Una vita a foglietti

Lina Sastri a Cava, un dono prezioso.

Scrivo per ricordare e per raccontare; ricordo per me e racconto in particolare per un amico che ci sarebbe stato di sicuro se cose urgentissime non lo avessero portato via da Cava.

L’appuntamento è di quelli da non perdere: Lina Sastri nella chiesa di San Francesco della nostra città, nell’ambito delle iniziative organizzate dal Comune per il periodo natalizio.

Dicevo, appuntamento da non perdere e tanti hanno avuto lo stesso pensiero; chiesa gremita, gente in piedi e attesa e freddo e accoglienza nei banchi e discussioni sugli ingombri. Tutto molto normale, tutto secondo i parametri soliti.

Per chi ha pensato di guadagnarsi un posto a sedere l’attesa è più lunga ovviamente ed è forse per questo che dopo il tanto vociare noto con maggiore attenzione l’arrivo di quelle note lente, come passi trascinati, come se venissero dopo un lungo viaggio, con la stanchezza che può portare ma anche con la ricchezza di ciò che hanno trovato lungo la strada.

Il contrasto con quella pacatezza è la voce quasi ruvida, al di fuori di un corpo che non riesco a vedere, a testimonianza di un vissuto di cui vuole parlarci.

Tutto è preparato davanti all’altare illuminato da una luce azzurra; l’atmosfera è da presepe e sono proprio i pastori e la nascita di Gesù i protagonisti del racconto.

La seduta poco adatta per cogliere i dettagli, non mi consente di riconoscere i musicisti che l’accompagnano.

Vedo un archetto che a tratti si insinua tra le parole e uno strumento che non è un tamburello, ma che gli somiglia molto nell’effetto.

Quella che arriva invece, è la voce protagonista, che legge parole del Vangelo, poi una storia cantata in vernacolo, che non so trascrivere. Il mio amico mi avrebbe saputo correggere, e quindi lo scrivo in modo errato, sicuramente, così avrà ancora una volta l’occasione di essere professore.

“Ci purterrai arò nasc Gesù Cristo…”

Le storie si susseguono; un presepe antico con pastori che sono tutti fratelli e dove ogni “guagliunciell” è un Gesù Bambino. Ognuno, con gli stessi diritti, ha cantato “Gloria a Dio…”

“Che sogno che ho fatto…”

E le parole da racconto diventano musica e poi ancora parole. E ricorda, nella sua fiaba, quella previsione espressa anche nel Vangelo, in cui i lupi potranno camminare con gli agnelli…

Ma Lina Sastri è attrice e cantante e ci può stare che arrivino le note di 4/3/1943, di quel bambino chiamato pure lui, forse per gioco, o forse per ricordarci quanto apparteniamo alla stessa natura divina, Gesù Bambino.

E nel rapporto madre figli, da una donna napoletana, poteva mancare Filumena Marturano?

“I figli so figli”; la paura, la domanda, la consapevolezza di essere “carn ra maciell”, ma comunque madre.

Arriva un fuori programma: tra il pubblico un signore interviene con la sua voce. Nel silenzio e nella differenza di tono, tutti lo notano, Lina in primis. Non si scompone: “Se vuole continuare lei…”, una frase servita con un sorriso non cantato e neppure recitato, semplicemente reale, presente, sentito.

Sembra una parentesi quasi insignificante; sembra.

Si ricomincia subito e ci interroga: “Ma vi aspettavate uno spettacolo? Questa è una chiesa, anzi una cattedrale e siamo sull’altare e onoriamo la nascita di Gesù”.

E si riparte, come se ogni deviazione facesse parte del copione, di qualcosa che si amalgama perfettamente con ciò che era previsto e quello che si manifesta.

Presenza.

Ci spiega anche il significato del termine “cafoni”, “con la fune”, e lo fa ricordando la difficoltà di chi arrivava dalle campagne in città e rischiava di perdersi nel caos, per cui legarsi con la fune tra di loro, era il modo più sicuro di non allontanarsi troppo.

“Che bellu suon ten stu tambur”

È vero, tutti quegli strumenti che non vedo ma che sento, sono il collante tra il detto e il cantato e tutti noi che restiamo zitti, incantati da quella voce, da quella donna di cui vedo solo a tratti il viso, ma che è presenza forte lì, su quell’altare.

Mancava una poesia e “Il valore di un sorriso” entra di diritto in questo contesto, a ricordarci della ricchezza che è in ciascuno di noi, anche senza aver nessun bisogno di mettere le mani in tasca.

E in quella capacità tutta napoletana, passare dalla riflessione al canto di Tammurriata nera “è nat nù criatur…” sembra talmente naturale e allo stesso tempo in contrasto con tutto il resto, che cambia anche la luce che illumina l’altare, da azzurro a rosso e per qualche strano scherzo visivo sembra allontanarsi da noi.

Come per rispondere a questa illusione, è Lina che si avvicina, avviandosi verso il fondo della chiesa, passandoci accanto. La vedo solo ora da vicino e mi accorgo di quella fragilità del corpo che non avevo potuto associare invece alla potenza che emanano le sue corde vocali. Misteri…

Il rosso e il nero, i colori dei suoi abiti, evidenziano la forza che emana mentre viene acclamata e salutata come in uno stadio.

“Ti ho amato e mi hai ucciso: in che cosa ti ho offeso?”

Mi resta nella testa questa precisa frase dal suo ultimo pezzo; sembra una bella domanda per salutarci, bella e profonda. Tanto profonda da lanciarci una boccata d’ossigeno ricordando quell’interruzione precedente, che lei ha inserito nel copione e che interpreta come un desiderio comune, quello di partecipare e ci propone un “Tu scendi dalle stelle” che è alla portata di tutti.

“Quanto ti costò l’averci amato…”

Ci chiediamo ancora se è stato un prezzo da pagare o un dono rivelatore?

Grazie

Un ringraziamento particolare a Manuela Pannullo, autrice delle foto che mi ha gentilmente permesso di pubblicare.

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