senza cuori feriti, senza sangue che pulsa nelle vene, senza quella memoria che determina la storia di ognuno.

Ecco, a volte serve quella boccata d’aria. Serve quel piccolo spazio di tempo che ti permette di mettere insieme di nuovo i cocci, che ti calma il respiro e richiude quelle porte che ti sbeffeggiano con i loro segreti.

Serve solo una piccola cosa che potremmo chiamare rispetto, sensibilità, complicità. Tanti altri sentimenti che appartengono al cuore dell’uomo e non alle macchine, ma che forse, nei giorni di festa, sono in pausa pure loro.

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