Una vita a foglietti

Lo sport e i suoi “eroi”

sport_azzurro_2009-largeCava 28/10/13

Come ogni lunedì, ci sono le pagelle sportive. Su tutti spicca Vettel. I suoi numeri, e i voti che poi merita, sono impressionanti. Onore al campione. Ma nella giornata di ieri, ne abbiamo viste altre di cose.

C’era Federer che giocava, combattendo e perdendo, la sua ennesima finale. Il nostro  “vecchietto” che incarna la classe e il talento assoluto. Beati noi che lo abbiamo visto giocare!

Ma c’erano anche i ragazzini terribili delle moto. Il giovanissimo Marquez che si giocava il mondiale di esordio praticamente a casa (della moto – Honda). Ma a rovinargli la festa, o almeno a rimandarla, ci ha provato un immenso Lorenzo. Si, lui, il “nemico” di Valentino, il nostro Valentino nazionale (lo tirerò in ballo un’altra volta). Si, riconosco che Lorenzo, che già in tante altre occasioni aveva dimostrato le sue numerose qualità, ieri mi ha lasciata davvero ammirata. Per la forza, la precisione, la bravura. Ha avuto tutto.

E poi altro? Si. L’altra vecchietta del tennis, Serena, ha collezionato l’ennesimo record, diventando la donna che ha vinto di più, economicamente parlando, in un solo anno. Non cito cifre perché non lo meritano. Anche qui, vedendola giocare sabato e poi ieri, mi inchino ad una ormai “signora”, a 32 anni si può essere vecchi nello sport, che ha vinto contro le sue avversarie mettendo in campo non solo l’indiscutibile forza, ma il peso della sua personalità. Quando le gambe non seguono il volere della mente, allora la mente prende la decisone giusta al momento giusto. Quella che toglie la fiducia e la speranza all’avversario. Questo fa un campione. Supera le difficoltà e continua.

Ma in una domenica di tanti sport mica può mancare il calcio! E non l’ho dimenticato visto che seguo anche questo con grande passione. Ma arriva alla fine perché, per quanto io lo ami, non ho visto nessun campione da citare. Anzi. Me ne viene in mente uno che sale sempre agli onori della cronaca, ma, secondo me, non per meriti sportivi che è quello che uno si aspetta. “Why always me?” E’ lui, il simbolo del calcio di oggi, Mister  super Mario Balotelli.  Appellativo poco azzeccato per me che in lui non vedo niente di super. Mi viene difficile guardare quella persona e pensare a cosa di lui imiterei. Non mi piace come gioca (quando gioca perché in genere è impegnato a piangere per le botte vere o finte che gli danno), non mi piace quell’aria arrogante da padrone del mondo che sfoggia, non mi piace quella, permettetemi, cafonaggine che sprizza da tutti i pori. Non mi piace che da uno così i giovani pensino di trarre esempi di vita.

Capisco i giornalisti che lo mettono anche nell’insalata che prendono alla mensa, perché basta il suo nome a condire un articolo che forse di notizie non ne deve dare. Capisco chi lo vuole mettere sempre avanti perché gli pagano cifre da capogiro che in qualche modo dovrà pur guadagnarsi. Ma qualche volta mi chiedo, caro Balotelli come sei?

Come ti senti  a dover rendere conto a tutti anche di quante volte ti pettini (ti sarai rasato per questo) e te ne lamenti giustamente, ma poi non riesci a fare a meno di avere atteggiamenti polemici, aggressivi, intolleranti. Poco edificabili. Poco adatti al campione che vogliono fare di te a tutti costi.

Ci sono altri campioni, o anche solo gente normale di sport normali, che si rendono veramente conto di essere un esempio per chi li guarda, e visto che normalmente facciamo quello che gli altri fanno e non quello che dicono, di conseguenza assumono atteggiamenti corretti.

Ma tu? Qualcuno ti vuole giustificare con l’infanzia, la sofferenza. Non credo che regga oggi. Ce n’è troppa di sofferenza in giro per credere alla tua, che sarai stato anche un bambino triste, ma oggi guadagni giocando e hai solo poco più di 20 anni. Ci sono, ci sono state e ci saranno persone che hanno avuto un’infanzia difficile, ma anche la giovinezza e poi la maturità e se va proprio alla grande, anche la vecchiaia.

Non ti lamentare troppo caro Mario. Forse quello che dovresti dire a chi ti guarda con adorazione, è che il denaro non rende né migliori, né necessariamente felici.

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