Una vita a foglietti

L’obiettività questa sconosciuta (parte seconda)

Dovevamo scoprire il colpevole e abbiamo trovato cadaveri.

Ci sono voluti giorni ed eventi per ritrovare un foglio e poter raccontare il seguito di quella giornata, ma soprattutto di quei comportamenti.

L’ovvia reazione di chi rispondeva delle decisioni scolastiche, è stata di riportare tutto alle regole stabilite e non a quelle sbandierate con una superficialità che, se per i ragazzi era grave, per i docenti chiamati in causa, era assolutamente imperdonabile.

Ma sapete come si dice? Al peggio, all’orrore, non c’è mai fine

E cosa immaginate che possa essere successo in quella classe, nel “The day after”, quando la ragazzina testarda e fastidiosa si è ritrovata con i quattro amici e una supplente?

Ricordate le ultime righe, quella richiesta di confronto arrivata nell’ora tarda di mercoledì, quando molti avevano sfogato la propria rabbia cieca e unilaterale, e una aveva subito il tutto?

Mi permetto una digressione: sul termine integrazione, che qui da noi, intendo qui nel Bel Paese, si usa spesso a proposito di chi non ha la nostra stessa origine. Ma il termine in sé, presuppone una capacità molto più ampia di lettura. Integrate, sono le persone che riescono, e a cui si concede, l’opportunità di potersi confrontare e crescere dentro una realtà condivisa. Ma ritorna l’esempio già fatto, il rapporto tra democrazia e branco, tra maggioranza e stoltezza. Come mai una persona che ama fare riflessioni serie, motivate, giustificate e alla fine anche appoggiate da chi ha autorità e responsabilità, viene accusata di non essere “integrata”, perché si rifiuta di approvare una decisione che è chiaramente sbagliata?

Quale limite, quali e quante sovrastrutture abbiamo permesso che nascessero nelle menti di questi giovani rampolli che non sono in grado di uscire fuori da una tiritera e, senza ragionare, ripetono frasi come dischi incantati? L’immagine che mi viene è del genere: formiche, criceti, topini, rinchiusi dentro labirinti senza uscite. Loro credono di muoversi liberamente nei propri spazi, mentre invece sprecano energie che non li porteranno mai in nessun luogo.

E per questa apparente libertà in cui credono di crescere, una parvenza di confronto hanno provato a farlo nascere. L’ennesimo, ancora non utile, ma si, ci hanno provato.

Elencare tutte le volte che la ragazzina rompiscatole era distante da loro e riportare tutti gli esempi  della loro convivenza di anni, sarebbe cosa lunga e noiosa, mi soffermerò su pochi passaggi.

Uno risale alla fine dello scorso anno scolastico, durante le lezioni a distanza, che obbligavano i giovani studenti a comunicare sempre con le solite chat trappola e dove davano sfogo alle più svariate oscenità nei confronti dei professori. In una di queste giornate di così alto spessore educativo, la solita rompiballe, faceva notare che il limite di sopportazione verso questo linguaggio scurrile aveva raggiunto livelli massimi e chiedeva una tregua. Volete che vi spieghi le conseguenze o ve la cavate da soli? Vi posso dare un indizio. Leggete il pezzo “I bulli sommersi” pubblicato in data 4 giugno 2020 e capirete.

Ma nonostante le gravissime conseguenze anche di quell’episodio, ritornando al fatidico giovedì scorso, questa conversazione salta fuori ovviamente come oggetto di attacco alla solitaria ragazzetta, in presenza della supplente. Una persona qualsiasi, mediamente sana di mente e con un briciolo di valori morali, cosa avrebbe potuto dire davanti a questi argomenti?

Avrebbe potuto e dovuto, una volta verificato il completo isolamento di un’alunna che ha denunciato una grave mancanza e il resto dei presenti, assumere un atteggiamento da persona matura e responsabile. Invece? Invece quest’altra scienziata, la prof supplente, di fronte alla ripetizione di tante sconcezze riferite ad una sua collega come risponde? “Anche noi usiamo questi termini per gli alunni”, “Tutti i ragazzi dicono parolacce” “Tutti i ragazzi mentono ai genitori” “Se ti presenti ad una gita con un blocco per gli appunti e la penna, per forza ti devono considerare un secchione e prenderti in giro”: il tutto condito da sorriso ingiustificato quanto le sue parole e le sue oscene affermazioni.

Non so se ci credete, ma tutto lei ha detto. Così tanta sapienza, qualità educative, rispetto delle minoranze, tutte concentrate in quell’ora, in quella persona, in quella docente.

Io non faccio commenti, li lascio a voi perché sto ancora cercando di riflettere su questa cosa. Io sto ancora cercando di darmi una qualsiasi forma di spiegazione a tanta follia, ma non ci riesco, sapete perché? Perché questi magnifici ragazzi, dopo l’innumerevole quantità di litania ascoltata, ancora hanno necessità di fare un altro incontro. Possibilmente con la presenza di tutta la classe, perché ancora non sembra chiaro quanto è accaduto e perché nessuno vuole togliersi la soddisfazione di dirle “in faccia”, a questa secchiona, emarginata, fascista, piagnona, quello che pensano.

Eppure sapete cosa mi sorprende? Che lei si presti e si presenti: dopo aver subito l’onta delle offese in classe, aver perso l’ennesima goccia di rispetto per un’altra insegnante che si aggiunge alla lista degli sconsiderati che passeggiano nei corridoio del suo istituto, accetti un altro processo.

Aggiungo che quel ragazzo, che il giorno prima aveva inviato il testo fantastico, perfetto, onorevole, di spessore oltre la media, di fronte alla millesima spiegazione dell’ormai martire ragazzetta rompiballe o a cui hanno definitivamente rotto le balle, sulla gravità dell’azione compiuta che metteva a rischio la loro stessa sicurezza, candidamente confessa che lui mica aveva capito che tutto quel ben di Dio che stiamo vivendo (Covid, restrizioni, lockdown, isolamenti, morte…) potesse essere legato a quelle loro azioni!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

E infatti De Luca le scuole le ha chiuse!

Vi faccio una domanda, quanti di quella massa avrebbero avuto la forza di mettersi sulla sedia solitaria e fredda della singola? Quanti avrebbero avuto la forza di esporre ancora una volta le proprie idee, che sono state sempre le stesse, ma che dall’altra parte non erano state mai ascoltate, perché il pregiudizio ormai, è talmente radicato, che non si può mai accettare il suo punto di vista.

Eppure la fine di quella apparente discussione, è simile a quella di giugno, quando venivano scoperti e obbligati ad assumersi le conseguenze di un gesto più che vergognoso, ma al quale sopperivano con finte promesse ed evidenti reali bugie.

Io questo pezzo lo finisco così.

Dovevo solo darvi un assassino, in verità, come vi dicevo, ho trovato tanti giovani cadaveri. Ma cadaveri a cui quegli assassini succhiano il sangue e il cervello tutti i giorni, con le loro comunicazioni contorte, con i falsi valori che rinnegano continuamente, con gli esempi pessimi di chi parla in un modo e si comporta in un altro.

In un mondo normale quelle persone pagherebbero per i loro comportamenti. Nella nostra società invece, chiediamo, a chi ragiona, di “integrarsi”, non per la gioia di stare in pace con gli altri, ma semplicemente per uniformarsi e non essere elemento di disturbo.

Ogni genitore dovrebbe riflettere su questi eventi, indipendentemente dalla posizione che, in questa storia, ha avuto il proprio figlio. In un caso, perché la mancanza di capacità cognitiva in un momento storico come il nostro, dove il Covid sta condizionando la realtà di tutti, e lo si ignora, è, non grave ma drammatico. Nell’altro caso perché ogni figlio, nel momento in cui si fa portatore di un’idea fondata, di una riflessione non campata in aria, ma giusta, deve poter trovare il suo spazio e il rispetto dei coetanei e non l’esclusione.

Altrimenti dobbiamo stare zitti. Dobbiamo evitare di fare commenti quando sentiamo degli episodi che capitano agli “altri”, delle violenze fisiche e psicologiche che tanti subiscono e per le quali inorridiamo, ma non ci rendiamo conto che sono anche sotto i nostri occhi e preferiamo essere ciechi piuttosto che ammettere che forse qualche responsabilità appartiene anche a noi.

“Gli altri siamo noi”, non ripetiamolo soltanto: impariamolo.

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